Mia Parissi

Treno, metropolitana, tram

 

Ho le mani sporche.

E sono stanca.

Ma la cosa che mi disturba di più è che ho le mani sporche.

Treno, metropolitana, tram.

Tram, metropolitana, treno.

Mentre sono seduta sul tram che mi porta alla metropolitana mi rendo conto che ho le mani sporche.

Socchiudo gli occhi e faccio, lo so, quella strana smorfia con il naso.

Come ogni volta che qualcosa di piccolo e di insignificante s’insinua nella trama di una giornata, questa in particolare, che già mette a dura prova i miei nervi.

 

Treno, metropolitana, tram.

Colloquio di lavoro.

Tram, metropolitana, treno.

 

Mi guardo le mani e sento la patina grigia fatta di polvere e di smog.

Mi sono aggrappata con la mano destra alla barra di metallo per salire sul treno.

Ho appoggiato entrambe le mani sul sedile cercando una posizione comoda per la mia schiena.

Ho percorso senza pensarci tutto il corrimano delle scale della metropolitana.

Non sono una maniaca compulsiva dell’igiene personale.

Solo non sopporto di avere le mani sporche.

Sono una maniaca compulsiva dell’igiene delle mani.

Mettiamola così.

Avvicino pollice ed indice della mano destra finché non si toccano. Faccio dei piccoli cerchi. Sento stridere la patina di polvere e smog.

Detestabile.

 

Ho le mani sporche.

E sono stanca.

Il tram sferraglia, fuori dal finestrino guardo Milano, che non smentisce se stessa con il suo aspetto malaticcio. Il tram rallenta, ondeggia, si ferma all’altezza di una fatiscente fermata. Sale un uomo.

 

E solo adesso mi rendo conto che ero sola sul tram.

Adesso siamo in due a ballare l’hully gully.

Oddio, sono proprio stanca se mi vengono in mente cose simili.

Stanca.

E arrabbiata.

In posizione leggermente obliqua rispetto alla vita.

Obliqua dentro.

 

Treno, metropolitana, tram.

Completo viola scuro, tacchi.

Ventisei anni portati con responsabilità, moderato entusiasmo e una giusta dose di egoismo.

Colloquio di lavoro andato male.

Mani sporche.

Stanca.

Tram, metropolitana, treno.

 

L’uomo mi passa davanti, settant’anni ben portati, capelli bianchi e lo sguardo innocuo negli occhi chiari. Timbra il biglietto, mi passa di nuovo davanti e si siede sulla panca di legno opposta alla mia, leggermente più a sinistra rispetto a me.

Mi sorride.

Gli sorrido.

Si crea sempre questa specie di cortesia formale quando ci si ritrova in pochi su un mezzo di trasporto.

L’avevate mai notato?

No?

Beh, adesso ve l’ho fatto notare io.

Non ho le credenziali sufficienti per lavorare nelle pubbliche relazioni di una casa di moda, ma ho comunque un gran talento per far notare le cose alla gente.

 

Il tram sferraglia di nuovo, tatlanc tatlanc rotaie binario rotaie, rallenta, si ferma, apre le porte. Nessuno sale, nessuno scende, le porte si richiudono. Si riparte, un po’ a fatica, ondeggiando.

E così siam sempre in due a ballare l’hully gully.

Tre, se contiamo l’autista.

Devo smetterla una buona volta di fare questi stupidi colloqui di lavoro.

Umiliarmi con grassi calvi e incapaci direttori del personale di stupide inutili case di moda.

Il salto.

Ecco quello che dovrei fare.

E forse non mi sentirei più così obliqua.

Ho lasciato o non ho lasciato Bologna, con i suoi abitanti rubicondi e cordiali, per venire a vivere a Milano, in mezzo ai miei simili, indifferenti e freddi, e fare il mio lavoro?

Mi piace Milano, mi piacciono questi colori spenti, mi piace che tutti corrono, mi piace che non si guardano mai in faccia. Mi piace sentire il cemento sotto i tacchi, alzare gli occhi e vedere palazzi che vanno oltre il terzo o quarto piano.

Scavallo e accavallo le gambe, ruoto la caviglia destra indolenzita.

Mi piace non dover essere gentile per forza.

Il tram ondeggia, curva, si raddrizza, sferraglia.

Accarezzo il tessuto del mio completo viola.

