Mirko Sabatino

Qualcosa si è chiuso

 

Margherita la vedo subito, la testa bionda di capelli sfilzati, Margherita come la testimonial di una scuola per estetiste. Riesco a vederla mentre parlando disegna gesti intorno con le mani, e ogni tanto si sistema la borsa sulla spalla. Vista da qui quella borsa potrebbe essere uno zainetto fucsia. Visto da qui il tempo sembra essere tornato.

C’è un bel gruppetto intorno a lei, ma non riesco ancora a staccarne i pezzi; perlopiù ragazze, sembrerebbe, le sigarette innalzate a pungere di piccole braci la notte. Mi sto avvicinando, e mentre lo faccio rallento e ricompongo la mia andatura, ne smusso tutte le asimmetrie, cerco di controllarla: drizzo le spalle, alzo la testa, riduco la distanza tra le ginocchia. Sono passati quindici anni, e d’improvviso la mia andatura mi sembra la cosa più importante.

La scelta della pizzeria è stata semplice, quasi obbligata. Era lì che passavamo il sabato sera, anche quello in cui Giuseppe incendiò il ramo della palma del liceo scientifico dove qualcuno di noi, di lì a qualche mese, sarebbe migrato. Giuseppe e il suo accendino, portato nella tasca interna del giubbotto come nella fondina di una pistola, Giuseppe che tentava di distruggere il futuro, in quelle sere in cui pensavamo che non saremmo mai cresciuti.

Dopo, molti sono andati via, altri sono rimasti, io sono tornato. Sempre, in tutti quegli anni in cui non l’ho mai fatto.

 

Avevo trovato quel vecchio diario sotto le cianfrusaglie di un cassetto della mia scrivania, gli spigoli sbreccati, l’odore caro e antico della carta stagionata. L’ho tirato fuori da lì come si fa con un superstite di un terremoto, e l’ho fatto, ho fatto una cosa che non si dovrebbe mai fare, non dopo quindici anni. L’ho letto. E non erano solo le dediche, tonde e aggraziate, ricamate da scritture femminili. Persino Geografia: studiare da pag. 45 a pag. 62, quella semplice annotazione, buttata giù con calligrafia rapida e svogliata, era una rasoiata alle corde vocali. Sfogliavo le pagine e rivedevo la lavagna illuminata dalla luce debole del sole, le pareti gialline dell’aula, il professore di matematica che distribuisce i compiti corretti, Antonella tredicenne biondissima e già sviluppata, il giorno dopo l’ultimo giorno di scuola, i pantaloncini corti e le calze nere da donna, che mi accarezza la nuca con due dita infilate nella maglietta mentre aspettavamo, tutta la classe a casa della professoressa di italiano, di non vederci mai più.

Ho ingoiato le lacrime prima che esplodessero e sono corso alle ultime pagine. Ho trovato i numeri di telefono e gli indirizzi, scritti da mani diverse, con colori diversi.

Ma sì.

 

Margherita mi vede subito, ma tuffarsi nella borsa alla ricerca di qualsiasi cosa diventa un impulso irrimandabile, e lo capisco che è nervosa. Non si tratta solo del tempo che è passato – non è solo quello e lo sa, lo so, lo sappiamo tutti e due.

Penso alle lettere che ho mandato, visualizzo ogni singola busta e ne immagino il viaggio: le vedo separarsi l’una dall’altra, mischiarsi a cartoline e lettere d’amore e pubblicità; vedo i postini che le consegnano, vedo le facce di tutti i miei compagni di classe mentre leggono il mittente, correre indietro nel tempo, ricordare e non ricordare. Una specie di selezione naturale: nessuna risposta è richiesta, nessuna domanda è formulata, ci sono solo un luogo un giorno e un orario.

Cammino verso il gruppo e c’è Antonella; cammino verso il gruppo e c’è Annalisa; cammino verso il gruppo e c’è Elisabetta; cammino verso il gruppo e ci sono gli inseparabili Francesco e Giuseppe, inseparati dal tempo. Mi chiedo se Giuseppe abbia ancora con sé il suo accendino, e chi sia diventato nel frattempo. Il suo viso racconta di risse da strada e i suoi occhi ardono dell’antico fuoco da teppista minorile: ma il fatto che sia qui, ora, allontana dalla mia mente qualsiasi sospetto su una sua seria carriera delinquenziale.

