Michele De Caro
L’anello mancante
Lo Amuk vive secondo un sistema circolare, cioè possiede una cultura che lo pone a vedere le cose nell’insieme, ad esprimere con una parola l’intero senso di una frase; lo stesso villaggio è costruito secondo disposizioni circolari che creano un senso elevato di aggregazione. Per un Amuk sarebbe impossibile vivere in una città come New York.
Norman Cooper, The Amuk and Us
Alle 18:45 di oggi lo speaker dell’aeroporto J.F. Kennedy annuncerà l’imminente arrivo dell’aereo sul quale Norman Cooper, il famoso antropologo, farà ritorno in America dopo dieci anni di esplorazioni e studi. I media (io compreso, lo ammetto) hanno trasformato la cosa in un vero e proprio evento, tanto che si prevedono migliaia di persone sulla pista d’atterraggio ad aspettare l’uomo che ha raccontato la vita dei Kabota in Australia, spiegato fino alle viscere la cultura degli Tzuni e dei Gotwa dell’Africa nord-occidentale, svelato i misteri che avvolgevano le strane usanze dei Lobos del Perù, ma che soprattutto ha portato a conoscenza del mondo occidentale il popolo Amuk, “gli eschimesi dell’Antartide”, come ha scritto Time, la prima società “complessa” nell’ambito delle cosiddette società “semplici”.
Stampa e televisione hanno dato enorme risalto alla scoperta di Cooper. In molti hanno parlato di “incontro tra mondi”. La gente vede nel piccolo popolo antartico i rappresentanti di un sapere superiore, primordiale, onnisciente, cosa che ha portato in breve tempo al dilagare di una vera e propria “febbre dell’Amuk”. Da tempo ormai in tutti gli States non si parla d’altro: copertine, trasmissioni radio e tv, incontri mondani; quegli uomini piccoli, dallo sguardo impenetrabile, così diversi e lontani, sono al centro di ogni discussione. Del resto, quando il loro scopritore pubblicò, dopo cinque anni passati nel loro villaggio, il suo primo resoconto antropologico “The Amuk and Us”, si formarono lunghe file davanti alle librerie e il libro andò subito esaurito. Ci vollero dodici ristampe per accontentare tutti. Questo ha fatto di Norman Cooper non solo l’antropologo più famoso del mondo, ed uno dei maggiori di tutti i tempi, ma anche, grazie alla sua giovane età e al suo modo di presentarsi, un uomo da prima pagina. Un recente sondaggio ha affermato la sua popolarità appena un gradino sotto quella del Presidente (mentre una nota rivista erotica lo ha inserito tra i dieci uomini più sexy d’America). Dunque Cooper non è solo un uomo ricercato dai media, è egli stesso un personaggio “mediatico”.
Philip Overlook, New York Times
Dormì per quasi tutto il viaggio. Quando l’aereo iniziò a sorvolare la città però era sveglio, anche se teneva ancora gli occhi chiusi.
«Che vista c’è dal finestrino?» chiese improvvisamente al suo assistente, seduto di fianco.
«Norman, credevo dormissi».
«Rispondi alla domanda» continuò Cooper, sempre rimanendo con gli occhi chiusi.
«Bah, non è che si veda poi molto, c’è foschia, e molte nuvole… molte nuvole» rispose l’assistente dopo aver guardato fuori.
«Non vedi proprio nulla? Niente di niente?»
«Ah ecco! Adesso si intravedono le punte dei grattacieli e… lo Skyline. O forse è il Crysler?»
«O forse non conosci la tua città? È l’Empire!» rispose sarcastico Norman, senza muoversi di un centimetro.
«Io vengo dall’Ohio, lo sai. E lì non siamo molto abituati a vedere palazzi che sbattono la testa sulle nuvole».
«Davvero? Allora ho proprio sbagliato a sceglierti come assistente. Dovevo prima farti passare dieci anni a comprendere New York!» disse stiracchiandosi e aprendo finalmente gli occhi.
Sulla scaletta dell’aereo scattarono i primi flash dei fotografi, che abbagliarono Norman impedendogli di rendersi conto della folla di giornalisti, che, con microfoni e telecamere, impaziente e frenetica aspettava le prime parole di Cooper di ritorno nella sua città natale. C’erano poi diverse centinaia di persone, con magliette bianche su cui era stampata la faccia di un Amuk, che spingevano contro il servizio d’ordine e gridavano frasi di bentornato e di ammirazione verso Norman. Nelle mani tenevano stretto il suo libro; alcuni lo agitavano in aria.