Il tram si muove a singhiozzi e poi frena di colpo, per un attimo quasi perdo l’equilibrio; alzo gli occhi, settant’anni ben portati, capelli bianchi e lo sguardo innocuo negli occhi chiari: si porta la mano destra sul braccio sinistro, diventa improvvisamente pallido, il viso si contrae in una smorfia di dolore, emette un lamento soffocato dal caos del traffico e si accascia sulla panca di legno.

 

Per una frazione di tempo, tre secondi al massimo, me ne resto immobile e lo guardo, alla ricerca, nella mia banca dati mentale, della giusta cosa da fare.

 

Abbandono la mia staticità da telefilm, mi alzo, mi avvicino all’uomo, mi chino verso di lui e mentre l’autista impreca contro uno dei membri della sacra famiglia e le macchine dietro di noi ci insultano con un lungo e disarmonico concerto di clacson, gli appoggio una mano sulla spalla e sento la mia voce fare la domanda più stupida del mondo:

 

«Si sente male?»

 

Ma poi mi rendo conto che non è una domanda e mi scopro capace di una grossa voce baritonale con cui mi rivolgo all’autista del tram, gli occhi fissi su quegli occhi innocui:

 

«Si sente male! Oh, mi senti!? Qui c’è uno che si sente male!»

 

L’autista esce dalla sua postazione e ci raggiunge, si china anche lui e prima guarda me, poi guarda l’uomo, poi di nuovo guarda me e poi dice:

 

«Gesù! Cos’ha?»

Anche io lo guardo, e penso che non lo so. E rimaniamo così, in silenzio, immobili.

«Ho un attacco di cuore. Ho bisogno di un medico».

È come se ti prendessero per i capelli tirandoti violentemente la testa all’indietro quando qualcuno ti stringe la mano e ti dice: “Ho un attacco di cuore. Ho bisogno di un medico”.

Su un tram, periferia di Milano, completo viola scuro e tacchi alti.

«Chiamo un’ambulanza».

L’autista è decisamente più reattivo di me. Si alza e torna al posto di guida. Lo sento parlare al cellulare mentre io non faccio altro che guardare la mia mano nella sua mano.

 

E non so perché ma riesco solo a pensare che ho le mani sporche.

E non so perché, ma mi dispiace.

 

Lo guardo negli occhi e mi sento come risucchiata da una voragine, una specie di tromba d’aria mentale che mi provoca una violenta sensazione di vertigine.

I clacson dietro di noi non smettono di suonare, l’autista torna e si china di nuovo vicino a me. Ma io non riesco a togliere gli occhi dagli occhi.

«Stanno arrivando. Spero solo che questo traffico non crei problemi, la strada è completamente bloccata, scendo a controllare la situazione».

 

Penso che non voglio che mi lasci sola, penso che non so cosa devo fare, penso che devo riuscire a spostare gli occhi da un’altra parte, penso che voglio che mi lasci la mano, penso che non è la giornata adatta, penso che è tutta colpa del grasso calvo ed incapace direttore del personale della stupida inutile casa di moda, penso che mi sta venendo un crampo ad una gamba, penso che voglio che mi lasci la mano, penso che non sono la persona adatta, penso che devo riuscire a spostare gli occhi da un’altra parte.

Li chiudo, gli occhi, giusto il tempo di spostare la testa, poi li riapro, un brivido mi sale lungo la schiena e inchioda sulla nuca. Metto a fuoco. Vista e situazione. Mi volto di nuovo.

 

«Posso fare qualcosa? Mentre aspettiamo l’ambulanza intendo, posso fare qualcosa?»

Mi guarda e mi sorride, e il sorriso si mescola ad una smorfia di dolore. Per un attimo la pressione intorno alla mia mano aumenta.

«Come ti chiami?»

Faccio, lo so, quell’espressione strana. Come ogni volta che qualcuno mi fa una domanda che non mi aspetto.

«Chiara».

«Io sono Antonio. Sei molto gentile, Chiara. Non ti preoccupare, tra poco arriverà l’ambulanza».

«Sì».

 

Mi sento stupida.

Ruoto il polso per vedere l’ora.

20 e 43.

Quanto tempo è passato da quando l’autista ha chiamato l’ambulanza?

Di nuovo, per un attimo la pressione intorno alla mia mano aumenta.

Lascio perdere l’orologio, mi volto a guardarlo, riesco a sfilare la mia mano dalla sua.

Adesso è sudata, oltre che sporca.