Una macchina mi taglia la strada mentre attraverso e io la benedico, la benedico perché rallenta il mio arrivo, rimanda ancora di un attimo il momento in cui il tempo si ricucirà, saldando gli strappi sì ma alla meglio, lasciando brutte cicatrici che nessuna chirurgia plastica potrà dissimulare. Do un ultimo colpo di assestamento alla mia andatura, e nel farlo i nervi rispondono male, producendo uno scatto innaturale che mi fa sembrare un burattino manovrato dalle mani di un ubriaco.

Pizzeria The Brass Lion, dice l’insegna: e io, che ora sono davanti ai miei vecchi compagni di classe, non dico una parola: cerco di sorridere ma non mi viene bene, il cuore è il pomo d’adamo, passo in rassegna tutti i volti e mi rifugio nel primo sorriso che incontro, quello di Antonella, biondissima come a tredici anni ma molto più bella: il suo sorriso si accende in una quasi risata e poi lo fa, sì lo fa, mi mette le braccia intorno e mi stringe forte e che succede?, sto per piangere, è una cosa che non posso controllare, è il giorno dopo l’ultimo giorno di scuola, a casa della professoressa d’italiano, le dita di Antonella sul mio collo di ragazzino inesperto, le calze nere da donna e le belle gambe, quelle dita fredde che mi davano i brividi ma non era solo il freddo, lo so adesso e forse anche allora, Margherita con il suo zaino fucsia, Francesco e la coca cola che gli esce dal naso per le troppe risa, la professoressa d’italiano e le dediche sui nostri diari, la porta che si chiude – il rumore distinto della porta – e le scale scese con la tristezza nel cuore e l’emozione e la paura del domani, a scambiarci sincere finte promesse sul mantenersi comunque in contatto, non perdersi di vista. Antonella che mi abbraccia e non è più Antonella ma lo è ancora, in qualche modo che non so.

Ciao”, mi dice, un ciao pieno. Si stacca dall’abbraccio, mi tiene per le mani e mi guarda, mi scandaglia il viso. È raggiante, vorrebbe dire qualcosa, ha gli occhi che brillano ma non dice niente. Le altre, a turno, mi salutano col doppio bacio, Elisabetta e Annalisa per prime. Margherita ci mette un po’ a salutarmi. La guardo. Le cerco nel viso un po’ di quella lei che conoscevo, ma una gabbia di espressioni adulte ne lascia filtrare solo una piccola quantità, a intermittenza. Mi saluta, alla fine, e il suo profumo sale alle narici ed è sempre quel profumo, è lo stesso che aveva in quegli anni, quando anche dopo l’ora di ginnastica sembrava emersa da un infuso di fiori.

Giuseppe e Francesco mi danno una virile stretta di mano, ma poi Francesco cede a un abbraccio da duri, a un braccio solo, una stretta e via, di quelli che si vedono al cinema. Sono i miei compagni di classe, e mi chiedo che fine abbiano fatto gli altri. Allora lo cerco nel gruppo, oltre il gruppo, magari è dentro al tabacchino, aspetto, ma Matteo non c’è.

 

Fu in quell’ultimo anno di scuole medie che l’Aloresi, la professoressa d’italiano, decise che era arrivato il momento di abbattere “il Muro di Berlino”. Si riferiva al muro che divideva, attraverso la scelta libera del proprio compagno di banco, i maschi dalle femmine. Successe in seguito a una delle arrabbiature più brutte della storia della nostra classe. Noi quella donna l’adoravamo, e lei adorava noi, ma di tanto in tanto qualcuno faceva qualcosa che le scatenava un’ira di cui non la credevamo capace, e tu potevi sentirti addosso il sentimento di delusione che lei provava nei tuoi confronti ed era la cosa peggiore che potesse capitarti. Diventava fredda, ci rivolgeva la parola solo lo stretto necessario, e solo per funzionalità. Non si apriva in sorrisi. Non raccontava aneddoti. Non alleggeriva le lezioni come solo lei sapeva fare. E tutto questo durava per giorni, e tu andavi a scuola con l’angoscia nel cuore. Non diventava cattiva, no: era indifferente, silenziosa, gelida.

