«Diciamo tutte le parole con la L?»
«Oddio no!» pensa mentre dice “Ok” con uno sbuffo mascherato da sbadiglio.
«Comincio io!» fa lei, che non aspettava altro. «LLLumaca!» esordisce, con la rincorsa.
«Uhm, va bene, Lumachina».
Un altro sospiro, più stemperato, e poi ha inizio il duello: «Lombrico».
«Che schifo!» fintamente inorridita. «Io dico Loretta».
«Ma non vale: quello è il tuo nome, un nome proprio».
«Invece vale! Dobbiamo dire proprio tutte le parole del mondo con la L. Proprio tutte. Questa è la regola!»
«Mah!» pensa Alberto… Le regole… «Alloraaaaa, Luca».
«Latte».
«Lotta».
«Come “lotta”? Ti sei sbagliato, papà: volevi dire “lotto”!» e gli volta la faccia per farsi guardare bene negli occhi. Ha la manina cicciotella, Loretta, le unghie mangiate di fresco e lo smalto rosso più scrostato degli stucchi d’una chiesetta di campagna. È buffa perché è tutta seria.
«Come “lotto”?» “Dobbiamo coniugare pure tutti i verbi?!” pensa inorridendo lui.
«Eh! lotto, il nove, il dieci…»
«Nooo… che dici?! “Lotta”, lotta nel senso di combattimento…»
«Ahhh!» Loretta sorride. Ha capito.
È una bella bambina. Più grande dell’età che ha.
Alberto prova quasi dispiacere per questa sua maturità che s’inerpica su su, partendo da un paio di scarpette numero 32, color rosa confetto.
Prova dispiacere perché spesso gli sembra che questa maturità lo derubi del ruolo di “insegnante” che lui ha di diritto. E per dovere.
Ha costantemente la spiacevole sensazione che lei non abbia bisogno di imparare niente, come se, per qualche misterioso dono, già tutto avesse smesso d’essere una scoperta, come se la sua infanzia fosse finita nello stesso modo in cui finiscono le caramelle nel sacchetto, proprio quando è il momento di mangiarsele e sporcarsi la faccia con lo zucchero. Bella fregatura!
Per questo, quando sbaglia, Alberto sorride, senza correggerla. Preserva i suoi spazi…
Ma se sua moglie se ne accorge sono guai, meglio diventare sordi! È che lei ci tiene…
«Limone».
«Lavoro».
«Lecca-Lecca! E questo vale doppio, perché inizia per due volte con la L!» esclama la ragazzina vittoriosa.
Alberto s’arrende. “In un certo senso, ha ragione lei” pensa.
«Ok, alloraaa, io dico… Licottero!»
«Ma noo, si dice E-licottero, papà!»
«Hai ragione, Lumachina. Allora hai proprio vinto tu! M’arrendo!»
Alberto la guarda scodinzolare via, verso la sua stanza, lasciandosi dietro una scia di puerile beatitudine che le invidia, e torna a concentrarsi sul telegiornale. Basta così poco per farla contenta!
Poi un giorno Loretta torna a casa. Il compito di latino è andato uno schifo: quattromenomeno… Non faceva prima a metterle tre e mezzo, quella scema della prof?
Ad Alberto sale qualcosa dallo stomaco in su; i medici dicono che si tratta di esofagite da reflusso e gli vietano di mangiare insaccati, ma il salame non c’entra niente, perché Alberto se n’è accorto da un pezzo che questo andirivieni gastrico coincide col muso lungo di sua figlia.
Eppure, a pensarci bene, sa perfettamente che non c’è nulla di cui preoccuparsi, come sa perfettamente cosa accadrà a casa sua nei prossimi due, tre giorni.
Loretta uscirà dalla sua stanza solo per tre fondamentali esigenze, che avrà cura di espletare in velocità, ossia mangiare, andare in bagno, telefonare al suo ragazzo, quello con l’orecchino, che cammina un po’ storto, come un bastardino nient’affatto di lusso, anche dopo lo shampoo. Per tutto il resto del tempo, una pila di libri di latino le farà da scudo. Silenzio. E concentrazione.
