Mari Accardi

Le catene delle bici dovrebbero avere una chiave sola

 

Uan

 

Sull’autobus c’era un tizio che aveva una maglietta con la mia faccia. «Noti qualcosa di strano?» gli ho chiesto, indicando la sua maglietta e me. «No, perché?» È sceso alla fermata successiva come se niente fosse. Era strano vedermi indosso a uno sconosciuto ma lì per lì non mi sono fatta domande. Nel disegno oltretutto avevo i capelli biondi a caschetto e facevo schifo.

Mentre guardavo i prezzi dei divani al Balon ci ho pensato ancora, poco in realtà. Costanza mi ha chiamato per dirmi di lasciar perdere che aveva visto un divano gonfiabile a venti euro. Cinque piani senza ascensore si potevano affrontare solo così. «Va bene» ho detto e sono tornata a casa. 

 

Ciu

 

Per il trasloco ho riempito dieci cartoni, senza criterio. I vestiti, estivi e invernali, li ho fatti entrare a forza nel trolley rosso con una ruota sola che ho avvolto con il nastro adesivo dello stesso colore. Alcuni vestiti li ho buttati perché erano macchiati. Ho buttato anche delle scarpe scolorite e le lenzuola a due piazze. Nella nuova casa mi è toccata la stanza più piccola: Costanza col cane aveva bisogno di spazio e anche Laura perché diceva che lei aveva il fidanzato e io no. Per scusarsi ha detto che tanto per me non sarebbe stato un problema. Quando ce l’avevo anch’io il fidanzato spesso dormivamo a casa di lui, in una brandina. Preferivamo così. Laura diceva che doveva essere proprio amore se riuscivamo a dormire ogni sera abbracciati, soprattutto a luglio. Neanche il tempo di rifletterci che lui mi ha lasciato. La dimensione del letto non ha avuto importanza.

Ho staccato i poster dalle pareti e ho passato l’aspirapolvere e lo straccio. In cinque ore avevo ripulito una stanza lurida di tre anni. Ero stanchissima. Dopo la doccia mi sono ricordata che avevo buttato anche l’accappatoio e gli asciugamani. Mi sono asciugata con un rotolo di carta igienica ma avevo pezzi di bianco raggrumato in tutto il corpo. Di sera, con la luce spenta e l’odore di detersivo agli agrumi, mi sono seduta sul davanzale della finestra a fumare una sigaretta. Il fidanzato di Laura, Giuliano, è entrato di corsa e mi ha chiesto se andava tutto bene. Gli ho offerto una sigaretta e se l’è fumata accanto a me in silenzio. Entrambi guardavamo la mia bici legata al palo della segnaletica. Poi mi ha chiesto come mai questa fretta visto che traslocavo fra una settimana. Non avevo neppure vestiti di ricambio.

«Boh» ho risposto.

Si è messo a ridere e mi ha portato un bicchiere di Tavernello, rimasto da solo nel mio scomparto del frigo.

Per una settimana avrei indossato gli stessi vestiti che avevo addosso. Le mutande le avrei lavate ogni sera. Al limite una sera sì e una sera no.

Giuliano si è offerto di aiutarmi a togliere il nastro adesivo.

«Non sai che riaprire le valigie appena chiuse porta sfortuna?»

«Chi te l’ha detto?»

Non me l’aveva detto nessuno ma l’ultima passata di straccio aveva sancito il distacco definitivo da quella casa. Per una settimana mi accollavo di vivere come un fantasma, né di qua né di là. Come quando tre anni fa mi sono trasferita a Torino e per un sacco di tempo non ho fatto altro che aspettare le vacanze per tornare a Palermo. A Palermo poi mi sentivo spaesata perché ero solo di passaggio e non stavo né di là né di qua. Un giorno ho deciso di scegliere Torino e la città mi ha premiato facendomi incontrare il compagno di brandina accanto al palo della segnaletica. Si era perso prendendo un autobus sbagliato. Anche se il premio è durato poco ho ringraziato lo stesso.

«Mi sembra una grande stronzata» ha detto Giuliano. «Secondo me il tizio ti ha mollato per evitarsi il trasloco».