Quella volta decise che la sua arrabbiatura avrebbe avuto una conseguenza storica: l’abbattimento del Muro di Berlino. Fu una tragedia. Matteo e io fummo divisi dopo tre anni di convivenza nel banco, e io non riuscii in alcun modo a trattenere le lacrime e scoppiai in un ridicolo pianto a singhiozzi davanti a tutta la classe. Era come diventare di colpo adulto, e questo mi rese di colpo bambino. La mia nuova compagna di banco era Margherita.

Poiché noi maschi eravamo in minoranza numerica – otto contro undici femmine – e per altre oscure ragioni che, a distanza di anni, continuano a rimanere oscure, la professoressa decise anche per una nuova disposizione spaziale dei banchi, che vennero accostati per il lato corto in modo che ogni alunno avesse due compagni di banco, almeno uno del sesso opposto.

Io avevo Margherita da un lato e Annalisa dall’altro, e dopo i primi giorni di sofferenza mi abituai all’idea e quelle due ragazzine divennero un po’ delle mamme per me. Anzi, Annalisa divenne una mamma e Margherita una moglie, mia moglie. Era un gioco che avevamo inventato per sdrammatizzare le conseguenze di quel gesto dittatoriale, ma fu divertente, fu come se si fossero aperte le porte di un mondo nuovo. Matteo era nella mia stessa fila, un banco dopo il mio, e a ogni intervallo eravamo di nuovo insieme, a picchiare senza fargli male Luciano, il ciccione della classe, e a stringere con la mano il bordo anteriore del banco quando Antonella tornava al suo posto nella fila avanti alla nostra, strisciando senza accorgersene – ma ora non ne sono più così sicuro – il culo sulle nostre nocche.

 Matteo. Matteo e i pomeriggi a casa sua, a non studiare con diligenza e a massacrarci di sfide al computer. Matteo e i pomeriggi al cinema. Matteo e i pomeriggi estivi sul suo terrazzo, a spiare le ragazze col cannocchiale. È anche per lui che l’ho fatto – soprattutto per lui. Ma Matteo, in questa pizzeria, in questa notte in cui il tempo prova a tornare, non c’è, e io non chiedo dove sia e nessuno me lo dice.

Margherita, per uno strano scherzo del tempo, è seduta di fianco a me. Di fronte ho Giuseppe. Mi guarda e quegli occhi io li ricordo, sono gli stessi che infilzarono Raffaello della terza D, quando Giuseppe lo sollevò per la gola e lo schiacciò contro il muro della palestra, piantandogli il viso a un centimetro dal suo, perché aveva schernito e messo le mani addosso a Luciano. Sono occhi pronti ad accendersi in ogni momento, come piccoli vulcani dormienti.

“Come stai?”, mi chiede sollevando gli occhi dal menu. Sta cercando di rompere il ghiaccio che gela la serata – siamo tutti troppo presi a mantenere il nostro ruolo di adulti, a prendere le distanze dai nostri io passati.

Ho uno scatto. Non so che rispondergli. ‘Bene’ sarebbe troppo banale, e non sarebbe la verità; ‘così così’ sarebbe sincero, ma sarebbe ancora una volta banale, formale, e non proprio preciso. “Ho tredici anni da quindici anni”, dico. “E sarebbe bello se dopo questa notte io tornassi a casa ancora tredicenne. Ma so che non sarà così. Allora spero che alla fine della serata possa compierne quattordici”.

Loro mi guardano, non capiscono. Sono serio, troppo forse.

“Ma la professoressa d’italiano. Lei…”, mi passa per la testa, sento che sta andando in quella direzione ma è un pensiero di un attimo, poi raddrizzo la frase. “Qualcuno sa qualcosa dell’Aloresi?”, dico. “Avrei dovuto mandare una lettera anche a lei”.

“L’ultima volta che l’ho vista è stata sei anni fa”, dice Elisabetta. È vero quello che si dice del tempo, che stempera la bruttezza; in effetti è meno brutta di allora. Ha il naso troppo grande, d’accordo, ma il suo viso, complice un buon lavoro di trucco, ha qualcosa di gradevole. Mi chiedo se è fidanzata, ma non glielo chiedo.