Quando, passati i tre giorni, deciderà di dissotterrarsi da quella pila di libri, come uno zombie il giorno di Halloween, la ragazzina avrà capito tutto di Cicerone, Seneca e Tacito e tornerà a scuola per tacitare la professoressa.
Sorride un po’ scemo al bisticcio di parole che si è slargato tra i suoi pensieri e cerca di darsi un contegno. Il punto è che proprio non riesce a preoccuparsi.
Sua moglie invece…!
Colpevolizzare è la prima parola che gli sale alle labbra, ma non ci fa niente: inizia con la C.
Alberto entra cauto nella stanza di Loretta e lei è lì, che mette a posto i cassetti del comò, piegando meticolosamente ogni cosa. Non esiste segnale più chiaro di questo: è furibonda!
«Liceale» spara il padre a bruciapelo, come se fosse un insulto di quelli “belli pesanti”.
La ragazza si blocca nel gesto che stava facendo di risistemare dietro l’orecchio una ciocca di capelli scivolata via; fulminea si volta; ha occhi di fuoco e un’espressione che dice chiaramente “Sei impazzito? Ma che vuoi?”
Poi capisce. In un lampo.
«Latino».
«Libro».
«Lapsus».
«Lapis» fa lui rispondendo per le rime. Quando il gioco si fa duro…
«Uhm… se vuoi la guerra… Lucilio» dice lei, abbozzando un sorriso che è subito attenta a dissipare. Solo che stavolta è sicura della vittoria.
Infatti cala un attimo troppo lungo di silenzio.
Lo spezza un “Lucumone”, proferito con tono sicuro dal padre, che nel frattempo si lucida le unghie sulla camicia bianca, ammiccando vistosamente.
È la resa. Loretta capitola con una risata.
E non servono molte altre parole; quelle importanti sono state già dette, ma in silenzio, perché portano in capo la lettera sbagliata e non si può contravvenire alla regola delle regole, si sa.
Il loro è un gioco che va avanti da sempre – almeno per quello che può ricordare – fatto di regole consolidate e condivise, stratificatesi nel tempo, ma mai, neanche una volta, spiegate a voce.
“Ma chi l’avrà iniziato quel gioco? E perché?” si chiede.
Fatto sta che, meglio che in qualsiasi altro modo, loro due riescono a capirsi così. A parlarsi così. Ed è un capirsi leggero.
Che forse si chiama legame.
Loretta è tentata di dirlo, ma qualcosa, uno strano senso del pudore adolescenziale, forse, le si insinua tra le parole e i pensieri; l’unica cosa che riesce a tirare fuori a quel punto è: «Licottero. Licottero, Pa’» mentre annuisce.
Alberto ha notato più di una volta che questo giochetto poteva fornire chiari esempi delle evoluzioni culturali e mentali di entrambi. Lo ha notato con assoluta sicurezza nelle “fasi vistose”, quelle in cui Loretta diventava maniaca di qualcosa o qualcuno.
C’era stata infatti una lunga fase musicale, in cui per esempio lei sparava “Ligabue” e lui rispondeva “Lauzi” e poi, allo sguardo interrogativo della figlia, si sentiva costretto a specificare: «Bruno… Bruno Lauzi, un cantante… dei tempi miei…»
A questa era seguita una fase poetica, in cui al “Lauzi” di lei, faceva da contraltare di tutto rispetto il superclassico “Leopardi” di lui; la fase pittorica, durante la quale lui aveva penato non poco a contrastare il trittico di lei formato da “Lautrec-Leonardo-Lippi” (Filippino) riciclando “Ligabue” (stavolta non quello col microfono ma quello coi pennelli), “Lippi” (the father), “Lorenzetti”, dell’esistenza del quale dubitava egli stesso, ma senza mai mostrare cedimento alcuno!
Il periodo più imbarazzante di tutti, però, risultò essere quello in cui Loretta si era innamorata per la prima volta e molto seriamente. Aveva quindici anni e diceva: «Lago. Luna. Labbra. Letto».