Ho fatto una mezza risata e ci siamo fumati un’altra sigaretta in silenzio. Se c’era Laura lui non mi chiedeva mai come stavo e neanche lei poteva. Si doveva far finta che la mia tristezza non esisteva perché secondo lui con me ci volevano le maniere forti. Lei per non farsi sgamare mi telefonava dal bagno e mi diceva piangi piangi, io non ti dico niente ma tu piangi. «Non riesco a piangere a comando» le dicevo. «Lo so che stai malissimo perché ci avevi creduto. Ci avevo creduto anch’io...» e piangeva per prima. Poi piangevo anch’io ma non stavo meglio quando finiva la telefonata. Forse aveva ragione Giuliano. Gli ho accarezzato la spalla e lui ha capito. Laura è tornata dal lavoro e ci siamo detti buonanotte.

Mi sono stesa sul materasso azzurro sporco di vecchio e di qualcos’altro. Nuda per non sudare i vestiti. A ogni scampanellio proveniente da fuori pensavo che qualcuno mi stesse rubando la bici. Magari il compagno di brandina a cui avevo dato la seconda chiave della catena per sentirci vicini anche se abitavamo nella parte opposta della città. Se ritrovavo la bici ritrovavo anche lui, una specie di caccia al tesoro. Mi affacciavo ansimando con un braccio sul seno e la bici era sempre al suo posto. La cosa più sensata da fare era comprare un’altra catena e non pensarci più. Aspettavo di finire il trasloco: possibile che scampata la manovalanza si sarebbe fatto vivo. Tutto era possibile.

 

Tri

 

In quel vuoto non c’erano neanche le zanzare a farmi compagnia. Un mio amico diceva che non mi mordevano perché ero acida. Nel frattempo ho imparato a pettinarmi i capelli, sorridere e fare le torte. Non ero io quella acida. Ho pregato di risvegliarmi piena di parole così avrei chiamato il mio amico e gli avrei detto che si sbagliava.

Alle sette e mezza mi ha chiamato Costanza che non dorme mai perché è ansiosa.

«Scusa l’ora, ma pensavo che neanche tu per adesso dovevi essere messa bene ad ansia».

Cercavo tracce di prurito ma niente: la mia pelle era liscia.

«A te mordono le zanzare?»

«Mi prendi in giro?... Mi spruzzo tre spray diversi, uno comprato dal biologico, uno al supermercato e un altro fatto da mia nonna con non so cosa. Allontano solo la gente per la puzza».

Anche il mio compagno di brandina aveva comprato lo spray biologico che odorava di detersivo agli agrumi, la mattina si svegliava con la varicella e io no. Diceva che i mosquitos se si era in coppia si accanivano su una persona sola, che guarda caso era sempre e comunque lui.

«I protect you» farfugliava sfiorandomi le guance.

Gli ho spiegato la teoria del mio amico per farmi coccolare ma lui non sapeva il significato di “acida”. Quando mi è venuta la parola in inglese si stava facendo la doccia e ormai non aveva più senso. La laurea in lingue mi era servita solo per abbordarlo.

 

For

 

«Ho pensato questo durante la mia solita notte insonne: il divano di plastica porta calore e si appiccica alla pelle e fa srack. Mi dà fastidio».

«Fa srack

«Sì. Tu come diresti?»

«Forse direi anch’io srack».

Non capivo perché il divano era diventato il nostro problema principale quando nella nuova casa mancavano il forno, mezzo frigo, il tavolo con le sedie, gli stipetti e le lampade. Mi chiedevo se non era stata una pazzia preferire la posizione alla funzionalità. E il prezzo non era un affare, considerando che nessuna delle tre aveva un lavoro fisso. A qualsiasi dubbio Laura rispondeva: «Vuoi mettere? Affacciarsi al balcone e vedere la Mole invece dei bagni municipali...»

«Secondo te abbiamo fatto una pazzia, Costanza?»

«L’unica pazzia è aver preso me e Rama come coinquiline».

Una volta ho sognato me, Laura e Costanza che cucinavamo riso integrale in un fornellino da campeggio dentro una capanna di paglia in cima a un albero. Rama abbaiava da giù perché voleva salire e Costanza con le lacrime le diceva che non c’era spazio. Io le facevo notare che anche volendo non c’era la scala e Costanza mi chiedeva: noi come siamo salite? L’albero era alto come la Mole, senza rami. Non trovare una risposta mi toglieva il respiro e Costanza insisteva: come siamo salite, come siamo salite noi?

