Andrea Geloni

Questa roba che siamo

 

Allora io e Ale siam partiti come due schegge impazzite, lui su una fascia io sull’altra, e mentre correvo guardavo lui come a dire ora passa, ecco, cristo ora pas - e la Manola grossa e larga com’è me la son trovata addosso come un muro di ciccia, ma una ciccia dura e cattiva che io giuro, un dolore così io giuro, un dolore così mai più nella vita. Son cascato come una pera, Ale fermo con Marco che gli ruba la palla, e almeno poteva segnare, no? che così almeno ero morto per qualcosa. Niente: io in terra coi polmoni che urlavano oddioddio, la Manola in fronte a me dritta e dura, come niente, e Ale immobile a dire oh! Oh! Allora anche Marco s’è fermato, tutti si son fermati, io ho provato a dire: “niente!” ma non usciva, allora ho provato a sorridere, ma si vede che no. E poi è arrivata una mano grande, quella di Ugo – credo - dietro la mia testa, e poi più niente. Madonna mia, signorgesù, che botta.

 

Ale è mio amico da quando eravamo nelle carrozzine, credo. Da quando mi ricordo non son mai stato solo. Dico: da solo per davvero, ecco. Nel senso: siccome che stiamo sullo stesso pianerottolo, e che siamo nati io l’otto di ottobre e lui il dodici, si fa presto. La sua mamma e la mia si chiamano anche uguale. Però lui la sua la chiama “mà” e io invece la mia la chiamo “Oreste” – ma questa è una cosa stupida che andrebbe spiegata, magari dopo. Si chiamerebbero tutte e due Gabriella, ma anche tra loro si chiamano “Lelli”. Nessuno che c’abbia il suo nome, insomma. Anche Ale si chiamerebbe Alessio. E io sarei Andrea, con la a finale, non Andre, come dicono tutti. Ma siccome chi non mi chiama Andre mi chiama nano, allora va bene Andre, per carità. E chi si lamenta?

 

Tecnicamente io e Ale siamo in due classi diverse, tipo tutti e due in quinta ma lui nella A e io nella B. All’inizio quando ero piccolo mi ricordo che pensavo che questa era proprio una sfiga (anche se non la chiamavo così, a quei tempi. Sennò Oreste poi.) ma poi con gli anni è diventata anche una cosa figa. Tipo che è come stare un po’ qua e un po’ là. E poi così il pomeriggio c’abbiamo le cose da raccontarci. E poi c’è il lunedì e il martedì che facciamo i rientri, e allora le quinte son tutte e due insieme con Ugo. Ugo è questo pennellone che ci fa l’animatore, che io gli voglio tanto bene e mi sa che anche lui. Vai a sapere perché.

 

Come maestre è andata meglio a me che a Ale. Cioè: a me mi sembra che studiamo uguale, e che lui a volte è anche più furbo, ma poi io prendo i bei voti mentre a lui gli fanno le palle. Soprattutto quella di antropologia. Sarà che Ale quando deve dire le sue cose te le dice in faccia. Lo faccio anch’io, eh! Però sottovoce. E poi con la maestra Arianna non ci si può proprio lamentare. Se non fosse che c’ho già Oreste e volendo anche la Lelli di Ale, io la maestra Arianna la vorrei come mamma. E’ un po’ vecchia, ma chi se ne frega. Anche il mio babbo è vecchio. Ma non gli va detto. (Però poi anche se glielo dici non si arrabbia mica.)

 

Ale però è più bello di me. Eh, hai voglia. Oreste dice che siamo bellissimi tutti e due, ma io lo so. E’ più alto e poi c’ha la pelle un po’ scura anche l’inverno. In classe sua ci son tre o quattro che lo chiamano negro, e noi non ce la prendiamo un pò perché non è vero, un po’ perché mio babbo ha detto che negro non è un’offesa. A dir la verità ha detto che non è un’offesa nemmeno “finocchio“, e che però anche se non è un’offesa non va detto. A me questa cosa non mi torna tanto. Comunque Ale secondo me anche se lo chiamano negro è più bello di me. Almeno in inverno, quando io sono bianco come un morto. D’estate magari è solo più alto. Poi io c’ho gli occhi chiari dice mia mamma, ma vabbé. Che ci fa uno con gli occhi? Chi le guarda quelle robe lì? Ehi oh ma non è che importa a qualcuno sta cosa che lui è più bello eh. Solo che ecco: a me mi sembra che è così, e allora lo dovrebbe dire anche Oreste. Non si dicono le bugie, cara mia. Ma chi se ne frega, poi.

