Baron
La ballata di Achille Cepollini
San Gennaro’s Ville, piccolo insediamento colonico di napoletani nel Wyoming, Inverno 1876.
«Gennari’, vieni subito a lavarti. Muoviti, zuzzuso! Sono ore che ti stai rotolando per tutto stu cazzo ‘e ranch! Ti ho detto mille volte che non voglio che giochi lì fuori con quegli indiani pidocchiosi». «Levati quelle penne dai capelli e lavati quella pittura dalla faccia. Tu devi fare il cowboy, non l’indiano!» «Mammà, ma a me e cabbòi me fanno schifo, io so’ indiano». «Ah sì? Quelli non sono comm’a te, tu sei bianco, loro sono pellerossa, sono scuri, non lo vedi che siete diversi?» «No, mammà, so’ scuro pure io!» «No, tu si’ spuorco sulamente. Vatti a lavare che sta arrivando tuo padre, sento il cavallo». «Tu a quest’ora torni? Invece di dare un’educazione a tuo figlio stai sempre al saloon a bere e a giocare a pokèr». «A giocare a pokèr, Mari’? Dopo una giornata passata in ginocchio sui sassi a cercare l’oro mi lasci distrarre un poco o no?» «Distrarre? Lo sai che Gennarino gioca coi bambini pellerossa nipoti di quel capo indiano? E lo sai come si chiama quello? Cavallo Pazzo, si chiama. Lui e altre 3-4 tribù hanno fatto ‘o mazzo tanto al generale Custèr, in città non parlano d’altro!» «Non parlano d’altro? Tu non capisci niente, Mari’. E non devi assolutamente fare il nome di quel capo davanti a nessuno. Io ho capito le motivazioni politiche di quel popolo... ma voglio campare quieto». «Le motivazioni che? Sentimi, Achi’, a me quello mi fa paura, io fossi in te lo andrei a denunciare: magari ti danno anche una bella ricompensa in dollari». «Dollari? Non dirlo neanche per scherzo, Mari’. La buonanima d’o generale Custer era n’ommo e merda e ammazzava donne e bambini e io poi la spia non la faccio. Sarò pure un romantico, ma l’unione di quelle tribù mi ha ricordato i tempi che stavo con Peppe, quando eravamo in Italia e si combatteva per una causa...» «Achille, qui nun ce stanno cause, ‘ccà nun ce sta niente! E la colpa è del tuo caro Peppe che ogni tanto tiri in ballo. Dicevi che ti decantava le bellezze dell’America? Sono dieci anni che stiamo qui e io ancora ‘sta bellezza nun l’aggio vista». «Che c’entra? Questa è una terra vergine, la terra delle opportunità. A Napoli c’era solo fame». «Hai ragione, Achi’, c’era solo fame. Qui c’è di più, ce sta fame e disperazione». L’alba del giorno successivo. «Uè, Ferdina’, hai portato i picconi nuovi?» «Sali sul carro e guarda dietro, secondo te quelli vanno bene?» «Vanno bene, speriamo. Mi sento che dentro quel costone ci sta una vena d’oro che ci arricchiamo tutti e ci sistemiamo». «Anche a te il cazziatone del dopo saloon, eh, Achille?» «Eh, come al solito. Ma ha ragione mia moglie, facciamo una vita dura. A volte basta un niente per innescare una lite: ieri s’è incazzata perché mio figlio giocava coi nipotini di Cavallo Pazzo». «Hai detto Cavallo Pazzo?» «No, no-no, ho detto Cavallo-a-cazzo! Cavallo-a-cazzo è un vecchio indiano tutto storto. «Mo’ ti spiego: lo sai che gli indiani, no?, gli indiani... mica hanno nome e cognome! Prendono i nomi da animali o da azioni eroiche e cose così e... e lui che sta sempre tutto scoliotico sopra al cavallo e pare sempre che sta per cadere l’hanno chiamato Cavallo-a-cazzo. Ecco, è questo, è così». «Avevo capito male?» «Avevi capito male, Ferdina’!» Il pomeriggio di quello stesso giorno. «Mannaggia, Mari’, stamattina ho fatto un guaio». «Che hai combinato?» «Mi è scappato il nome di Cavallo Pazzo con Ferdinando... se quello appura che sta accampato qui vicino lo fa arrestare...» «Achi’, hai deciso di fare l’avvocato di quei quattro fetienti? Da quando ti conosco hai sempre preso a cuore le cause sbagliate. Tieni più di 50 anni: quando la metti la testa a posto?» «La testa a posto? Devo vedere le cose storte e mi devo fare i cazzi miei? Nun so’ capace. Ti ho mai raccontato di Peppe e di quando il re si rifiutò di incorporarci nell’esercito regolare italiano? A Teano, al pranzo della vittoria, lo