«Quindi, che si fa col divano?»

«Poi ci pensiamo».

«Poi quando?»

«Poi, poi».

Tanto durante la giornata mi avrebbe chiamato altre dieci volte.

 

Faiv

 

Sono scesa per fare colazione, il signore del bar oggi camminava col bastone. «Stavo prendendo il sacco dell’immondizia per buttarlo... ma chi se l’immaginava che era così pesante?» ha detto un po’ a me e un po’ all’operaio col casco giallo al bancone. Ho ordinato un caffè doppio e sono rimasta ferma davanti alle paste con il tovagliolo in mano e il braccio alzato a metà. Non avevo fame. Quando l’operaio si è seduto a leggere il giornale, ho detto al signore che stavo per cambiare casa. Ci è rimasto male, ero una delle poche clienti giovani, ha commentato. Io e Laura. L’operaio ha sfogliato una pagina rumorosamente e si è tolto il casco. Aveva i capelli castano scuro rasati ai lati, senza un capello bianco.

«Dopo tre anni eravamo stufe di prendere il taxi di notte e stare in sei con un bagno».

«Sono già passati tre anni?»

«Sì».

«E in tre anni non avete conosciuto nessuno che vi riaccompagna in macchina? Il fidanzato a che serve? Gli amici?»

Giuliano non usciva mai, il mio fidanzato guidava il monociclo e gli amici erano tutti a piedi e non avevano voglia di arrivare fin qua.

«Dove andate a stare adesso?»

«Piazza Vittorio».

«Pensa che da piccolo vivevo lì e mia madre se n’è voluta andare perché si sentiva in una cartolina, le sembrava finto. E io in fondo la penso come lei: in centro ci vai a passeggiare non a vivere. Per quello ci si trova un angolo defilato».

Gli ho spiegato che in tutta la mia vita, per un motivo o per un altro, non avevo mai abitato in centro. A Palermo stavo in periferia, ma non contava perché non ero un ospite e avevo la macchina, a Milano all’ultima fermata della metro, dopo due cambi, in Irlanda in un paesino sperduto a mezz’ora da Dublino e a mezz’ora dalla fermata dell’autobus, a Zaragoza quasi al confine con un altro paese. Secondo me ti potevi permettere di abitare lontano solo se vivevi con gente simpatica, avevi molti amici e soprattutto non eri depresso, sennò rischiavi di isolarti. Come infatti era successo. Mio padre diceva che erano tutte scuse, che lo facevo apposta a tenermi in disparte perché in realtà ero pigra. Volevo vedere se cambiando quartiere diventavo più attiva. Mio padre era scettico. Col signore, d’altronde, era la prima volta che chiacchieravamo. In tre anni ci eravamo detti solo buongiorno e lo studio come va. Se sapeva qualcosa di me la sapeva grazie a Laura che faceva facilmente amicizia coi commessi e gli impiegati. Quando la vedevano per strada, anche se il negozio straripava di clienti, si affacciavano alla porta per salutarla e se ero con lei salutavano anche me chiamandomi per nome. Probabilmente sapevano che mi ero lasciata perché quella dell’erboristeria un giorno mi ha rincorso per regalarmi una candela dalla fiamma verde che scaccia i pensieri, ha detto. Quando l’ho accesa e ho visto che la fiamma era gialla l’ho messa nel lavandino al posto del sapone che in quella casa non c’era mai stato.

L’operaio è uscito facendo una serie di flessioni col battito di mani. Io e il signore l’abbiamo guardato fisso poi subito nel vuoto. Mi ha offerto un cappuccino con la polvere di cioccolato.

«Tuo padre non è scemo, ti conosce. Per cambiare basta spostarsi di qualche metro, voltare l’angolo... Finché non devi usare un bastone il centro è comunque vicino...» ha tirato il bastone contro il muro e si è seduto di peso su uno sgabello. «Vienimi a salutare prima che vai via».