Alberto imbarazzatissimo rispondeva: «Lego, Lana, Lebbra. Lutto!» e un po’ ci si sentiva davvero in lutto: stava diventando sempre più difficile preservare i propri spazi…
Saranno stati i pensieri, il lavoro, le sconfitte, fatto sta che col tempo Alberto è diventato quasi completamente calvo. Ma solo sopra, non ai lati della testa.
E quando la mattina si guarda allo specchio, facendosi il nodo alla cravatta, si sente fuori luogo: a una chierica del genere si addice di più un saio da francescano, solo che a quel punto diventerebbe indispensabile una faccia allegra e uno spirito giocondo, e lui li ha persi entrambi da un pezzo.
“Faccia allegra e spirito giocondo” sospira tra sé. “Lo richiede la regola… Eh! Le regole. Quante regole! Troppe, troppe regole!” pensa, e vorrebbe prendere a pugni il primo che si trova davanti, ma davanti a lui c’è solo un tizio quasi del tutto calvo, incravattato e in ritardo. E Loretta è dietro la porta, che bussa e scalpita.
«Lepre!» la saluta lui uscendo a precipizio dal bagno.
«Liquido!» risponde lei, catapultandosi dentro, verso il water.
Alberto ama i talk show e le televendite di quadri. Lo fanno ridere, soprattutto per gli aggettivi che usano gli strani personaggi che li popolano. A volte costringe la figlia a fargli compagnia, mentre li guarda; vorrebbe che condividesse con lui la sua ilarità, ma lei si innervosisce e dopo un po’ va a chiudersi in camera. In quei momenti si sente “lo strano di casa”.
Alberto odia il telefonino. Soprattutto quando squilla tra le 20.30 e le 21.00.
Va ripetendo in continuazione che quando squilla o significa donna o significa danno.
Nel primo caso generalmente è la moglie che lo ammorba con richieste assurde, come quella di stasera: «Passi a prendere il Vernel grande al supermercato? Il Vernel, mi raccomando, quello verde, non quello rosa, che puzza, invece di profumare. Ma ricordati di consegnare la tessera alla cassa, ché la raccolta punti sta per scadere e dobbiamo arrivare a 18.500 punti se vogliamo la parure della Bassetti, quella matrimoniale per noi e quella coi gattini per Lori. E poi, non fermarti a bla bla bla». Lui ha già ufficiosamente richiuso lo sportelletto, staccato la spina, smesso d’ascoltare. Tutto quello che verrà dopo è superfluo, perché tre domande ormai lo assillano: “Come cazzo pretendi che trovi il supermercato aperto alle nove di sera e che compri il Vernel verde rosa e blu, se per trovare parcheggio devo perdere minimo minimo un altro quarto d’ora? E come pretendi che non mi rompa una gamba se sarò costretto a correre dentro, schivando le maledizioni degli ultimi commessi, entrando in scivolata in uno, due, tre corridoi prima di azzeccare quello giusto e finendo con l’agguantare al volo un flacone di un qualche colore, purché pastello, sperando che profumi, senza neanche poterne leggere il nome sulla confezione?”
E numero tre: “Vogliamo!? CHI vuole la parure della Bassetti? A me non me ne frega niente, e ti dico tranquillamente ‘Vai al negozio e comprati ‘sta benedetta parure’ ché di sicuro costa meno di 18.500 punti, che, tradotti in soldoni, fanno ben 18.500 euro regalati al supermercato, se si considera che su ogni scontrino si prende un punto per ogni euro di spesa effettuata e che i centesimi non fanno cumulo!”
…Ed è qui che diventa perfino difficile discernere tra donna e danno.
Poi ci sono i danni puri, quelli che si sa che non ti faranno dormire la notte successiva e hanno attaccata alla cornetta la voce sbilenca del tuo capo, che ti cazzia per qualche stronzata che, la maggior parte delle volte, non hai neanche fatto tu!
Invece ora, mentre corre verso il supermercato, a parlargli nell’orecchio è una voce d’uomo, profonda e sicura, come quella di uno che ha tanti capelli.
Resta interdetto, Alberto, e chissà perché pensa ad una parola che potrebbe capire solo sua figlia, ma rimane in silenzio, in attesa di una pausa per infilarci dentro un «Guardi che ha sbagliato numero!»