“Sono passata davanti alla scuola per caso, e lei stava uscendo”, dice. “Non so perché, ma invece di salutarla ho fatto finta di non vederla. È che…”, ha un’esitazione. “Avevo paura che non mi riconoscesse. Non proprio paura, ma qualcosa del genere. E se non mi avesse riconosciuto?”.

Margherita beve il suo vino bianco, le dita eleganti intorno al bicchiere, e la guarda. “Se non t’avesse riconosciuto sarebbe davvero finito tutto. È per quello che hai preferito non salutarla”.

Era questo che mi piaceva di lei. Il modo in cui rispondeva, le sue dita intorno alla penna che ora è un bicchiere, un bicchiere di vino.

“Il mese scorso ho visto Luciano”, dice Giuseppe. “Ragazzi, è irriconoscibile: è magro e alto, e mi ha detto che è su a Milano, lavora nella pubblicità”.

‘Ragazzi’ era il suo intercalare, e sentirlo ancora mi fa star bene. Mi viene voglia di toccarlo, di dargli una pacca sulle spalle, restaurare quella confidenza fisica sequestrata dagli anni.

La cameriera, una ragazza coi capelli mogano sui diciotto anni, molto carina, viene a prendere le ordinazioni delle pizze. Intercetto gli sguardi di Antonella e Margherita, mentre all’unisono planano su quelle forme giovani e fresche. Sono state le ragazzine più carine della classe, ora sono due ragazze molto belle. Ma cominciano a sentirsi vecchie, comunque distanti dalla consistenza che la ragazzina dai capelli mogano impone alla loro vista.

“L’edificio comincia a dare cenni di cedimento, vero?”, dice Francesco arricciando il naso e tutti, loro due comprese, ci mettiamo a ridere. Siamo tornati. Abbiamo qualche anno in più, ma ci siamo ancora.

 

Quando arrivano le pizze, Francesco azzanna la sua quattro stagioni con voracità animalesca, e io penso da quand’è che non scopi?, e poi me ne pento. Francesco era il ragazzo più simpatico che avessi mai conosciuto, e il morale della classe dipendeva dal suo. Se pioveva e la professoressa d’italiano era nel suo periodo di ostilità e avevamo il compito, e anche Francesco era triste, allora non restava che il suicidio. Ma questo succedeva di rado, quel ragazzo sembrava essere immune dalla tristezza. La cosa sorprendente è che di ragioni per essere triste ne aveva, e non doveva affaticarsi a cercarle in giro: sua madre era morta quando lui aveva nove anni, investita da un’auto davanti ai suoi occhi all’uscita da un supermercato.

Sento il braccio di Margherita contro il mio, e non faccio niente per evitarlo. Il tavolo non è così piccolo e io potrei allontanare di poco la sedia, ma non faccio niente di tutto questo. Ha gli occhi bassi sulla pizza, che mangia senza voglia, come se finirla fosse un’impresa. È una margherita, e la cosa mi fa sorridere.

Una volta persi la testa per una ragazzina di un’altra classe, e sguinzagliai le mie conoscenze perché si informassero soprattutto sul nome, che allora mi pareva di importanza vitale – un nome brutto poteva mandare all’aria ogni mio piano di corteggiamento. La descrissi a tutti, perché tutto quello che conoscevo di lei era il suo aspetto fisico, e finii per descriverla anche a Margherita. Ma lei si arrabbiò, mi disse che era mia moglie e che queste cose a una moglie non dovevo chiederle, e soprattutto non avevo il diritto di innamorarmi di un’altra. Mi chiesi se stesse recitando – il nostro gioco privato, lei mia moglie, Annalisa mia madre – ma non mi sembrava, ecco, pareva davvero infastidita. E di colpo mi sentii sommerso di responsabilità, un padre di famiglia in piena regola, mi sentii vincolato, e il pensiero mi diede la nausea. Cominciai a tenerla più a distanza, da allora in poi.