«Forse è meglio se le sbottono un po’ la camicia, magari riesce a respirare meglio» dico mentre con le dita mi avvicino ai primi bottoni della camicia, quelli che gli stringono il collo.

«Grazie».

«Di niente».

Ruoto di nuovo il polso.

20 e 45

 

Vorrei alzarmi, scendere dal tram, camminare, andarmene, cercare un taxi, andarmene a casa, lavarmi le mani, togliermi i vestiti, lanciare le scarpe sul tappeto, telefonare a qualcuno per fare due chiacchiere, farmi una doccia, leggere un libro, cucinare qualcosa.

Guardo Antonio, respira a fatica, anche con la camicia leggermente aperta, vorrei andarmene, ma non riesco nemmeno ad alzarmi.

Ruoto di nuovo il polso.

20 e 47

 

«Scendo un attimo per capire se sta arrivando l’ambulanza».

«Preferirei che restassi».

Fatica a parlare ed è diventato ancora più pallido.

«D’accordo. Rimango. Non credo che tarderanno ad arrivare».

«Parliamo, vuoi?»

«Va bene».

Emette un piccolo ed impercettibile lamento. Cerca la mia mano, la trova. La stringe. Mi guarda.

Parla con un filo di voce, mi devo avvicinare per sentirlo meglio. Mi siedo a terra, la gamba sinistra formicola, provo a massaggiarla ma fa troppo male.

 

Ruoto di nuovo il polso.

20 e 49

 

«Quanti anni hai?»

«26».

«Sei molto giovane. Io ne ho 72, sono tanti eh?»

«Sì, tanti».

Vorrei alzarmi, scendere dal tram, camminare, andarmene, cercare un taxi, andarmene a casa, lavarmi le mani, togliermi i vestiti, lanciare le scarpe sul tappeto, telefonare a qualcuno per fare due chiacchiere, farmi una doccia, leggere un libro, cucinare qualcosa.

«Non sei di Milano, vero? Hai un accento che non riesco a riconoscere».

«Sono di Bologna».

«Deve essere una bella città. Non ci sono mai stato».

«Sì, bella, ma preferisco Milano».

 

Quest’uomo sta morendo.

Questo penso.

Quest’uomo sta morendo e parla per distrarsi.

Per distrarmi.

E di nuovo mi sento molto, molto stupida.

 

«Sei sposata?»

«No».

«Io sì».

Ho un moto istintivo, faccio per alzarmi mentre dico:

«Dobbiamo chiamarla, ho il cellulare in borsa, la dobbiamo chiamare».

Antonio mi trattiene.

«Non ce n’è bisogno, non ce n’è bisogno. Non è in città, è a Torino a trovare nostra figlia. Si preoccuperebbe e basta».

«Ma almeno potreste parlarvi, potreste…»

«Si preoccuperebbe e basta. È molto apprensiva, non voleva neanche partire, non voleva lasciarmi solo».

La pressione intorno alla mia mano aumenta, sento le mie dita strozzate e deformate dalla sua, di mano. Lo guardo, mi avvicino ancora di più.

«Antonio».

«Sì. È stato solo un attimo. Adesso mi sento meglio».

La stretta diminuisce. Il sangue ricomincia a defluire.

Ruoto di nuovo il polso.

20 e 52

 

Mi volto. È passato troppo tempo. E, quasi come se mi avesse sentito, l’autista sale sul tram ma non si avvicina. Mi guarda e mi fa cenno di andare da lui.

«Mi devo allontanare solo un attimo, Antonio, torno subito».

«Certo, Chiara, certo».

Mi alzo, non sento la gamba, la muovo in modo strano. Oscillo pericolosamente sui tacchi, mi aggrappo al palo di metallo, raggiungo l’autista.

 

«La strada è un caos, è tutto bloccato».

«E quindi?»

«E quindi non so quando riuscirà ad arrivare l’ambulanza. Come sta?»

«Sta morendo».

Sento la mia voce, che dice quelle parole.

Di nuovo un brivido mi sale lungo la schiena e inchioda sulla nuca.

Forte, mi scuote, mi fa sentire freddo e poi caldo.

Lo ripeto, voglio sentire di nuovo la mia voce che ripete quelle parole.

«Sta morendo».

È qualcosa di lucido e ben definito.

È la consapevolezza del momento.