 

Sics

 

Cambiavo bar ma non parlavo più con nessuno. Bevevo solo succhi di frutta, le cose solide non riuscivo a inghiottirle. Laura diceva che la cosa positiva del lasciarsi era il dimagrimento. Dovevo approfittare di questo momento per diventare splendida così quello scemo si sarebbe mangiato le mani. Giuliano la guardava come se fosse pazza. Poi li ho sentiti litigare in camera. Gridavano dando colpi sui mobili. Lui la accusava di mettermi in testa idee bacate, che io non dovevo diventare splendida per riconquistare il compagno di brandina perché non era una questione di splendore. Era finita, basta, avanti un altro. Dovevo ragionare così. Ero già splendida. «Chiunque si lava è splendido». Qui hanno iniziato a ridere forte e hanno continuato per un bel pezzo. Mi sono messa davanti la loro porta indecisa se bussare ed entrare. Poi non l’ho fatto perché magari erano nudi, anche se non riuscivo a immaginare Laura senza vestiti. La mattina la trovavo truccata in sottana di pizzo coordinata alla biancheria intima. L’unica volta che ho messo una sottana cercando di imitare Laura il compagno ha detto che sembravo sua madre e gli facevo impressione. È stata la prima cosa che ho buttato nella pulizia da trasloco.

Dopo essermi lavata, asciugandomi nel materasso, ho offerto alle zanzare il mio splendore. Poi ho mandato un messaggio al mio amico chiedendogli se almeno ero splendida oltre che acida. Mi ha risposto l’indomani mattina con “chiunque si lava è splendido.” Doveva essere lo slogan di qualche pubblicità o la frase di un telefilm che non conoscevo.

 

Seven

 

Con la bici ho calcolato i percorsi che dalla nuova casa mi avrebbero portato al supermercato più vicino, al calzolaio, alla lavanderia e in altre mille posti in cui non sono mai stata ma che non si poteva mai sapere, tipo dall’orologiaio anche se non avevo orologi, da quello che vende attrezzature sportive e dal gommista per auto. C’era una parte della città che avevo recintato mentalmente con il nastro giallo, alcuni dei miei negozi preferiti erano qualche metro più in là della linea divisoria ma ho dovuto depennarli, anche il bar dove fanno i cornetti al pistacchio e il parco con le altalene. In quest’ultimo anno torinese sono stata più qui che altro, prima sperando di incontrare il compagno di brandina perché sapevo che abitava in zona, ma non si è mai fatto vedere, poi una volta trovato. La casa nuova l’ho presa a trecento metri da lui; mi sentivo già a mio agio con il vicinato. Avevo formulato una lista di pro senza considerare gli imprevisti.

«Non posso evitarlo per sempre».

«Cara mia, secondo te perché cammino con la cartina?» mi ha detto Costanza alla sua quarta telefonata in un’ora. Nella cartolina di Piazza Vittorio c’ero io con i paraocchi che mi facevo guidare da Rama.

Per farmi coraggio sono entrata in un negozio di roba cinese che si trovava al limite tra la parte permessa e quella no. Qui avevo visto un ciondolo di plastica a forma di pezzo di polipo, grande quanto la mia unghia del mignolo. Il compagno di brandina aveva un sacchetto pieno di monete e voleva regalarmelo. Quando ha scoperto il prezzo ha attorcigliato l’impugnatura del sacchetto e mi ha offerto un latte di mandorla al bar. Se di notte mi trovava con gli occhi aperti diceva: «I know che stai pensando al pezzo di pesce. Ci stavo pensando davvero».

Ho comprato il ciondolo tutto d’un fiato, pentendomene subito. Lo guardavo e avevo in bocca il sapore della mandorla. Il commesso mi ha visto pensierosa e ha detto che quel ciondolo portava fortuna: «lo usavano i pescatori o i marinai prima di imbarcarsi». Non ci credevo. Neanche Costanza ci credeva quando gliel’ho raccontato al telefono però secondo lei un ciondolo a forma di pezzo di polipo doveva avere per forza qualche significato.

 

Eit

 

Mentre uscivo dal negozio ho ripensato alla faccenda della maglietta con la mia faccia e mi sono chiesta come mai ce l’avesse uno sconosciuto. Se c’era qualcosa da ricordare io proprio non la ricordavo.