“Lamento” però gli ronza sempre più prepotente nelle orecchie, sopra le tempie e in mezzo alla fronte: fa fatica, una fatica tremenda, Alberto, a prestare la necessaria attenzione al profluvio di parole di questo rompiscatole al telefono.
Poi pian piano, come a rallentatore, capisce. Incidente. Ospedale. Loretta. Speranze.
Correre.
E Alberto corre.
Le strade della sua città non le conosce tutte, ma al Policlinico ci arriva senza incertezze, come se ci avesse abitato fin da quando era bambino; e non ricorda niente. Dove ha svoltato, dove ha parcheggiato. Da dove è salito. Pensa solo Vernel. Telefonare. Moglie. Ma non pesca il cellulare dalla tasca. Ha le braccia atrofizzate. Come il cervello.
Poi la vede, vede sua moglie, senza Vernel ma con suo fratello al fianco e un fazzoletto stretto in mano, davanti una porta. Pensa “Loretta”. Chiede cogli occhi “Che è successo?” Ma sua moglie e suo cognato ne sanno quanto lui.
Sente solo passi che si avvicinano e lo sorpassano, le voci non riesce a coglierle. Poi arriva un dottore grasso e barbuto; ha il camice aperto, come due ali, ma non è un angelo. Sotto si intravede un maglione color cachi infeltrito, brutto. Alberto si sente strano, come se annegasse in un magma color cachi. In un fluido caldo color cachi… senza la possibilità di liberarsi. Un magma vivo che l’inghiotte e lo strangola e lo smorza e lo sfinisce.
Due cose continuano a crescere ininterrottamente senza che intervenga un atto di volontà, e queste due cose sono i capelli e le unghie di Loretta, che la madre taglia e sistema ogni santo giorno, con cura.
E un pensiero.
Anche il padre va a trovarla tutti i giorni. Lui invece i capelli li ha persi ormai del tutto, insieme a molte notti di sonno.
Loretta da un po’ di tempo ha il morale sottoterra.
Da quando lo ha detto ad Alberto, lui, tutte le volte che passa a trovarla, le chiede: «Come va la talpa?» Ogni tanto Loretta sorride col lato destro della bocca, l’unico che riesce ancora a governare, ma il più delle volte non risponde e guarda fuori, assente. O così sembra.
In realtà Loretta cerca tutti i giorni d’afferrare il raggio verde, l’ultimo sussulto del sole prima di salutare e sparire dietro il sipario della notte.
Lo trova importante, le richiede concentrazione e sforzo. E non sempre ci riesce, ma lei ci prova. Ci prova – ogni giorno – ad afferrarlo.
Passa un bel po’ di tempo così, senza che all’apparenza accada qualcosa di rilevante; finché un giorno – un giorno come tutti gli altri, un giorno in cui Alberto cerca di far interessare sua figlia alle sue chiacchiere che le raccontano la vita, la vita fuori dal biancore di quelle lenzuola – succede una strana cosa. Loretta rompe il silenzio. Dice: «Lembo».
Alberto non se lo ricordava più.
Non ricordava più quel gioco. Quanto tempo era trascorso dall’ultima volta che avevano detto “Licottero”?
Erano quattro anni, sette mesi e diciotto giorni.
Quattro anni, sette mesi e diciotto giorni che Loretta aveva intrapreso una sistematica battaglia nei confronti della parola. Perché detestava sentirsi parlare. E detestava la sua bocca che le restituiva, non volute, parole “storte”, difficili, gonfie.
Gli amici, i compagni d’università, il fidanzato, all’inizio le erano stati vicini, passavano a trovarla, facevano finta di capire quel che diceva e le rispondevano sempre fischi per fiaschi. Facevano anche finta che lei non fosse paralizzata dal collo in giù. Ma facevano finta in modo pessimo.
Era stato quasi un sollievo quando quelle visite s’erano diradate, e in alcuni casi erano cessate, e lei aveva sentito allungarsi il tempo.
Come un elastico.
Come uno di quei giochetti appiccicosi che trovava nei pacchetti di patatine quando era piccola.
Lungo. Ecco com’è il tempo.