 

L’importante è che il prossimo mese finita la scuola andiamo in vacanza! Tutti e cinque, con le Lelli e il babbo. Il babbo ci raggiunge dopo, che c’ha da fare. Ma noi si sta su un mese. Che gran culo totale. C’è tipo una casa grande con un pezzo sotto una tettoia dove c’è la sedia a dondolo e un giardino spaziale e i letti a castello per me e Ale, nella stanza con la sua Lelli. E poi c’è un cespuglio di lamponi. Enorme. E il vecchio che ha la casa di là dalla strada c’ha una mucca e la mattina si va a prendere il latte fresco (cioè: caldo. Funziona così.) nelle bottiglie verdi scure. E’ un altro latte, tipo. E’ quel latte lì della mucca, ecco. A prenderlo ci si va con una Lelli qualunque, perché il signore della mucca c’ha un occhio solo e allora io e Ale anche se siamo grandi e grossi a andarci da soli ci viene un po’ d’ansia. Poi è bravo da morire, ma non si sa mai. Mio babbo dice che siamo proprio scemi. L’occhio poi ce l’ha a un posto normale eh, mica in mezzo come quel tizio. Però è uno solo. Vabbé anche la mucca è una sola e non mi fa effetto, dice mio babbo. Però è un’altra roba. Oh, e che cavolo.

 

Quando siamo su a quel paese a fare la bella vita – si chiama Fai, che secondo me è un nome troppo corto. Vabbè - quando siamo su a quel paese fa meno caldo che qui. E poi c’è l’aria buona, e poi siamo sempre in giro lì nei campi, e poi le Lelli son sempre a tiro di urlo. E quando vien su mio babbo a volte andiamo a camminare su per i monti. Io sono uno stambecco, dicono. Mi piace tanto quella cosa lì. Gli stambecchi vanno dove vogliono. E anche se c’hanno le corna stanno dritti e fieri, che diventan belle anche le corna. Secondo me è un po’ così.

 

Ora lo so, c’è da dire quella cosa del babbo di Ale. Va detto, è inutile. Tanto lo vedi, la gente che ci guarda quando siamo noi cinque dopo un po’ ci conta con gli occhi e poi dice: ..Ma… ma? Lo dice con gli occhi, ma lo dice. Oi se lo dice. La cosa più bella però son quei pochi che lo chiedono davvero, che Ale improvvisa e gli dice robe tipo “E’ all’estero”, o “E’ in galera”. L’anno scorso, su a quel paese, una signora di quelle tutte impettite, coi sessant’anni e il fazzoletto luccicone al collo e tutti gli ori e il profumo puzzone, gli ha detto “Bambino, perdonami, ma tuo padre?” E lui si è girato e le ha detto “E’ morrrto signora. E’ morrrrrrrrto.” Ma lo ha detto con così tante erre, che secondo me la signora non ci ha mica creduto che è vero.

 

A me però un po’ mi ha fatto effetto quando ha detto così. Non subito, però. Subito lì mi è venuto da slargare gli occhi e mettermi a ridere ma anche dalla vergogna, che secondo me era una roba troppo grossa da dire. Mentre la signora se ne andava nel più totale silenzio, Ale si è girato e mi ha strizzato l’occhio e abbiamo un po’ riso, ma poi ci siamo anche un po’ picchiati da finta, per mandar via quella vergogna lì. Poi la sera quando eravamo a letto ci ho ripensato. Cristo, ho detto, Ale che dice quella roba lì.