 

 

 

Nain

 

I miei coinquilini al completo erano in cucina; cosa rara beccarli nello stesso momento. Laura, Giuliano, la coppia e Paolo. Hanno detto lo stesso quando sono entrata. Stavano mangiando ognuno il suo cibo.

«Ne vuoi un po’?» mi ha detto Laura offrendomi una forchettata di pasta.

«No, grazie». Ho aperto il frigo per abitudine anche se il mio scomparto era vuoto e ci ho trovato una confezione sana di Tavernello. Ho guardato Giuliano e mi ha fatto ok con la mano. Mi sono seduta a bere per terra, davanti al balcone. Di solito si mangiava chiusi in camera. Le camere erano sempre chiuse. Quando Costanza è venuta a trovarci si è preoccupata.

«Io me ne sto andando dal monolocale per non stare da sola. Voglio fare la spesa insieme, due chiacchiere senza bisogno di bussare ogni volta. Voglio una casa casa, tipo famiglia. Mi capite?»

«Non avremo molte alternative per la spesa: il frigo è in miniatura» ha detto Laura per sdrammatizzare. Non credo le fregasse molto: Giuliano stava andando a vivere nella casa di sua nonna e anche se non la voleva come convivente lei avrebbe avuto il suo armadio personale. Va bene stare giorno e notte insieme, ma avere due case separate fa durare il rapporto, diceva diplomatica. Solo perché lui la pensava così.

La coppia stava mangiando una zuppa di lenticchie, Paolo la coppa Malù. Raccontava di una ragazza con cui usciva da un paio di settimane. Si vedevano ogni sera alle sette da Oviesse, mangiavano un gelato, si sedevano su una panchina e si davano un bacio solo. Lui aveva provato a portarla a casa ma lei diceva che si sentiva a suo agio solo se vedeva passare la gente. Allora Paolo aveva provato a cercare una panchina abbastanza isolata per darle più di un bacio e lei si era messa a piangere. Si è preso un’altra coppa Malù, alla vaniglia, e ha strofinato i capelli sulla ragazza della coppia che glieli ha accarezzati. Il suo ragazzo non era geloso di Paolo.

«Le ho detto che era meglio lasciar perdere, però mi sento in colpa».

«Ma quali sensi di colpa...» gli diceva Giuliano «dove siamo, all’asilo? Di gente pazza è pieno così: ogni tre pazze ne becchi una normale. Cioè, rispetto alle altre..» ha detto guardando Laura che gli ha dato uno schiaffo sulla schiena. Hanno continuato a prendersi a schiaffi mentre Paolo elencava tutte le ragazze che si era portato a casa quest’anno. Io non ne ricordavo così tante. Forse ero rimasta troppo tempo chiusa in camera. Ognuno ha raccontato la sua esperienza con un pazzo. Quella di Laura che si faceva crocifiggere su una tela per dipingere la sapevo a memoria. Giuliano quando stava a Londra aveva avuto una storia con una che mangiava solo cibo arancione. Londra era piena di fuori di testa, diceva. La coppia raccontava di una loro amica a cui il fidanzato senza motivo aveva rasato i capelli. Io stavo zitta, sentivo i vestiti appiccicarsi al corpo e fare srack. In compenso ho offerto il Tavernello a tutti. L’ha accettato solo Giuliano.

Si chiacchierava unicamente per parlare di problemi amorosi. Più spesso Paolo, Laura prima di conoscere Giuliano. Per una sera diventavamo intimi; ci abbracciavamo, condividevamo i nostri cibi come se fosse ovvio. Il giorno dopo ci incontravamo davanti al frigo con l’Ipod nelle orecchie e non ci facevamo neanche ciao con la mano. Credo dipendesse dalla struttura della casa: le case senza ingresso, con le camere ai lati del corridoio e la cucina stretta non favoriscono la socializzazione. Ce l’aveva detto l’agente immobiliare per convincerci che l’appartamento di Piazza Vittorio anche se minuscolo aveva un’energia inclusiva. Nell’ingresso era compresa la cucina, il salone e il bagno. Ci siamo fatte scattare una foto per vedere che effetto faceva. Appoggiate al lavandino di marmo, mano nella mano, con Rama sulle spalle di Costanza, col collare nero ricamato a strass, e il pavimento a spirale marrone e bianco. Sembravamo studentesse parigine negli anni cinquanta e in coro abbiamo detto sì. Immaginavamo una nuova vita bohémien fatta di sigarette col bocchino, discorsi sull’arte e via vai di artisti – quelli che si accollavano cinque piani a piedi. Io ci immaginavo anche i giocolieri, solo che le clave avrebbero sbattuto sul soffitto basso.

