Stof
Tfr
A volte li saluto, a volte no. Dipende da loro, se salutano prima. Ma a volte non rispondo nemmeno a quelli che salutano per primi, e non lo faccio per maleducazione, figurarsi che mi importa delle buone maniere; lo faccio per godere della smorfia rabbiosetta che si disegna loro sulla faccia, immagine quanto mai eloquente e buffa del vaffanculo che non mi possono dire. Quando ripartono so che per un chilometro buono parleranno di me, quel cafone del casellante, che nemmeno risponde al buongiorno, e la cosa mi piace. A volte li derubo, e questo dipende da loro. Per esempio vanno esclusi quelli che mi danno i soldi contati, che in quel caso non c’è che da alzare la sbarra, arrivederci, se ne ho voglia, e grazie. I miei furti infatti si riducono a creste microscopiche sui resti, che trattengo e verso in un mio fondo speciale, in apposito scomparto della giacca, una versione del tutto personale del tanto reclamizzato TFR (Ti Fotto il Resto, l’ho battezzato il mio). Me l’ha consigliato la nonna: così tieni il cervello allenato, che sennò ci impazzisci del tutto in quella specie di bugigattolo. Se le cose vanno male e il guidatore se ne accorge subito, macchina ancora ferma, sorrido e mi colpisco con una manata sulla faccia, mentre faccio un commento, che ne so, su quanto picchia il sole o sulle ore che ho già passato in quello sgabuzzino. Simulo una distrazione, insomma; chiedo scusa e rimedio. Se il guidatore se ne accorge che è già partito, figurarsi se torna indietro a pretendere venti centesimi; e se anche dovesse pensare che l’abbia volutamente truffato, e fosse così misero da voler sporgere denuncia (può anche capitare/ è un’eventualità/ la gente è folle), la mia faccia non se la ricorderebbe di certo, mica mi guarda mai veramente nessuno.
Comunque me li centellino i furti, e li riservo a certe categorie; agli arroganti per esempio, quelli che occupano macchine nere/ argentate/ lucide col posto di guida alla mia stessa altezza (basterebbe già questo a darmi sui nervi), tanto enormi da passare a malapena attraverso il casello. Il biglietto spunta dal finestrino accoppiato alla banconota, seguito a ruota da un anello o due, una patacca enorme d’orologio e un avambraccio abbronzato che termina in una camicia arrotolata al gomito. Il possessore di ciò, l’arrogante, non guarda nella mia direzione, tende semplicemente il braccio, preferendo concentrarsi sulla propria faccia, da rimirare nello specchietto retrovisore, o su cosce, seno, e in rari casi parole (rarissimi concetti), della signora che gli siede a fianco. Per inciso: di solito l’arrogante ha il telepass quindi se non lo usa significa che non vuole lasciare tracce su conti correnti o simili, e che la signora spaparanzata a fianco, non è proprio la sua signora. Arrivo a fregargli anche sessanta centesimi a questi superuomini (figurarsi se s’abbassano a controllare il resto); lo spicciolame, non contato, sparisce per sempre in uno dei trentasette scomparti della loro iper- galattica vettura. Piccole truffe le faccio poi a danno degli ansiosi. Quelli che vogliono far presto a ripartire perché si sentono addosso gli occhi di tutta la coda e mettono ansia anche a me. Hanno macchine basse, piccole, piene di roba, e quando arrivano hanno già il biglietto in mano, e sorridono, ma poi non trovano i soldi oppure li fanno cadere, e allora perdono tutto il loro aplomb e si agitano, prendendosela con la moglie che non è pronta, col figlio che fa domande, siamo arrivati, siamo arrivati, con se stessi. Gli spillo al massimo una ventina di centesimi, che mi fanno quasi tenerezza.