Ma non vuoto. È pieno di tanti tasselli fatti di cose semplici. O meglio semplici per gli altri, per quelli che non vanno a schiantarsi con un motorino su un marciapiede basso, ma così basso che neanche si vede.
Però si sente. La tua colonna vertebrale, cazzo, come lo sente!
Alberto dice: «Lento».
Lei: «Languire».
Lui: «Lottare».
Lei: «Lacrime. Lesioni».
Lui: «Laurea. Lezioni!»
Lei, scuotendo la testa: «Leucociti, limiti».
Lui non sa più che rispondere.
Quante parole con la L conosce? Eppure non gli servono a niente. A niente! Come fa a dire a sua figlia che la vita è bella e che lei deve lottare e sperare che un giorno sentirà le gambe, di nuovo. Sentirà le mani, e le serviranno per fare una carezza o preparare una minestra? La speranza l’ha persa anche lui. I medici sono stati chiari. Fin da subito.
Dice “Loretta”…
«Non vale» risponde lei, sorridendo lieve. «È già stata detta!»
Alberto non parla. Di nuovo si sente prendere da sabbie mobili color cachi, che lo afferrano per fagocitarlo.
Brutta, bruttissima sensazione. Quasi ancestrale. Remota.
«Lasciami andare…»
Alberto non capisce, o forse sì. Dice con un filo di voce: «Non si accettano frasi, solo parole. È la regola!»
«Non ho mai capito perché non dici legge invece di regola!» fa lei, che è sempre lei, sempre ironica e pungente.
«Dico Lacci».
«E io Libertà…»
«Ti ripeto Lotta!» e una lacrima gli scivola via, senza che lo voglia. Se ne vergogna.
«No! Lesioni, Lividi, Lenzuola, Letto, Lazzaretto! È tutto quello che vedo da quattro anni. Sono stanca. Lasciami andare! Fatemi riposare…»
Ha visto in quegli occhi tante espressioni diverse, Alberto: rabbia, felicità, innamoramenti rapidi e duraturi, determinazione e disapprovazione. Ma mai hanno implorato, prima.
Pensa: “Legge. Laico. Lutto”… ma sta zitto. Pensa: “Che c’entra quella parola, se inizia per E? Che c’entra con noi due?”
Pensa alla parola Pietà e non gli viene neanche un sinonimo alle labbra.
Loretta lo guarda. E gli occhi di Loretta lo invadono.
Cos’è un uomo quando ragiona e pensa e agisce da uomo? E cos’è quando lo fa da padre? E cosa quando lo fa da cittadino o da cristiano o da titano?
Ci sono dei fili che partono dalla gola di Loretta e finiscono dentro una macchina. Ce ne sono altri che fanno la spola tra il suo braccio, una flebo e un marchingegno dal rumore sottile. Ci sono dei fiorellini bianchi di campagna in un vaso sopra il comodino di formica azzurro e lei ha il viso pallido e i capelli lunghissimi e neri, quando Alberto si alza.
È morto.
È morto eppure si alza. E con la forza dei fantasmi che non riescono ad abbandonare il mondo dei vivi stacca la flebo, stacca qualche altro filo, a caso. Poi aspetta.
Gli occhi fissi negli occhi di Loretta, Alberto la vede andarsene via. Libera, finalmente.
Lei ha un sorriso strano sulle labbra, lui un profondo senso di solitudine e d’errore.
Sa che sua moglie non lo capirà. Non lo approverà. Sa che non finirà tutto lì, proprio come sa che ogni raggio verde è verde di una speranza che adesso lui ha spezzato, con un semplice movimento del polso. Così.
Mezzo inebetito e senza lacrime dice “Licottero”.
Deve dirlo. Lo dice a nessuno. Però lo dice. Perché è l’ultima parola che lo lega a sua figlia; la guarda: lei se ne sta lì, col suo sorriso strano e muta. Eppure alla gola le era salita una parola, nello stesso istante in cui il padre staccava l’ultimo filo…
Era una parola che mancava.
Che a lei mancava da tanto di quel tempo!
E avrebbe vinto di sicuro se avesse potuto dire quel che vedeva, quel raggio verde, che pian piano si faceva candido, che sembrava, che era
Luce.