Filippo Loro

Nascita di un anfibio

 

I

Quando aveva visto il proprio corpo – da spettatore, è vero, ma era il suo – disteso su quel gelido tavolo di acciaio, e nudo, con la pelle rilassata in modo sospetto e per di più di un colore tendente al bluastro, aveva capito che sarebbe stato meglio alzarsi subito.

Si era impressionato, ecco.

Forse anche a causa del punto di vista, un primo piano sul cadavere che non avrebbe saputo dire se si trovava in un obitorio o in una sala chirurgica o chissà dove, sapeva solo che era proprio il suo, con entrambi gli occhi chiusi ma in modo diverso, perché uno aveva la palpebra abbassata mentre l’altro, l’altro si era concesso il lusso di uno spiraglio, ma era uno spiraglio sul nulla.

E subito dopo aveva notato le orecchie quasi trasparenti, quello sì che gli era parso strano, e le labbra, che non avrebbero più baciato nessuno, perfettamente combacianti e un po’ più blu di tutto il resto, e le unghie che, come da aneddoti ultranoti, erano cresciute, e non sembrava più che fosse stato – com’era stato, anzi com’era – un loro assiduo divoratore, no perché poi era passato dal primo al primissimo piano, e si era quindi soffermato sul membro inerme, quasi appallottolato, ormai assimilabile a un terzo testicolo e infine, con un carrellata all’indietro – che l’effetto, si sa, è ben diverso da quello che offre un semplice zoom – aveva ammirato la compostezza delle proprie gambe, così diritte e con le ginocchia unite, che soltanto i piedi erano rivolti all’esterno, uno un po’ più dell’altro.

Insomma, un cadavere fatto e finito.

 

Così aveva deciso di alzarsi, anche se erano solo le cinque del mattino, perché un conto è non riuscire a prendere sonno, aveva pensato, un altro è avere certe visioni del cazzo, ed eseguendo una complicata serie di movimenti circospetti per non svegliare chi gli dormiva accanto, scivolò fuori dal letto e si diresse a piedi nudi in cucina, e mentre percorreva il freddo pavimento del corridoio ripensò ancora una volta a quel corpo estraneo ma suo, morto stecchito, chissà perché, e allora per esorcizzare la visione accese la fiamma azzurra sotto la moka già pronta dalla sera prima e raggiunse il bagno, dove si lavò la faccia con un’abbondante manata di acqua fredda.

“Sta scomparendo, bene. Adesso un caffè e una sigaretta, un giro veloce in TV e poi magari uno in rete, ho dalla mia quasi tre belle ore prima che ricominci la vita”.

Così pensava mentre, seduto sulla tazza, aspettava il borbottio del caffè.

 

Fuori era ancora buio pesto, il mese di ottobre da quelle parti significava già pieno inverno e sembrava davvero notte fonda, una notte senza luci e senza rumori, che lui avrebbe voluto sentire il rombo di un motore, il fischio del treno al vicino passaggio a livello, la risata di un ubriaco, i gemiti demoniaci di due gatti in amore, qualsiasi cosa tranne quel silenzio, ma c’era solo quello, e quello doveva sopportare.

Dopo aver bevuto il caffè ed essersi acceso una sigaretta, sarebbe dovuto passare al telecomando e al divano, ma aveva già cambiato idea.

“Forse è il momento giusto per farsi la barba. Forse è meglio che incominci a prendermi un po’ più cura di me stesso. Almeno un po’”.

Aveva solo bisogno di guardarsi, con le sue rughe e i primi capelli bianchi e gli occhi un tempo più vivi, ma ancora vivi.

Prese un sacchetto di rotelle di liquirizia dalla dispensa e si diresse verso il bagno di servizio, dove teneva tutto il necessario.

 

II

Gli mancavano soltanto le basette e il mento, che lasciava sempre alla fine per via di una cicatrice a cui doveva fare attenzione, ma prima di calare gli ultimi cauti fendenti abbassò il trilama e si guardò negli occhi con un’espressione pensierosa, cercando di non prestare attenzione agli sbruffi di bianco che gli complicavano la faccia, e sì, in effetti, come già qualcuno gli aveva detto, aveva lo sguardo profondo, un po’ triste e profondo, che poi anche il resto non era male, ma ormai la conosceva così bene quella faccia che la sopportava a stento, forse perché sapeva a memoria tutto ciò che nascondeva.