«E tu?» mi ha chiesto Paolo. Pensavo volesse chiedermi come stavo e ho scrollato le spalle. Invece voleva sapere cos’era il dettaglio che mi faceva innamorare di una persona, pazza o no.

«Se mi fa usare il suo spazzolino, mi fa mangiare nel suo stesso piatto e...»

«Che schifo usare lo stesso spazzolino...» hanno detto un po’ all’unisono. Lavarsi i denti con lo stesso spazzolino era più intimo di qualsiasi altra cosa, per me. Valeva anche per gli amici. Non sapevo come la pensava Costanza, ma anch’io avevo bisogno di una casa tipo famiglia, andare al supermercato e inventarsi le ricette sul momento.

È squillato il cellulare di Paolo che si è allontanato in balcone e piano piano ce ne siamo andati via tutti. Le porte avevano la maniglia difettosa così per chiuderle si doveva tirare forte. Era un rumore che ogni volta mi faceva sussultare.

 

Ten

 

Mi innamoravo se qualcuno mi puliva la faccia con la saliva, mi aggiustava il colletto della camicia, mi dava la mano anche se era sudata, voleva regalarmi un ciondolo a forma di pezzo di polipo. E se di notte si girava quando mi giravo io, per non sciogliere il cucchiaio.

 

 

 

 

Ileven

 

Nella mia stanza le scatole erano disposte in modo regolare, un ordine simmetrico che creava disturbo. Le ho sparse alla rinfusa e una nuvola di polvere ha travolto una zanzara. Non poteva morire in questo modo, la polvere non aveva mai ucciso nessuno. Con molta delicatezza l’ho poggiata sul mio polso, sperando che l’odore della pelle la facesse rinsavire.

Di mattina era scomparsa; l’ho cercata nel materasso, sotto il letto, per terra. Avevo sempre gli occhi appannati quando mi svegliavo così per evitare di schiacciarla sono rimasta immobile.

 

Tuelv

 

Non riuscivo a togliermi l’immagine della mia faccia sulla maglietta. Mi sforzavo di ricordare quando l’avessi fatta e a chi l’avessi regalata ma era inutile. Peraltro non avevo mai avuto il caschetto biondo. Mi faceva talmente male la testa a furia di sforzarmi che ho sciolto tre cucchiai di camomilla nell’acqua fredda.

Mi piaceva disegnare la mia faccia: la ritagliavo nel cartoncino e la incollavo nei quaderni, nelle bottiglie, nello zaino. L’avevo disegnata su alcune magliette, credo due, con i colori per la stoffa. Una l’avevo regalata al mio primo fidanzato, forse anche al secondo, non ero sicura.

L’unico fidanzato che avevo avuto a Torino, il terzo, era il compagno di brandina. In un mese gli avevo regalato un libro, un accendino a forma di accendigas, un crocifisso col simbolo dei pirati, un cd, un disegno di lui abbracciato a me che teneva in equilibrio un ombrello sulla testa, una rosa e un burattino con i suoi stessi occhiali. Non ricordavo altro. Volevo che dovunque si girasse pensasse a me. Volevo rimanere in qualche modo permanente nella sua vita anche se non fossimo stati più insieme. L’idea che un mio possibile regalo passeggiasse addosso a uno che non conoscevo mi faceva venire mal di stomaco. Un mese di fidanzamento poteva anche essere poco, ma non così poco da abbandonare pezzi di me impressi su stoffa o su qualsiasi altra cosa.

Il giorno in cui mi ha lasciata gli avevo riportato i boxer, la canottiera e il cappello da spettacoli che si era scordato a casa mia. Doveva partire e pensavo gli servissero; se avessi saputo che stava per lasciarmi li avrei tenuti con me, il distacco sarebbe stato meno brusco. Almeno il cappello. Ho setacciato bene la stanza mentre preparavo le scatole, in cerca di oggetti piccoli: monete, sigarette, scontrini, peli. Di lui mi era rimasto solo il ricordo, proprio ora che la memoria perdeva colpi.