Ci sono tuttavia momenti, anche giornate intere, che ai soldi non ci penso proprio e passo il tempo in tutt’altra maniera: per esempio gioco a cercare di capire da dove arriva un’auto prima che mi venga dato il biglietto. Basta un’occhiata fulminea al guidatore (stanchezza, tratti somatici, grinze sulla camicia) e una all’abitacolo (cartine stradali, bottiglie vuote, rimasugli di cibo). Ci becco quasi sempre. Altre volte invece trascorro il tempo sperando ardentemente di veder arrivare una di quelle ragazze ben vestite, con la gonna grigia e la maglietta scollata, assistenti universitarie o rappresentanti di commercio, che dalla mia visuale sono un vero e proprio spettacolo: qualche centimetro di pelle in alto, collo- attaccatura del seno, qualche centimetro di pelle in basso, ginocchia- attaccatura del polpaccio. Quando finalmente arrivano sorrido riconoscente, e dilato all’infinito i tempi di apertura della sbarra per godermi la visione il più possibile. Adoro farle ridere, e spesso ci riesco. A volte, con una ragazza del genere, mi verrebbe anche voglia di intavolare una conversazione vera e propria, fregandomene della fila dietro e del fatto che sono costretto a mostrarle il mio profilo peggiore (ho un naso terribilmente asimmetrico); spesso, lo confesso, sogno addirittura di passare ai fatti subito. “Puoi fermarti qualche metro oltre la sbarra, a lato della carreggiata, ed aspettarmi?” mi immagino di dire “Faccio in un secondo”. E mi vedo chiudere la cassa, mettere il rosso al posto del verde, aprire lo sgabuzzino e uscire tutto emozionato in un frastuono di clacson e di gente imbestialita che deve far retromarcia. Entrerei nella sua auto come una mosca dal finestrino, con le stesse aspettative intendo. Portami dove vuoi, voglio solo viaggiare un po’ con te, finché non ti dò noia; quando ti sei stufata volo via, basta che non mi spiaccichi.
Un giorno lo farò, ma non oggi; sono di malumore e ne potrebbero anche passare centinaia di ragazze come dico io. Non muoverei un dito. È una di quelle giornate che starsene rinchiusi a guardia di quest’inutile frontiera supera ogni limite di sopportazione. È una lama grigia l’autostrada, e mi trapassa, e il sole splende troppo, è insopportabile.
Eppure ci sono dei lavori molto peggiori del mio. Solo per rimanere nel campo autostradale, non mi cambierei di certo con i disgraziati in tuta arancione che lavorano sotto il sole più cocente e la pioggia più gelida, oltretutto col rischio di essere stirati da qualche tir impazzito. Almeno io sono seduto, al coperto, posso sentire la musica, leggere, e la mia pelle non si screpola, al massimo diventa grigia. E poi la noia in qualche modo la combatti, un tir che ti viene addosso a 120 all’ora no. I primi tempi mi portavo romanzi da leggere, tra una macchina e l’altra; perdevo sempre il segno, alla fine li odiavo. Poi passai alla televisione, ma mi sembrava di essere circondato: facce dentro rettangoli di vetro davanti, facce dentro rettangoli di vetro di lato, e io completamente chiuso in un rettangolo di vetro, ferro e plastica. La notte facevo sogni terrificanti: mi svegliavo di soprassalto convinto d’avere il letto pieno di persone. Ora sono alla fase aforismi. Tra una macchina e l’altra leggo un aforisma e ci medito sopra, anche se tanta saggezza, tanti buoni consigli da seguire, oggi mi affossano il morale ancora di più.
Prendo il telefono e chiamo la nonna, che magari mi tira un po’ su lei. Arriva un arrogante, alla mia altezza, e lo faccio aspettare. Ho la mia novantunenne nonna al telefono, un momento; se hai la decenza di aspettare senza sbuffare più di tanto non ti truffo nemmeno.
“Mi hai rovinato Mozart sul più bello” dice la nonna e butta giù senza tanti complimenti. L’arrogante allunga il suo pezzo da cinquanta e si rivolge alla sua truccatissima accompagnatrice con un commento su tempo/chilometri percorsi. Oddio, dev’essere del tipo da casello a casello l’arrogante: come poter resistere? Trenta centesimi scivolano nel mio TFR. Il malumore resta tuttavia; mica evapora per così poco, mica può bastare un arrogante qualsiasi a tirarmi su. Arriva una ragazza carina e non faccio niente per trattenerla più del dovuto. Cosa mi sforzo a fare? L’immagine di me le sfiorerà appena la retina, senza nemmeno avere il tempo di fissarsi sulla corteccia cerebrale o dove diavolo si imprimono le immagini. Non solo: se per un caso assurdo (che ne so, una malformazione genetica) la mia faccia facesse in tempo a stamparsi nella sua mente, beh, verrebbe comunque archiviata come “casellante nasone musone”.
Turno finito, me ne vado. Evito anche di salutare i colleghi, che tanto sono sempre lì a chiedermi di cambiare il turno, perché uno che non ha famiglia sembra che non abbia nemmeno esigenze, e devo fare il tappabuchi a questo e a quello. Ho la macchina parcheggiata nella stradina che fiancheggia l’autostrada, una specie di passaggio segreto. Salgo e guido fino alla prima pasticceria: compro quattro paste con la panna, pago con i soldi del TFR. Dopo dieci minuti sono a casa, parcheggio e scendo dalla macchina, poi entro in giardino lentamente: Filippo mi viene incontro tutto scodinzolante, e dopo avermi leccato dappertutto, e fatto la pipì dalla gioia, si mette seduto e mi tende la zampa: niente biglietto stavolta, niente resto da dare o da rubare. Gliela stringo, lo accarezzo sulla testa e lo faccio entrare in casa con me.