Scendendo i gradini, Norman desiderò profondamente fuggire da quel caos; quasi ne ebbe paura. Ma tutto era stato già fissato, la sala per la conferenza stampa preparata all’aeroporto, le sedie blu vicine al palco per i giornalisti, le rosse più distanti per il pubblico, i fans, i semplici curiosi.
Norman si sedette al lungo tavolo di fronte alla platea. Alla sua destra si mise il suo assistente; dall’altra parte l’addetto stampa controllava il flusso e l’ordine delle domande: priorità alle testate principali, poi le minori e magari qualche intervento del pubblico. Ai lati del tavolo prese posto una corposa schiera di interpreti, per eventuali domande rivolte da media stranieri. Sulla parete della sala, di fronte a Norman, era appeso un grande striscione con scritto, in spray rosso, “Welcome Home!”
Quando prese il microfono, Norman sembrò gettarsi alle spalle quel lampo di tristezza e di insofferenza che lo aveva attraversato poco prima. Di più, sembrava una persona felice di essere lì e con il pieno controllo della situazione. Il suo volto mediatico prendeva il posto del suo vero essere.
«Atai-ro!» disse sorridendo.
«Buonasera a lei Professor Cooper. Grazie, stiamo bene!» rispose in coro l’intera sala, piena di gente che conosceva bene le espressioni comuni degli Amuk.
Al giornalista di casa, quello del New York Times, fu concesso di fare la prima domanda.
«Sarei curioso di sapere, Professore, come mai un Amuk non potrebbe mai vivere a New Yo…»
«Per il traffico delle cinque!» lo interruppe Norman, provocando risate fragorose nel pubblico, giornalista compreso, che subito mutarono in un applauso.
«Mettiamo» continuò Norman quando l’euforia fu scemata «che lei si trovi a Lennox Hill e debba andare a trovare una amico a Carnegie Hill. Non farebbe nient’altro che prendere Park Avenue e seguirla; andare sempre dritto per quella strada rettilinea e infinita. Gli Amuk però vivono in villaggi circolari, dove le case sono disposte lungo file di ruote concentriche, e per muoversi scelgono sempre la via opposta al luogo dove devono recarsi. Se lei dunque fosse un Amuk e dovesse andare a trovare il vicino di casa alla sua destra, incomincerebbe a camminare verso sinistra lasciando che sia l’ordine circolare del villaggio a portarla dal suo amico. Capirà che in una città come la nostra, costruita per linee rette che paiono non finire mai, un Amuk perderebbe completamente ogni senso del mondo. Per un Amuk ogni movimento individuale deve sempre riconciliarsi col tutto del villaggio. Un po’ come se, per andare a Carnagie Hill, prima lei fosse passato per Brooklyn, i Queens, il Bronx e Harlem. Così. Solamente per ricongiungersi spiritualmente con la propria città».
Le persone in sala rumoreggiarono di nuovo divertite. Ammiravano profondamente quell’uomo tanto sicuro di sé, tranquillo e sorridente, che riusciva a parlare con loro in maniera semplice e diretta.
Improvvisamente, senza che l’addetto stampa potesse farci nulla, una persona del pubblico si alzò e urlò la sua domanda, in barba alla rigida scaletta e alla lista di preferenza.
«Mr. Cooper, ma lei che ha compreso tutto o quasi di tante tribù sperdute e popoli lontani, cosa ne pensa invece della sua gente, dei newyorkesi, degli americani, del popolo occidentale?»
Un attimo. Poco più che un secondo, il tempo di un respiro, quel brevissimo momento che passa tra la fine di una domanda e l’inizio della più pronta delle risposte. Un ricordo balenò nella mente di Norman dilatando quel frammento di tempo. Un primo pomeriggio assolato nella strada dove viveva da ragazzo, nei Queens; una strada come tante, ricolma di palazzine a schiera e cortili striminziti; un posto dove dopo le dieci è meglio non andare in giro. Era appena uscito da scuola, undici, dodici anni. Due volanti della polizia avevano invaso il vialetto di casa, con le sirene che lampeggiavano senza sosta. Alcuni poliziotti gridavano ordini alle persone che si erano radunate lì davanti per curiosità. Un agente in borghese era andato incontro al piccolo Norman e si era chinato per dirgli qualcosa da vicino. Un volto bianco latte, rossiccio, e dai grandi occhi. Norman ricordava solo questi occhi blu che risplendevano come pietre preziose grazie al sole intenso di quel giorno. Nessun ricordo delle parole che gli aveva detto, nemmeno un’eco. Tutta la scena era immersa nel silenzio. Poi dalla porta di casa altri due poliziotti erano usciti tenendo stretto per le braccia un uomo alto e possente, nero. Mentre lo portavano via, lo sguardo di quel gigante di colore, uno sguardo freddo, indifferente, aveva incrociato quello del piccolo Norman. I due si erano guardati per qualche attimo prima che un poliziotto prendesse la testa del nero e la spingesse con forza dentro una volante. Buster Jefferson fu ritenuto colpevole di aver stuprato e assassinato Teresa Rafael Cooper, in pieno giorno, senza movente, nel pieno possesso delle sue facoltà mentali.