Sento tutto il resto scivolare lontano. Il tram, il suono ormai sporadico dei clacson che si sono arresi all’evidenza. Tutto scivola via. L’autista, l’ambulanza che non arriva.

È consapevolezza lucida del momento.

«Arriveranno in tempo».

Guardo l’autista, non gli  rispondo.

«Vado a vedere se trovo un bar, per prendere dell’acqua, forse ha sete».

Continuo a guardarlo, continuo a non rispondergli.

Ruoto di nuovo il polso.

20 e 55

Mi volto e torno da Antonio, mentre l’autista scende di nuovo dal tram e si allontana.

 

«Come ti senti?»

«Come prima».

Mi siedo.

E metto la mia mano nella sua.

«C’è un po’ di traffico, Antonio, dovremmo aspettare ancora un po’».

«Va bene Chiara, aspettiamo».

Mi passo la mano libera tra i capelli.

«Cosa fai nella vita, Chiara?»

«Mi occupo di moda. Pubbliche relazioni».

Antonio mi guarda come un bambino di fronte a qualcosa di sconosciuto.

«Se c’è una sfilata io mi occupo dei giornalisti, di spedire gli inviti».

«Sembra un bel lavoro».

«Sì, lo è».

«Io sono in pensione. Facevo il ferroviere. Anche il ferroviere è un bel lavoro».

«Ti manca?»

«A volte sì. Ma adesso ho più tempo per stare con Emma, mia moglie».

Penso a sua moglie, penso ad Emma, penso che dovrebbe sapere quello che sta succedendo.

«Sei sicuro di non volerla chiamare?»

«Sì, sono sicuro».

Ruoto di nuovo il polso.

21 e 01

 

Antonio si porta di nuovo la mano destra sul braccio sinistro, poi la sposta verso il cuore, si stringe il petto, e il suo viso si deforma in una maschera di dolore, smette di respirare, per un attimo, mi guarda.

«Antonio».

Non mi risponde, non riesce a parlare, mi stringe forte la mano.

«Antonio».

«Devi farmi un favore».

«Dimmi».

«Devi chiamare mia moglie».

«D’accordo, prendo il cellulare».

«No, non adesso. Dopo».

«Non capisco».

«Vorrei che fossi tu a chiamare mia moglie. Dopo».

Capisco.

E faccio la cosa più stupida che mi possa venire in mente di fare. Faccio la stessa cosa che detesto di vedere fare nei film. Nelle scene madri, quando qualcuno sta morendo e lo sa, c’è sempre qualcuno che mente.

«Chiamerai tu tua moglie, dopo, quando arriverai in ospedale».

Antonio mi guarda e sorride, e non riesco a capire come faccia.

«Ho anche io un cellulare, in tasca. Il numero di Emma è nella rubrica. Ci metterà un po’ a rispondere. Ci mette sempre un po’ a capire che è il suo telefono a squillare. Non riesce ad abituarsi».

Potrei insistere, potrei continuare a mentire, ma siamo troppo intelligenti tutti e due, io e Antonio, per pensare di farlo.

«D’accordo».

 

Ruoto di nuovo il polso.

21 e 03

 

«Sei molto forte, Chiara, lo sai?»

«Credo di sì».

«Penso che ti succederanno molte cose belle».

«Lo spero».

«Fidati. Quando si diventa vecchi si riesce a capire molto bene le persone».

«Mi fido».

«Brava. Brava Chiara».

 

Si porta di nuovo la mano al petto, ma questa volta il suo viso rimane immobile. Mi guarda. Mi guarda dritto negli occhi, con i suoi occhi innocui, mi stringe la mano, forte.

Poi è tutto solo questione di respiri.

Il mio e il suo.

Mentre mi guarda negli occhi.

Mentre il viso si distende e la stretta della mano si allenta.

Mentre mi guarda negli occhi e il viso si distende e la stretta della mano si allenta, è tutto solo questione di respiri.

Il mio e il suo.

Mentre ci guardiamo negli occhi.

Mentre gli occhi si chiudono.

E la mano scivola via.

Questione di respiri.

Il mio e il suo.

 

Poi solo il mio.

 

Un vuoto d’aria. Un leggero slittamento.

Non so niente di quest’uomo. So che si chiamava Antonio. Che aveva una moglie, Emma. E una figlia. Ma di lei non so il nome. So che faceva il ferroviere. So che è morto.

Guardandomi negli occhi.

Un vuoto d’aria e un leggero slittamento.