Il babbo di Ale era a scuola dal mio babbo, che anche se aveva solo dieci anni di più era il suo prof. Ma si vede che si volevano un po’ bene, che quando questo qui – si chiamava Alfredo – è andato all’università son rimasti amici col mio babbo, e un giorno sono usciti con le Lelli che erano già amiche e andavano lì all’università anche loro, credo. Fattostà che si son sposati tutti.

Poi però a Alfredo gli è venuto quel tumore bastardo, dopo un po’. E allora. Proprio quando le Lelli erano incinte. (Si dice “incinte”? Lo so è tanto brutto, ma dire “in stato interessante” fa ridere. Ci vorrebbe una parola bella per quella cosa lì. Qualcuno che ci pensasse, ecco.)

Insomma siamo andati avanti noi cinque, c’era quel pezzo lì che non c’era più e c’eran quei due pezzi nuovi che eravamo io e Ale. E mi sembra che ce la caviamo ecco. Cinque è un bel numero. Magari sei era anche meglio, ma uno mica può star lì a pensare sempre. Dice che Alfredo è in cielo. Ma io ho letto in un libro che ci sono certi che dicono che quando muori diventi un’altra cosa, tipo un altro uomo, o una bestia o persino una donna. Allora io spero che Alfredo è qui vicino, e che ogni tanto ci viene a vedere. Così mi piace di più. Penso che in cielo è un po’ troppo lontano.

 

Rimaneva da dire quella cosa di Oreste. Qui la sanno anche i muri, quella cosa che è la prima parola che ho detto. Quando ero proprio piccolo, però non così piccolo da non parlare, ecco. Infatti Ale diceva già tutte le robe tipo mamma e cacca. (bella forza, son tutte uguali. Una volta che hai capito il meccanismo basta cambiare la consonante. Tipo nanna pappa e vavva. Che però un bimbo che dice Vavva o Hahha secondo me lo ricoverano. Anche se in fondo segue solo la regolina.)

Insomma Ale faceva già tutte le sue robe e a me mi aspettavano con quel pochino di ansia che c’hanno i grandi del fatto che a loro magari gli è toccato un bimbo senza superpoteri.

Io: niente. Guardavo, dice Oreste, come se avessi avuto un sacco di robe per la testa. Ma tenevo duro.

E poi un giorno, era anche il compleanno del babbo, che è tipo il dodici di ottobre come Ale, e quindi se lo ricordano tutti per filo e per segno, io mi giro verso la mamma e la indico col dito. Babbo dice: “chiama la mamma Andri, dì: Mamma! Dai su: mamma!” Insomma la menava, e io zitto. Lui rinuncia e fa per addentare la crostata (così la raccontano, tutte le volte). Io lo guardo, ma sempre col dito ben rivolto alla mamma, e dico: “Oreste.”

Vai a sapere perché. Magari io dicevo un’altra cosa, che ne so. Del resto che ne sapevo io, era la prima volta. Vai a sapere.

Ma la mamma da quel giorno è Oreste, anche per il babbo. Sennò mamma ci rimaneva male, che io per prima cosa avevo detto il nome di chissà chi.

 

E babbo si chiama Manrico quindi anche volendo non è che si poteva pensare che volevo dire il nome suo.

E’ bello il mio babbo. Cioè: a me mi piace. E’ un bell’omone bianco. Canuto, dice la nonna. C’ha un bel po’ di buzza e gli occhi azzurri come me e questi riccetti bianchi che sono una bellezza. Si vede che è uno bravo. Poi sa un sacco di cose. L’unica cosa: è tanto tordo con la playstation. Mamma mia, fa una pena. Allora io quando c’è lui faccio finta che a me della play me ne frega il giusto, così almeno si gioca insieme a qualcos’altro. Tipo a quel gioco delle parole inventate, che uno le dice a quell’altro e poi quello fa il disegno e si inventa una storia. O quando facciamo i tre moschettieri coi mestoli, io lui e Ale, che è il più forte. Infatti lui è Tartagnan. Io sono Porcos e babbo è Manrique. Che si dice proprio così come si scrive, Manrique con la Que finale. E’ una cosa scema ma a noi ci piace tanto.

Babbo fa sempre il professore come una volta. Mi sa che lo fa un po’ bene. Si vede che è uno bravo.