«La mia gente… niente di ciò che ho fatto sarebbe stato possibile senza questa città, senza di voi!» rispose Norman sorridendo.
La sala esplose in un applauso spontaneo. Ma più quell’applauso aumentava, fino a rasentare l’ovazione, più Norman sentiva risalire dentro di sé l’impulso di fuggire.
Quando la conferenza fu finita e la sete di fotografie e di autografi si placò, Norman e il suo assistente si avviarono verso l’uscita dell’aeroporto. Una Limousine con autista li aspettava per accompagnarli a casa.
Norman rimase in silenzio per tutto il tragitto. Attraversando i Queens, nemmeno ripensò a Buster Jefferson. Il padre di Norman, influente uomo politico, aveva fatto trasferire il processo a Dallas, dove “quel maiale negro” poteva essere condannato a morte. Due anni dopo Jefferson era stato portato sulla sedia elettrica.
Vide lentamente avvicinarsi le luci di Manhattan, senza pensare a nulla.
L’autista si fermò prima a Chelsea: l’assistente di Norman abitava lì. I due fecero il programma per il giorno dopo.
«Vuoi salire a bere una cosa?» chiese poi l’assistente.
«Stasera no. Mi sento piuttosto stanco, ci vediamo domani».
«Ma io…» cercò di insistere l’altro.
«Domani…» sorrise Norman, appoggiando la mano sulla guancia dell’assistente, a metà tra un buffetto e una carezza.
Si salutarono, con un po’ di vergogna, sfiorandosi le labbra.
La limousine continuò verso l’appartamento di Norman, sulla Fifth Avenue. Nemmeno l’autista aveva mai aperto bocca, neppure adesso che erano rimasti soli. La sua sagoma scura rimaneva immobile con lo sguardo rivolto alla strada e le dita ferme sul volante. Eppure Norman aveva notato qualcosa, un piccolo tatuaggio sul collo, appena sotto l’orecchio destro: una mano che teneva salda una sfera. Norman sapeva bene a cosa si riferiva. Era uno dei simboli Amuk che aveva studiato e riportato nel suo libro. Un simbolo che stava a significare il dominio sul mondo; ma non in senso militare o politico, bensì nel senso di una totale comprensione intellettuale, del potere straordinario del sentire tutto lo scibile spiegato e riflesso nella mente. Per un Amuk questa era la massima delle ambizioni terrene, e nella loro storia millenaria solo in pochi, raccontavano, erano riusciti a ottenere tale dono.
La macchina si fermò davanti al palazzo dove abitava Norman, un grattacielo di ottanta piani costruito dal nonno negli anni Venti.
Non l’aveva mai conosciuto, il nonno. Norman sapeva di lui quello che sapevano tutti gli altri, ovvero la leggenda. Arrivato dalla Scozia a soli sei anni, Christopher Cooper aveva fatto fortuna cercando l’oro in Klondike, dandosi poi all’edilizia e a qualsiasi altro tipo di speculazione legale. A chi gli chiedeva cosa ne pensasse del sogno americano, rispondeva: «Sinceramente non so che cosa sia. Sono arrivato a New York con solo otto dollari nelle tasche. E ancora di meno erano i miei anni. Per me il sogno americano è il realismo».
Norman si fermò davanti all’entrata, un enorme portone scuro decorato con esagoni dorati. Alzò la testa verso l’alto cercando di scrutare la fine dell’edificio, ma senza successo, poiché questo si perdeva nell’oscurità della notte. Quelle file di finestre, tutte quadrate, regolari, simmetriche, sembravano non finire mai.
Il portiere del palazzo venne personalmente ad aprire il portone al famoso antropologo di ritorno a casa.
«È mancato a tutti, Mr Cooper. I suoi vicini non fanno altro che parlare di lei e del suo libro. Io stesso tengo sempre una copia con me qui in portineria» disse mostrandogli il libro con fierezza. Poi gli chiese se non era troppo disturbo scrivere una breve dedica sul frontespizio. Norman tornò repentinamente al suo lato sicuro e spavaldo, prese la penna che gli porgeva l’altro e sorridendo scrisse: “Al fedele Stan, custode della mia vera casa, New York. Con affetto sincero, Norman Cooper”.