Sì, sembra banale a dirsi, ma la luce dei suoi occhi non aveva segreti per lui, e questo particolare, che gli aveva sempre dato fastidio, negli ultimi tempi glieli stava rendendo odiosi quegli occhi, quasi insopportabili, ma in realtà anche il resto del viso gli ispirava gli stessi sentimenti e in quel momento, davanti allo specchio del bagno di servizio, avrebbe voluto cambiare fisionomia, non riconoscersi più, che nessuno lo riconoscesse più.

“Beh, nei film americani di solito succede che uno si ferma in un motel, si taglia i capelli, se li tinge e riparte tranquillo, come se fosse diventato un altro, cazzo, ma possibile? No, perché anch’io mi taglio i capelli da solo, ma il giorno dopo in ufficio mi riconoscono sempre, beh, però è vero che non li ho mai tinti. Sarà quello”.

Ma intanto la storia della fisionomia e del diventare un altro a poco a poco lo stava conquistando, e sentiva che il momento era propizio, che doveva occuparsene subito.

Avrebbe cominciato dai capelli, sì, prima di tutto via i capelli.

Aprì l’armadietto e armeggiò con il cavo di alimentazione.

 

Aveva appena messo in funzione il rasoio elettrico dopo avere regolato la lunghezza del taglio a zero, che stava già meglio, e a mano a mano che la pelle della testa diventava visibile sentiva che i suoi muscoli si rilassavano, anche se alla fine gli parve che quella peluria rimasta attaccata al cranio stonasse un po’, e così ritornò alla schiuma da barba e al trilama, e mezz’ora dopo la sua testa era glabra e liscia come una salamandra, ma la sua soddisfazione – perché si sentiva abbastanza soddisfatto del lavoro svolto – era durata solo fino a quando si era guardato le braccia con la stessa espressione con cui, poco prima, aveva osservato la sua testa ancora ricca di capelli.

Si tolse la t-shirt.

Non solo gli avambracci erano ricoperti di peli che si spingevano fino ai polsi e sconfinavano sulle mani, ma anche il petto e l’addome esibivano senza pudore la loro mascolinità grazie a un tappeto – a dire il vero non troppo fitto – che scompariva sotto i pantaloni e così, per riflettere meglio, mordicchiò un’altra rotella di liquirizia, ma non l’aveva ancora terminata che il ronzio del rasoio tornò a diffondersi nel piccolo bagno, e anche la pelle delle braccia diventò in poco tempo liscia e, così sembrava, quasi più rosa.

Era sempre più soddisfatto.

Ripeté l’operazione della schiuma da barba su entrambe le braccia, e quando stava per passare al torace gli venne l’idea di usare la crema depilatoria che lei teneva proprio lì, da qualche parte, e che non fa rumore, non fa male e basta una sola passata, e infatti la trovò quasi subito, lesse in fretta le istruzioni per sincerarsi che fosse semplice come si immaginava, e cominciò a spalmarsela con metodo sul petto, scendendo poi fino all’ombelico.

Lì si fermò.

 

Non si fidava a scendere più giù, decise che più giù avrebbe usato il metodo tradizionale, schiuma da barba e trilama, e poi doveva conservare un po’ di crema per le gambe, perché quelle sì che erano piene di peli, e comunque, tra petto e gambe passò un’altra mezz’ora, e altrettanto tempo impiegò per il pube, che era davvero una zona incasinata, e alla fine si allontanò di qualche passo dallo specchio per ammirare il proprio lavoro.

“Beh, in effetti”, pensò a voce alta.

Ma c’era ancora qualcosa che non andava.

Si ficcò in bocca l’ennesima rotella e capì.