Manrique. Ce l’ho un po’ a mezzo con Ale, ma non è che mi dispiace. Anzi. E’ un babbo bello grosso.

 

A proposito di lavori, c’è una cosa che a me mi fa tanto ridere, ed è quando chiedono a Alessio cosa vuol fare da grande. Allora Ale dice delle robe che gli suonano bene anche se noi non si sa mica bene cosa sono.

Ultimamente dice “fiscalista maniscalco”. Ale è pazzo. Ma noi davvero, non si sa cosa fare da grandi. Boh, a me mi sembra che c’è ancora tanto tempo. Io direi: per me il calciatore o il cantante lirico. Così. Ale secondo me deve fare una cosa come il camionista per andare sempre in giro. Però poi non ci vediamo più, e allora facciamo che invece si fa una cosa che si fa insieme. Tipo i maestri nella stessa scuola. Che magari da quando siamo grandi si può fare il maestro maschio, come nei film.

 

Quella roba del cantante lirico è per via della Lelli di Ale. Una volta lo faceva lei, prima di noi e prima di Alfredo: faceva la cantante, ma di quelle lì. Oreste dice che era un fenomeno, ma la Lelli di Ale E’ un fenomeno. A me mi piace da matti. E questa cosa che sentiamo le sue canzoni è una figata. Ale fa finta che siamo ridicoli, ma poi sta sempre a sentire con noi. La mia canzone preferita dice: “lascia ch’io pianga”. E’ una musica triste, lo so, ma è più bella che triste. Però quando me lo chiedono a scuola io dico un’altra roba a caso, e Ale mi regge il gioco. Quando invece siamo noi tre – io, Ale e la sua Lelli – cristo se mi piacciono quelle robe lì. La Lelli ce le fa sentire, mica cantare: dice che per quello ci vuole tempo. Le sentiamo insieme e lei ci spiega le cose. Cinque minuti al giorno, non di più, dice: sennò vi viene a noia. E ci fa sentire cos’è che va bene e cosa no, e dice che io ho capito. Che non va bene quando uno fa finta, ecco. E hai voglia se si sente.

 

Della Lelli di Ale mi ricordo come ora di quella volta che la Giulia Occhielli ha fatto la cazzata. La Giulia Occhielli è questa mia compagna coi capelli che sembra rimasta attaccata alla corrente. Ora, lo so che non è colpa sua se è brutta. Solo che lei è anche cattiva è un po’ pazza. Magari neanche quello è colpa sua. Uff. Ma mica voglio farle un processo alla Giulia Occhielli, ecco. Solo raccontare la cazzata. Si può dire cazzata? Vedrete che sì.

Allora quando eravamo in terza questa qui una volta va da Ale – nemmeno da me: da Ale. Vai a sapere. Secondo me le piace. Ma appunto: a uno che ti piace gli fai una cosa così? Lo vedi che è pazza? – insomma va da Ale e gli dice: “ha detto la mia mamma che tu e Andrea vivete in un harem.”

Ale lì per lì gli ha detto: “Crepa” - che è la sua risposta di quando non sa cosa dire. Poi è venuto da me a chiedermi di questa cosa dell’harem, che cos’era, e perché. Poi siamo andati dalla sua Lelli, finita la scuola, e lei ci ha detto quella cosa che l’harem è una specie di casa in cui c’è un marito con tante mogli. Che in tanti posti del mondo è una cosa normale ma qui da noi no. E poi ha anche detto che non è il nostro caso visto che noi siamo un po’ diversi, nel senso che Oreste sta con Manrique e lei sta da sola. “E poi noi comunque stiamo un po’ bene, vero? - ha detto - Ecco.” Poi ci ha chiesto il telefono della Giulia Occhielli, e allora abbiamo pensato che si metteva male. E abbiamo anche pensato che questa cosa andava vista. Allora ci siamo messi nel mobile di cucina, in quello vecchissimo della nonna di Alfredo. Dalla parte delle pentole.