Ho gridato «c’è qualcuno?» in corridoio. Paolo è uscito dalla stanza in mutande dicendo che doveva sbrigarsi.

Ho chiamato Costanza in lacrime, ha detto che se andavo da lei mi dava un ansiolitico. C’era troppa strada da fare. Parlavo a raffica bevendo il Tavernello a stomaco vuoto. Molte parole non si capivano e lei me le faceva ripetere, con tatto. I regali erano sacri, abbandonare un regalo era come infilzare una bambolina voodoo con uno spillo. E io mi sentivo così: infilzata di spilli. Costanza cercava di farmi ragionare; prima di disperarmi dovevo essere sicura. Come la mettevo col caschetto biondo? Certe cose non le dimentichi.

Ho pianto per non avere memoria, per non avere niente da conservare, per aver perso la zanzara, per la stanchezza di lavare le mutande ogni sera. Per tutto.

 

Tertinn

 

La padrona di casa ha detto che potevamo iniziare a portare la roba. Due giorni prima del previsto. Un amico di Costanza è venuto col furgone insieme a un altro ragazzo. Giuliano si è rifiutato di aiutarci perché aveva problemi con la schiena. Ci abbiamo messo tutta la mattina solo per me, le altre non avevano ancora finito di imballare. I miei vestiti erano neri di sporcizia e sudore ma non volevo aprire la valigia finché non mi fossi trasferita definitivamente. Ero ancora un fantasma.

Paolo e la coppia tornavano nelle loro città per il fine settimana così ci siamo salutati per sempre. Ci siamo detti che ci saremmo tenuti in contatto ma non era vero. Pensavo che sarei stata triste: tre anni di convivenza erano sufficienti per affezionarsi a chiunque. Invece mi sbagliavo. Il tempo si annullava con estrema facilità. Laura e Giuliano sono andati a cena fuori per brindare alla loro separazione domestica. Laura non aveva nessuna voglia di brindare ma si era vestita elegante lo stesso.

Ho messo i vestiti a mollo rimanendo nuda. La mia stanza adesso era totalmente vuota; i mobili antichi la rendevano austera e ho avuto la stessa sensazione negativa della prima volta che c’ero entrata. Sembrava mancasse l’aria e la luce.

Ho telefonato al mio primo fidanzato chiedendogli della maglietta, se ce l’aveva ancora. Era conservata in un cassetto, dentro un involucro di plastica, per non rovinarla. Non aveva senso mettersela ora che stava con un’altra. «Certo» gli ho detto.

«I capelli come ce li ho?»

«Castani lunghi».

Il mio secondo fidanzato ha detto che aveva solo una busta con la mia faccia, magliette regalate da me sì ma di gruppi musicali.

Gli altri fidanzati non erano fidanzati quindi non li ho chiamati.

Se avevo un po’ di fortuna i miei sogni mi avrebbero svelato il mistero della maglietta. Purtroppo non sono riuscita a dormire: le zanzare mi gironzolavano attorno limitandosi a fissarmi.

 

 

Fortinn

 

Di mattina ci ho riprovato al Parco della Pellerina, sdraiata sul prato. Una signora anziana in costume mi ha indicato il punto in cui si sarebbe seduta. «Diamoci man forte se viene un maniaco». Se dovevo stare attenta al maniaco non potevo dormire così dopo un po’ me ne sono andata salutando.

Ho fatto un giro al mercato, sono entrata in farmacia a pesarmi, al Pam ho comprato il Tavernello e un succo di mela che ho bevuto prima di arrivare alla cassa. Un gruppo di studenti giapponesi stava facendo la spesa insieme. Li ho seguiti per vedere dove abitavano: a due palazzi dal mio. Il mio prossimo fidanzato volevo che fosse giapponese, se fosse stato uno di loro però non avrei avuto un’altra chiave da dargli. Avevo sempre l’impressione di scegliere il momento sbagliato. Anche questo mio padre l’avrebbe chiamato pigrizia, ne ero sicura.