C’entravano ancora quei maledetti occhi, perché nonostante l’effetto generale fosse abbastanza efficace, con tutta quella pelle per una volta davvero nuda e bene in vista, si immaginò invece il risultato di tutto quel depilarsi una volta vestito con calze, scarpe, pantaloni, maglie e maglioni: sarebbe sembrato uno che si era rapato a zero, tutto qui.

E la colpa era degli occhi, che erano rimasti gli stessi.

 

Iniziò dalle sopracciglia, che senza esitazioni rasò completamente, complici due ditate di schiuma bianca e una manciata di colpi decisi, e subito dopo, cambiando attrezzo, facendo molta attenzione e tenendo la faccia a pochi centimetri di distanza dalla superficie dello specchio, con l’aiuto di un paio di forbicine dalle lame ricurve, si tagliò anche le ciglia, e anche se quelle delle palpebre inferiori gli crearono qualche difficoltà, riuscì comunque a eliminarle senza ferirsi.

Era davvero strano, dopo, aprire e chiudere le palpebre.

“C’è chi dice che servono a difendere gli occhi, ma da cosa? Quattro peletti, fatti sì apposta per combaciare gli uni con gli altri, ma che razza di difesa possono organizzare? Secondo me nessuna. E poi questo è proprio lo sguardo indifeso e velenoso che desideravo, sì, quello che riesce a trasformare ogni cosa in caso, o in caos, è uguale. Disarmato e sospettoso, ecco. Uno sguardo diverso, che me lo sento addosso, adesso. Perché si può dire che nessuno si accorge di averle, le ciglia, ma quando non ci sono più, ecco, aprire e chiudere gli occhi non è più la stessa cosa”.

E quando si guardò ancora allo specchio, finalmente sorrise, perché anche lui non sembrava più la stessa cosa di prima, e l’uomo che cadde sulla terra era lì, non c’erano cazzi, sembrava proprio un alieno.

Umanoide – su questo non potevano esserci molti dubbi – ma alieno.

 

III

Perché in quel momento percepì la luce nuova dei suoi occhi, che erano diversi, come se quella depilazione totale non avesse solo prodotto come risultato un cambiamento della fisionomia, ma li avesse resi consapevoli di trovarsi in un contesto diverso.

“Potrei essere l’avventuriero che ha appena attraversato un muro di fuoco, oppure il malato terminale alle prese con dosi massicce di chemioterapia, oppure ancora il demone sfigato cacciato via dall’Ade e, perché no, anche l’extraterrestre naufragato sulla terra a cui pensavo prima, oppure no, ecco, meglio ancora, una di quelle bestie un po’ repellenti e dai colori strani, ma sì, quelle con la pelle liscia e sempre viscida perché straordinariamente ricca di ghiandole mucose”.

In effetti un osservatore esterno sarebbe rabbrividito davanti alla vista di un uomo glabro, nudo e che si guardava allo specchio con un’espressione un po’ ispirata e un po’ spiritata, ma lui - per la prima volta da tempo – si sentì davvero un altro, e questo gli piacque, e così, forse per festeggiare, forse per sdrammatizzare, tirò fuori la lingua come per fare boccacce a quel nuovo se stesso.

Era ricoperta di striature nerastre che la rendevano disgustosa, imbarazzante, quasi disumana.

Come i suoi denti d’altronde, ed era tutto merito della liquirizia, delle sue adorate rotelle di liquirizia.

E allora si piacque ancora di più.

 

Fu in quel momento di esultanza discreta che pensò a lei, che fra un po’ si sarebbe alzata e lo avrebbe guardato con orrore, lei che non voleva neanche che si tagliasse i capelli e che spesso gli chiedeva di non farsi la barba fino al giorno dopo, altro che depilazione totale, anche se era sicuro che lei, più che dal risultato, sarebbe stata spaventata dal significato di quel gesto, che lui non riusciva mica a capire se ce l’aveva un significato, ma lei glielo avrebbe senz’altro spiegato, e così ci pensò un attimo su e concluse che non desiderava conoscerlo, il significato di quel gesto, per niente, e soprattutto non voleva che fosse lei a spiegarglielo.