Dopo un po’ è arrivata la mamma della Giulia Occhielli che si chiama Angela e che sta abbastanza vicino, di là dalla strada, e che non ha mai niente da fare. La Lelli l’ha messa in cucina e gliene ha dette tante, ma tante, e con una calma che io pensavo che quella Angela lì scoppiava come un palloncino.

Alla fine, me lo ricordo come ora, le ha detto: “se proprio vuoi tirar su la tua figliola come una regina del gossip, almeno tienila lontano da questi due bimbi”. La Angela allora con un filo di voce ha provato a dire: “guarda che i tuoi bimbi non sono migliori della m”. La Lelli ha fatto un passo verso di lei, che non ha nemmeno finito la frase. Zitta come un peluche. La Lelli ha detto: “dimmi che io non sono migliore di te, e ti sto a sentire. Può darsi. Ma non dirmi che questi bimbi non sono migliori della tua. Perché questi bimbi una merdata del genere non l’avrebbero mai fatta”.

Io penso che aveva ragione. Penso che è stata un po’ grande.

Poi dopo siamo andati a chiederle che cos’è una regina del gossip.

E lei ha detto: “andate a cagare” ma lo ha detto mentre ci abbracciava forte. E rideva.

 

Ora io ho pensato una cosa. Un giorno gliela dico anche a Alessio, ma un altro giorno che non è oggi. O forse dopo, chissà. Quando torna dal dentista, se non è troppo sfatto.

Io ho pensato che io e Ale siamo fratelli. Mh. Nel senso che Manrique è il suo babbo – come si dice – quella roba lì. Ho fatto due conti e secondo me non tornano mica. Allora ho pensato che magari quando è morto quello che doveva essere il suo babbo, Manrique ha fatto quello che doveva fare. Non lo so come. Però io penso che se lo ha fatto lui, vuol dire che va bene. Solo ora c’ho un po’ d’ansia di dirlo a Ale.

E’ che secondo me non cambiano tanto le cose. Anzi. Quell’Alfredo lì tanto è sempre in mezzo, e ci mancherebbe, è l’uomo della Lelli. Ma noi cinque adesso siamo questa famiglia, girala come vuoi. E se io e Ale abbiamo anche lo stesso sangue per me è una roba solo bella. Tanto poi io c’ho lo stesso sangue suo comunque.

E’ Ale, cribbio.

 

Oreste stasera ha fatto la mozzarella fritta. L’ho detto che è grandissima.

Ale è tornato tardi dal dentista e gli ho detto che dopo gli dovevo parlare. Poi invece – eravamo in camera mia - gli ho detto: “no no, ti parlo ora. Posso?”. Lui mi ha guardato un po’ storto e prima che rispondesse io ho cominciato col mio discorso tutto incasinato.

Gli ho detto semmai se gli dispiaceva di esser proprio mio fratello. Lui ha detto: “che cazzo dici” e io gli ho detto la mia teoria. Ma prima gli ho detto, guarda che anche se te ora ti arrabbi sei sempre il mio amico. Sempre. L’ho detto tre volte: sempre.

Allora lui ha detto: “ok”. E io mi son messo a piangere, perché era proprio vero. Allora lui ha cominciato a pistarmi e a piangere anche lui, e rideva e piangeva. E’ arrivata Oreste, e ha fatto una delle sue facce di quando non capisce niente, o fa finta.

Si asciugava le mani col canovaccio dei piatti, mentre di là sfrigolava tutta la puzza buona del mondo mondiale. Ha detto: “Beh?”

Ale ha detto: “Niente niente, tranquilla. Andre mi era a dire una roba, ma io la sapevo già.” Allora Oreste ha appoggiato la schiena allo stipite della porta, un secondo. Il secondo dopo ha detto: “Tra un minuto è pronto.” E poi, subito: “quanto siete belli.” E Ale ha detto, indicandomi: “Lui no.” Ma sembrava proprio che scherzava.

Adesso siamo tutti al tavolino. Questa è casa mia.

Nessuno, mai nessuno di noi, sarà mai da solo. Faccio a pezzi la mozzarella con la forchetta, e penso che siamo belli, ha ragione Oreste. Tutti e cinque, tutti e sei, questa roba che siamo.

E boh: anche io, forse.