«Senti, cara mia... io l’ho comprato il divano gonfiabile. Meglio di niente per adesso, poi magari a Natale ce ne regaliamo uno vero. Oh, insomma, se sudiamo ci mettiamo degli asciugamani dietro la schiena... Che dici?»

«Hai fatto bene, Costanza».

Il signore del bar mi aspettava a pranzo, per accogliermi ha fatto una giravolta senza bastone. Mi aveva già preparato un piatto di patate al forno con la cotoletta. Se la tagliavo a pezzetti minuscoli la riuscivo a inghiottire. Nei tavolini accanto c’era un poliziotto e una ragazza platinata con gli occhi verdi. A Palermo non avevo mai mangiato sola al bar. Non avevo nemmeno mai avuto una bici. Mi faceva sentire una persona adulta.

«Allora, siamo in partenza?»

«Sì, al massimo domani andiamo a dormire a Piazza Vittorio».

«Emozionata?»

Boh.

Accompagnavo il cibo con il Tavernello del Pam. A lui non dava fastidio.

La ragazza ha detto che due anni fa eravamo sullo stesso pullman che partiva dall’aeroporto. Poi sullo stesso autobus. Era strano non esserci mai riviste pur abitando vicine. Si ricordava che ero di Palermo e avevo intenzione di iscrivermi a hip hop.

«Ti sei iscritta?»

«No».

Non mi ricordavo niente ma la faccenda dell’hip hop era vera.

Si chiamava Gloria.

«Sai, Torino è assurda. A parte la gente che frequenti abitualmente, quelli che incontri per caso e ti colpiscono è difficile che li rincontri. E se ti succede c’è sempre un motivo. Alcuni li conosci una sera, magari non gli dai il numero di telefono perché sei sicura di ribeccarli e invece li rivedi dopo mesi. A quel punto però o vi mettete assieme o ti danno delle informazioni utili o diventano i tuoi migliori amici. A me capita di continuo. E solo a Torino. È una città che manovra le vite».

Il poliziotto si è strofinato la bocca con il tovagliolo.

«Ora si spiega perché alcuni delinquenti non si fanno acciuffare. Torino ha deciso così».

«Arrestala» gli ha detto il signore.

Ero convinta, in realtà, che fosse stata una concomitanza di forze a farmi rincontrare il compagno di brandina davanti ai bagni municipali. Ci eravamo conosciuti a teatro, lui faceva un numero e io avevo disegnato il cartellone. Quando era finito lo spettacolo ci eravamo accesi una sigaretta e ci eravamo fatti domande. La mia pronuncia inglese faceva schifo e per sentire meglio lui si avvicinava con la fronte alla mia bocca. «What?» Così avevamo parlato in italiano, perché anche se le parole si pronunciano male si capisce lo stesso. L’interesse era reciproco perché mi sentivo bella. Mi sentivo talmente bella che ero andata via di punto in bianco, sicura di rivederlo. Mesi e mesi di niente. Le mie amiche mi prendevano per il culo. «Al di là di tutto, come coppia siete improbabili». A Pasqua quando ero tornata a Palermo per le vacanze avevo pregato Santa Rosalia di farci mettere assieme. Le avevo detto: «Ti prego, lo so che è improbabile ma fai che ci incontriamo di nuovo, fammi vivere quest’esperienza, anche se per poco, anche se finisce male». Alla luce dei fatti mi rimangerei volentieri le ultime parole. La Santa ti prendeva alla lettera e io ancora non l’avevo imparato.

 

Fiftinn

 

Quando Torino avesse deciso di farmi rincontrare il ragazzo dell’autobus gli avrei chiesto spiegazioni sulla maglietta; fino ad allora, mi aveva detto Gloria, non dipendeva da me.

“Tu intanto evita di distribuire la tua faccia in giro” mi ha scritto Costanza in un messaggio. “Piuttosto occupati di arredare la nostra casa. Sei talmente labile per ora che magari quel disegno neanche ti assomigliava”.

 

Sicstinn

 

Ho preso l’ascensore per l’ultima volta, sono salita fino al sesto piano e poi sono riscesa al terzo. Per sbaglio volevo aprire la porta con la chiave della bici. Chissà se capitava anche al compagno di brandina.