Il vino gira per i bicchieri, e la serata diventa più leggera. Annalisa mi tocca un braccio e mi dice “Ma come sta il mio bambino?” e scoppia a ridere, una risata semialcolica che mi piace. Sta citando, il tono è lo stesso di allora, ma non mi infastidisce, anzi. Le dico che mi è mancata, e sono serio, e lei smette di ridere. Le dico che mi sono mancati, tutti loro, che mi mancano quelli che non sono venuti, e mi manco io. Dico tutte queste cose, e il tempo si ferma nei loro occhi.

 

Come ci siamo finiti, davanti alla nostra vecchia scuola, dopo tutti questi anni, perché ci siamo finiti e cosa cerchiamo, qui, in piena notte, le finestre nere imperscrutabili e il silenzio innaturale intorno, nessuno di noi lo sa, e neanche se lo chiede, non importa. Ci siamo arrivati, punto, camminando passi eterodiretti, come robot, come sonnambuli.

Ora sappiamo tutto l’uno dell’altro – tutto quello che si può sapere, cioè, attraverso le solite, limitate domande: niente. So che Annalisa ha un ragazzo che l’aspetta a Bologna, da cui lei è andata via solo perché la mamma le ha detto della mia lettera, e da cui tornerà domani stesso. So che Elisabetta è rimasta qui, insegna all’asilo e vive coi suoi. So che Antonella ha avuto molte storie ma nessun amore, e che lavora come cassiera in un supermercato. So che Francesco fa teatro, “e nel tempo libero lavoro in fabbrica”. So che Giuseppe è sposato e ha una figlia, salta da un lavoro all’altro e attualmente lavora da un fioraio. So che Margherita insegna danza nella scuola di sua sorella.

Sono seduto sul muretto con Annalisa, Antonella, Elisabetta e Giuseppe, siamo gli spettatori dello spettacolo che Francesco ha messo su dal niente, con Margherita di fianco che per la prima volta nella serata finalmente ride, ed è così bella che viene voglia di tirarla per un braccio e baciarla, ora, sotto gli occhi di tutti, mentre Francesco si produce in imitazioni dei nostri vecchi professori, imitazioni che in quei giorni ci spartivamo – lui la professoressa d’italiano, quella di tecnica e quella di musica, io il professore di matematica, quello di religione e la professoressa di educazione artistica. C’è una luna enorme e gialla in cielo, arancione quasi, e mentre rido alzo gli occhi e la guardo e penso che questa è una notte meravigliosa, e io non morirò mai.

Antonella si appende al mio braccio mentre ride, e io vorrei chiederle di mettermi ancora le dita tra la maglia e la nuca, ma poi so che non finirebbe come quella volta. Vedo Giuseppe che si diverte e di nuovo vorrei toccarlo, vorrei sciogliere quella sua durezza perché so, lo vedo da come ride, un po’ meno disinvolto degli altri ma ride, che è sempre il nostro amico, quello che alzava le mani solo per difendere la classe e non è affatto come diceva la professoressa di educazione artistica, che sarebbe diventato un delinquente di professione. Penso a tutti quelli che stanotte non ci sono, e mi chiedo dove siano ma non tanto poi, non voglio pensarci, mi chiedo soprattutto dov’è Matteo, il mio amico Matteo.

Ma poi tocca a me, me lo chiedono e glielo devo, lo devo a questa notte; e allora il professore di matematica prende forma sotto la luna, sputazzante di inflessione calabrese, seguito dal professore di religione, che si sfregava le mani pelose prima di aprire la sua valigetta portareliquie piena di “materiale”, come lo chiamava lui, e dalla professoressa di educazione artistica; e Margherita è al mio fianco, più sciolta adesso, e la sua mano, quando mi chiede di imitare la camminata della professoressa, stringe il mio avambraccio, e con quella iniezione di serotonina – la professoressa, pace all’anima sua, mi perdoni – mi esibisco in quella famosa zoppia che le valse il soprannome di Punto e virgola.

 

Cerca nella borsa le chiavi, scava tra le mille cose e le trova, apre il portone. Sta per salutarmi, o forse no; “ti accompagno”, le dico. Leggo la targhetta legata con piccoli fili di ferro alla porta dell’ascensore: Si prega di accompagnare la porta senza sbatterla. Mi viene da ridere. Sto salendo da lei, e tutto il repertorio delle scene cinematografiche introdotte da quella semplice frase, “ti accompagno”, mi piovono in testa. Nell’ascensore non diciamo una parola; io le guardo la nuca, scoperta, vulnerabile, le guardo le labbra poi il petto bianchissimo e sento il suo profumo. Allora la sento salire. Mi gira la testa.