Masticò un’altra rotella nera e, mentre si vestiva, decise che sarebbe uscito di casa prima del suo risveglio.

“è così semplice. Basta scivolarsene via in silenzio, con qualche rotella di scorta. Chissà perché non ci ho pensato prima. Forse non sono nel mio elemento, forse è per questo che sono così lento a prendere le decisioni che riguardano me”.

Ma doveva sbrigarsi, perché erano già le sette e mezza passate, e lei avrebbe potuto svegliarsi da un momento all’altro, ormai era questione di poco.

Corse in cucina come se fosse trasportato da una ventata d’aria, che sentiva fra i capelli, fresca e frizzante, come se non li avesse rasati a zero, scarabocchiò qualcosa su un foglietto e lo infilò sotto la tazza della colazione, poi prese il giaccone, si infilò le scarpe e uscì con le chiavi dell’auto già in mano, smanioso di partire, contento come un bambino.

Ma non sapeva mica dove andare.

Non lo sapeva ancora.

 

IV

Arrivò nel posto che era quasi mezzogiorno.

Aveva lasciato l’auto qualche chilometro prima, ai piedi del sentiero che risaliva la piccola valle e che, costeggiando un torrente montano, lo aveva portato fino al punto in cui, facendo una piccola deviazione, conduceva a un piccolo lago con tanto di cascatella.

Si era diretto lassù quasi per un riflesso condizionato, forse perché quello era uno dei luoghi in cui da ragazzino andava più volentieri.

Fece ancora qualche passo calpestando il terreno elastico del sentiero, che a un certo punto si trasformò in una piccola radura ricoperta d’erba non più verde ma ancora morbida, dove il sole filtrava fra gli alberi con una luce fredda che continuava a bersagliarlo sulla testa nuda, finché non giunse vicino all’acqua, dove lo scroscio della piccola cascata era l’unico rumore che si sentiva tutt’intorno, e si sedette su una delle rocce che circondavano lo specchio d’acqua e infilò la mano in una delle grandi tasche del giaccone, dove trovò ancora una rotella di liquirizia che masticò senza fretta, soddisfatto di essersene ricordato, mentre nel suo cervello si faceva strada un’idea, perché in quel momento aveva bisogno di un’idea che giustificasse il suo tragitto fin lì.

 

Iniziò a spogliarsi, e dopo aver posato i suoi vestiti sopra una roccia piatta si esaminò con attenzione la pelle, che a contatto con l’aria frizzante si era subito ribellata e che, così senza peli e per una volta davvero nuda, sembrava del tutto indifesa, e poi entrò in acqua, lentamente ma senza esitazioni, e passo dopo passo, mentre i suoi piedi cercavano il loro equilibrio sul fondo pietroso del torrente, sentì con una chiarezza affascinante una lama gelida attraversargli il corpo, risalire lungo le gambe e poi, arrivata all’inguine e all’addome, moltiplicarsi in una miriade di schegge di ghiaccio che lo raggiunsero alla base della testa ben prima che questa scomparisse sott’acqua.

Poco dopo la superficie del laghetto aveva ritrovato la compostezza del proprio movimento rotatorio dovuto alla cascata e brillava al sole, mentre le rocce circostanti amplificavano quei raggi così freddi e luminosi, e sugli alberi le foglie ricche di sfumature gialle e rosse scintillavano senza pudore, e l’unico segno visibile di una presenza umana era un mucchietto di vestiti, ripiegati e appoggiati su una roccia piatta vicina alla riva.

Poi riemerse.

 

Tenendo gli occhi chiusi rovesciò la testa all’indietro e accolse la luce sulle palpebre indifese, e fu allora che capì di trovarsi nel posto giusto e, nello stesso istante, comprese anche il significato del biglietto che aveva scritto quella mattina e che lei ormai doveva avere già letto: “Amore, ho scoperto di essere anfibio. Vado. Buona giornata”, una frase che gli aveva dettato l’istinto, ma che adesso, mentre se ne stava immerso nell’acqua limpida e gelida di un torrente di montagna, aveva un senso, anzi, più di uno.

Aprì gli occhi e si immerse di nuovo.