Di quel palazzo art noveau tutto gli ritornava familiare e accogliente: il grande portone, lo spazioso atrio in marmo bianco, le scale con i corrimano ricolmi di ghirigori, i due ascensori sopra cui erano dipinti ad arco tutti i numeri dei piani. Eppure, una volta attraversata la soglia di uno dei due ascensori, la mano di Norman tremò mentre andava a premere il pulsante del suo piano. Riguardando da quella diversa prospettiva, le stesse cose gli sembrarono alterate, sinistre. Il portone nero, l’atrio illuminato da luci soffuse, la scala che si attorcigliava continuamente su se stessa, ora gli apparivano come pezzi perversi di un labirinto infernale. E mentre le ante dell’ascensore si richiudevano davanti a lui, gli parve che il fidato portiere, guardandolo, avesse sogghignato.
Percorrendo il lungo corridoio che portava al suo appartamento, Norman non incrociò nessuno, nemmeno un’anima. Come se l’intero, immenso palazzo fosse vuoto. Certo era normale, data l’ora, però, ugualmente, ogni volta che girava un angolo, egli provava un sentimento misto di paura e di speranza. Non sapeva se temere o desiderare l’incontro con qualcuno dei vicini, qualcuno che gli togliesse, o gli confermasse bruscamente, la sensazione che tutto quello che lo circondava fosse un’allucinazione, un ricordo accantonato che improvvisamente tornava.
Rientrò nel suo appartamento, dopo dieci anni. Pensò che era uguale a come l’aveva lasciato. In ordine, pulito, ogni cosa al suo posto. Il portiere doveva aver mandato spesso qualcuno per le pulizie. Oppure non ci era mai entrato nessuno, nemmeno la polvere.
Quando suo nonno aveva costruito il palazzo aveva lasciato per sé l’appartamento più bello, con il salone chiuso per un lato da una grande parete a vetro con vista su Central Park. Da quella vetrata il vecchio Christopher Cooper aveva dominato tutta New York, e quello stesso appartamento era divenuto il simbolo della sua scalata al potere.
Il padre di Norman invece non ci teneva molto, impegnato com’era a correre dietro a ogni ragazza carina del college prima, a ogni segretaria del suo studio di avvocato dopo. John Howard preferiva la calma e la privacy delle ville di periferia. Ma la periferia di lusso, quella dei ricconi in pantofole e accappatoio, non certo i Queens, dove aveva relegato la moglie sposata dopo una notte di bagordi a Las Vegas e il figlio non voluto: per il successo della sua carriera politica gli era stato sconsigliato di mantenere legami con una donna ispanica. Poi però, quando Teresa Rafael morì, riprese Norman con sé, permettendo a quel ragazzo perso nel grande quartiere dei Queens di avere un’istruzione e un avvenire di primo livello. Qualcuno disse addirittura che fosse stato proprio lui, il padre, a mandare Buster Jefferson quella mattina a casa Rafael-Cooper, e che poi avesse fatto trasferire e condannare a morte l’assassino per evitare che parlasse.
Norman rimase seduto sul divano di fronte alla vetrata per ore. Al buio. A fissare la città che non si spegne mai.
I rumori del traffico lo svegliarono verso le otto del mattino. Si alzò e si avvicinò alla vetrata, indolenzito. La Fifth Avenue era già ricolma di automobili e i marciapiedi già invasi da migliaia di individui che camminavano nelle due opposte direzioni. Parevano andare a sbattere l’uno contro l’altro. Il senso di soffocamento lo riprese al collo, tanto che dovette a forza rivolgere altrove lo sguardo.
Lui, che aveva studiato e compreso gli usi dei Vadaar in Sudafrica, decifrato il linguaggio conico pre-inca in Messico, catalogato l’intera struttura sociale di innumerevoli tribù, messo a nudo l’essere più profondo e nascosto di popoli sparsi per tutto il globo, quest’uomo, Norman Cooper, il più grande antropologo del nostro tempo, non riusciva a capire nulla della sua gente.
Si portò alla sua vecchia scrivania nell’angolo opposto del salone e aprì il cassetto inferiore. Ne tirò fuori un enorme blocco di fogli dattiloscritti. La prima pagina portava il titolo di quello che sembrava essere un poderoso saggio: My People. Norman l’aveva iniziato all’età di dodici anni, il giorno che era stata uccisa sua madre. Sfiorò il titolo con le dita, quasi ad accarezzarlo, mentre gli occhi gli si inumidivano. Poi, dal fondo del cassetto, impugnò una vecchia pistola a tamburo, perfettamente curata. Il nonno ci aveva tenuto lontani gli indiani e i ladri di polvere d’oro nel Klondike, oltre cento anni prima.
Norman portò la canna lucida e fredda alla tempia. E fece fuoco.