 

Mi guardo le mani.

Sono sporche.

E io sono stanca.

 

Mi alzo. Affondo una mano nella tasca della giacca di Antonio. Prendo il suo cellulare.

Mi volto e vado a sedermi sulla panca. Apro il cellulare e cerco il numero di sua moglie.

Non penso a cosa le dirò. Non penso a come lo dirò.

Penso che devo farlo e basta.

E lo faccio.

Trovo il numero e schiaccio il tasto verde. Guardo Antonio mentre sento il telefono squillare.

Non mi preoccupo, so che ci metterà un po’ a rispondere.

Mi guardo intorno, mentre il telefono squilla, vedo salire l’autista. Lo guardo mentre lui guarda Antonio e si avvicina.

Scuoto leggermente la testa quando si volta a guardarmi. Lo vedo allontanarsi ed appoggiarsi all’obliteratrice.

Sento in lontananza il lamento della sirena dell’ambulanza quando il telefono smette di squillare e la voce di Emma mi preme sull’orecchio e dice:

«Pronto, Antonio. Amore mio».

Penso che è bello che a settant’anni due persone si chiamino ancora amore mentre le rispondo:

«No, signora Emma. Non ci conosciamo, mi chiamo Chiara. Ero sul tram insieme a suo marito. Mi dispiace molto signora Emma».

«Non capisco signorina. È successo qualcosa a mio marito?»

«Sì».

Non riesco a dirlo.

Pensavo che ci sarei riuscita.

Non riesco a dire niente.

Ma scopro che Antonio ha scelto una donna intelligente quanto lui.

«È morto?»

«Sì, signora Emma. Mi dispiace. Ha avuto un infarto».

La sento sussurrare, dolcemente, impercettibilmente, solo una parola, solo un nome.

«Antonio».

«Mi dispiace».

«C’era lei con mio marito?»

«Sì».

«È stata con lui fino alla fine?»

«Sì».

«Grazie».

Rispondo «Prego» ma non è esattamente questo che avrei voluto dire.

«Ha sofferto molto?»

«No. Non credo che abbia sofferto molto».

Il suono intenso dell’ambulanza copre la voce della signora Emma:

«Sta arrivando l’ambulanza? Perché solo adesso?»

«Eravamo bloccati in mezzo al traffico, non sono riusciti ad arrivare in tempo. Mi dispiace».

«Potrei chiederle un favore, signorina...?»

«Chiara, mi chiamo Chiara».

«Signorina Chiara, potrebbe dare il cellulare di mio marito ai medici che lo trasporteranno all’ospedale? Potrebbe dirgli che arriverò il prima possibile? Potrebbe dirgli di farmi sapere in che ospedale lo porteranno? Potrebbe fare questo per me?»

«Certo».

«La ringrazio davvero molto. Per tutto».

«Non deve, signora Emma. Non ho fatto niente, davvero».

«Grazie, grazie».

«Stanno arrivando i medici, signora Emma».

«Sì. Va bene».

«La saluto, signora Emma».

«Sì. Anche io».

«Arrivederci».

«Sì, arrivederci».

Chiudo la telefonata con in testa l’idea della signora Emma che rimane immobile, il telefono appoggiato all’orecchio a incamerare e assorbire l’ossessionante suono della linea interrotta.

 

I paramedici salgono sul tram. Si avvicinano ad Antonio in una sequenza di movimenti sordi. Mi parlano anche, ma io non sento che un brusio lontano. Gli rispondo, non so bene che cosa. Mi dicono che posso scendere. Metto il cellulare di Antonio nella mano del paramedico, gli dico che c’è il numero della moglie, gli dico che è l’ultimo numero che è stato fatto, gli dico che l’ho chiamata, gli dico che dovranno farlo anche loro per dirle dove stanno portando il marito.

 

Prendo la mia borsa e scendo. Passo davanti all’autista, ci guardiamo, non ci diciamo niente. Allungo la mia mano verso la bottiglia d’acqua che tiene appoggiata al petto con l’incavo del braccio. Afferro la bottiglia e mi allontano di qualche passo.

Mi appoggio a una macchina.

Apro la bottiglia. Con la mano destra mi bagno la sinistra. Con la mano sinistra mi bagno la destra.

Appoggio la bottiglia sul tettuccio della macchina.

Mi lavo le mani.

 

E non so perché, ma mi sento meno obliqua.