“Stasera pizza” gli dico. E faccio il numero di telefono mentre accendo la televisione e mi tolgo le scarpe. Vado in bagno e sento i vicini litigare come al solito. Sembra impossibile, a quest’ora urlano sempre come dei pazzi. Mi lavo la faccia, poi prendo il bicchiere dello spazzolino, lo svuoto e lo appoggio alla parete.
“Mi hai rotto le palleeee!” grida lui.
“E allora vattene, se ne hai il coraggio!” ribatte lei.
Faccio la pipì, tiro lo sciacquone e torno in cucina. Comincio ad apparecchiare, mentre in tv qualcuno ha bombardato qualcun altro e inquadrano un bambino col volto insanguinato. Non c’è niente da fare: ognuno ha il proprio inferno, e i più non hanno nemmeno la possibilità di sceglierselo.
Apro una bottiglia di vino, poi spalanco la finestra del soggiorno; Filippo mi raggiunge e allunga il naso verso l’alto il più possibile per farsi una sniffata di quell’aria arancione.
“Domani sono quindici anni che lavoro al casello” dico, come a disperdere nel mondo il motivo del malessere che mi porto dentro fin dalla mattina. Quindici lunghi anni. E inspiro forte e butto fuori l’aria, e tutte le facce della giornata, dei mesi, degli anni, i tubi di scappamento, il sole che non mi sono goduto, le corse che non mi sono fatto, mentre la luce sfuma dal basso verso l’alto e la luna sta per fare la sua scintillante entrata. Le pazze traiettorie delle rondini intessono con fili invisibili la trama del tramonto, le foglie delle siepi vibrano per l’emozione di far parte di una sera del genere.
Quando mi lascio cadere sul tappeto per giocare con Filippo sto già meglio. “E se mi licenziassi?” dico mentre mi lecca il viso e non riesco a smettere di ridere. Compriamo un camper e ce ne andiamo in giro per il mondo, tu ed io, finché ne abbiamo voglia. Mica ce lo possiamo perdere ancora lo spettacolo del mondo. Mica possiamo essere gli unici a rimanere fermi. Eh, Filippo? Che ne dici? Chissà quanti odori nuovi, inebrianti, che non immagini nemmeno, ci sono per il mondo!
Suona il campanello. Mi alzo, e ordino a Filippo di non muoversi: sono arrivate le nostre pizze.
È una ragazza, con il casco in testa, brufolosa, carina.
“Due pizze alla salsiccia” dice.
“Perfetto. Ho il portafoglio nella giacca, un attimo…” e mi volto e torno nel soggiorno, mentre Filippo ha sentito l’odore e già si lecca i baffi.
“Lei lavora al casello dell’autostrada, vero?” dice la ragazza.
La frase mi arriva come una mazzata sulla nuca. Oddio, questa tizia mi conosce!? Si ricorda di me? Com’è possibile? Non mi pare di averla mai vista, non mi pare d’averla fregata. In quindici lunghissimi anni nessuno mi ha mai fatto una domanda del genere. Non so cosa fare, cosa dire, e sono tentato di dire di no (certo non è un’arrogante, ma potrebbe essere un’ansiosa), poi pronuncio un “Sì” flebile, appena appena udibile, e un attimo dopo sono davanti a lei con i soldi in mano e uno strano rimescolio interiore, che mi impedisce di guardarla in faccia.
“Sono passata l’altra sera con il mio ragazzo e ci ha colpito: ci ha detto buonasera, e grazie, e ci ha addirittura sorriso. Sono tutti così scontrosi i casellanti. Insomma, ci ha colpito…”
“Sono contento…” dico, e un po’ sono orgoglioso, e un po’ mi vergogno di me.
Le allungo i soldi, lei mi dà le pizze e il resto. Saluta e se ne va.
Rimango con le pizze in una mano e gli spiccioli nell’altra, inebetito, confuso. Poi all’improvviso apro la porta, lascio le pizze sul mobiletto del soggiorno e attraverso di corsa il giardino con il resto in mano, glielo voglio dare come mancia, ma lei ha già messo in moto e la vedo filar via con il suo scooter, senza voltarsi indietro.
Torno verso casa amareggiato e trovo i cartoni con le pizze rovesciati a terra, e Filippo che divora la sua. E allora prendo l’altra, fortunatamente ancora intera, e mi metto seduto sui gradini, il cartone sulle ginocchia, la porta spalancata. Mangio la pizza con le mani e mi godo le occhiate della luna tra le nuvole, come se fossero per me.