Apre la porta di casa, non dice “vuoi entrare”, e dal copione nella mia mente cancello quella frase. Lascia che chiuda la porta, mi precede verso dove non lo so, ma ho il cuore che batte forte, la buona, vecchia sensazione adolescenziale di gelo all’intestino.

In un unico gesto si toglie il cappotto e mi prende la mano, mi tira a sé e io mi premo su di lei, voglio sentirla, voglio che senta. Baciandoci barcolliamo nella sua camera, sbattendo contro mobili e stipiti senza sentire dolore, fino al suo letto. Facciamo l’amore, ed è come se lo stessi facendo con tutte le Margherite che è stata: con la ragazzina che gioca a essere mia moglie tra i banchi di scuola; con l’adolescente delle scuole superiori, sfigurata da una bellezza che fiorisce di imbarazzanti pienezze, chiusa in un corpo che cresce più in fretta di lei; con la ragazza distesa sulla sabbia, il cuore a tamburo sotto il peso di un petto che si schiaccia a ripetizione sul suo seno, divisa tra la paura e il desiderio di un meraviglioso ignoto; con l’universitaria che non passa l’esame e piange le lacrime della sua prima delusione di adulta; con la donna che è ora, la donna aggrappata alla mia schiena come sull’orlo di un baratro, filo teso di disperato piacere.

E dopo è bello riposarsi in quell’odore di cose fatte. La pace ci ha proiettati agli estremi opposti del letto, a una distanza siderale l’uno dall’altra. Nessuno dice niente, nella ricomposizione della separazione.

Poi è lei a parlare:

“Non l’ha mai ricevuta, la tua lettera. Non poteva. Te la ricordi la promessa? Dopo il diploma ha fatto le valige ed è partito. Me lo disse qui a casa mia, due giorni prima di andarsene. Eravamo nel letto, nudi, proprio come me e te adesso. Stavamo insieme da un anno. Era tutto bellissimo, davvero, però lui non era mai tutto con me. Alcune parti di lui sembravano andarsene per i fatti loro, fin dall’inizio. Poi due giorni prima di andar via mi disse che era arrivato il momento di ‘dare spazio fisico a quei racconti’. Che era arrivato il momento di essere fedele ai suoi sogni. Era a New York da cinque mesi. Faceva il cameriere, proprio come nei suoi racconti, metteva i soldi da parte per il corso di regia. Ma non è mai riuscito a iscriversi. Non ha fatto in tempo. Una sera è uscito dal ristorante dove lavorava. Riesco a vederlo, mentre cammina con la testa tra le nuvole, pieno di fiducia nel mondo, pensando alle sue storie. Quando l’hanno trovato era mattina. È rimasto lì tutta la notte, per terra, sull’asfalto unto di un vicolo di New York. È questo che mi fa impazzire. Immaginarlo lì, sull’asfalto sporco, per tutte quelle ore, da solo, al buio. Aveva il terrore, del buio. Quand’era solo dormiva con la luce accesa, e quando dormivamo insieme dovevo tenergli la mano. Dicono che erano in quattro, o cinque. Uno l’ha bloccato e gli altri l’hanno massacrato di botte. Gli hanno ridotto il viso una poltiglia. Poi l’hanno lasciato lì per terra, ed è morto molto lentamente, nel buio di quel vicolo. Tutto questo per trenta dollari. Era tutto quello che aveva in tasca. Trenta dollari”.

Margherita non mi guarda, non guarda. Ha lo sguardo svuotato, uno sguardo che assomiglia alla mia anima. Qualcosa si è chiuso. Mentre mi rivesto, rivedo Matteo con la videocamera in mano, intento a filmare due farfalle che si accoppiano. Dice che produrrà il primo film porno per insetti, e farà un mucchio di soldi. Lo rivedo mentre ride la risata cristallina di un bambino, lo rivedo mentre cammino nell’alba di questa mattina deserta, a passi sconnessi, smarrito e vuoto nel silenzio assordante del giorno che comincia.