emarginarono al tavolo nostro a mangiare pane e formaggio con la truppa, lui che era l’eroe... E io gli dicevo: “Genera’, sputateli in faccia a ‘sti fetienti”!» «Achi’, ma tu parli sempre della stessa cosa? Ma ti stai scimunendo?» «Non c’è giustizia, Mari’... Quel capo indiano è un eroe». «Papà! Papà, vieni qui...» «È Gennarino... vedi che vuole!» «Papà, lui è lo zio di Quaglia Scannata, l’amichetto mio. È scappato... lo stanno cercando al villaggio: i soldati stanno mettendo tutto sotto sopra». «Cavallo Pazzo? Sei Cavallo Pazzo? Gesù, e mo’ come parlo con questo, chi lo capisce? Entra dentro, vai». «Achille, e chisto chi è?» «Chi è? È Cavallo Pazzo, Mari’, il capo dei Siùcs». «E tu me lo porti ‘ccà dinto?» «Lo dobbiamo accamuffare, non devono trovarlo...» «Certo però, Genna’, m’aspettavo nu piezzo d’omme alto: chisto è curto, pare nu guagliunciello... Signor Cavallo, lo volete un caffè?» «Mari’, nun se chiamma “Cavallo”». «Come no, Cavallo di nome e Pazzo di cognome, no? O è tutto il contrario?» «Mari’, per piacere, va’ a fa’ ‘o cafè, va’!» Come faccio a fargli capire? «Devi metterti dei vestiti addosso, accorciare quei capelli, ca-pel-li, questi qua, sennò capiscono chi sei». «Possiamo dire che è un mezzosangue messicano che bada alle vacche, magari li facciamo fessi». «Achille, Achi’, stanno arrivando i soldati!» «Entra dentro, Maria, portati a Gennarino». «Good morning, here’s General Crooks. Do you understand what I say?» «Scusate, io non vi capisco, io non parlo bene... se magari c’è qualcuno che parla italiano...» «Ah, italians Sir, better calling trumpeteer Martini in the backline. Martiniiiiiii...» «Oh, Gesù, ma quello... quello è Giovanni Martini...» «Cepollini Achille, mamma mia che gioia... e tu che ci fai ‘ccà?» «Io? Tu che ci fai con l’esercito degli Stati Uniti! Ti sei levato la camicia rossa e te la sei messa blu?» «E che ti devo dire? Nel ’67, dopo la battaglia di Mentana, ho capito che l’Italia mi stava stretta e sono venuto a cercare fortuna qui. Peppe ne parlava tanto bene... e io poi la tromba so suonare, nient’altro. Così da una guerra sono passato all’altra». «E non era meglio una banda musicale?» «Hai ragione, Achille, ma com’è finita poi con Garibaldi?» «E che te lo dico a fare, lo hanno scaricato, ha fatto una fine triste... nun me ne parla’. E questo è il tuo nuovo battaglione?» «Lui è il grande generale Crooks. Sto con loro da pochi giorni, Achi’, sono vivo per miracolo, sono l’unico scampato al massacro del 7° cavalleria». «Stavi con Custer?» «Sì, poco prima di cadere mi ha mandato a chiedere rinforzi. Mi ha levato dal cazzo con uno sdegno che non hai idea perché non parlavo bene inglese: mi ha dato un foglio da consegnare ai rinforzi, ma sono arrivati tardi e isso l’ha pigliato n’gulo!» «Gesù, Giuanne, sei vivo per miracolo...» «Sì, comunque veniamo a noi che questi si stanno spazientendo. Devo tradurre quello che mi chiedono. Stanno cercando l’accampamento dei Sioux Oglala di Cavallo Pazzo: hanno riferito che sta da queste parti». «E chi l’ha detto?» «Un informatore, uno della zona: l’ha fatto per riscuotere la taglia...» «Ferdinando... che ommo e merda!» «Che dici?» «Niente, niente, ma qui indiani non se ne sono visti». «Mi chiedono chi è quell’indiano che sta badando alle vacche. Lavora con te da molto? Appartiene a qualche tribù?» «A qualche tribù? Eh, chi, quello? Sì. Nooo, quello è un mezzo messicano e mezzo... mezzo...» «Mezzo che, Achi’?» «Mezzo indiano... ma solo mezzo». «Ho capito, quindi niente?» «Niente, esatto». «Senti, noi mo’ ce ne dobbiamo andare, m’ha fatto assai piacere rivederti, se capiti al forte ci beviamo un whisky insieme, Achi’». «Volentieri, Giuanne, speriamo di vederci presto». «Comunque noi andiamo a est: cerca di farglielo capire al mezzo messicano...» «Ah... tu hai... tu hai capito chi è?» «Sì, e non soltanto perché l’ho visto combattere come una furia, Achi’, ma anche perché lo sguardo di un vaccaro mezzosangue non ha niente a che fare con lo sguardo fiero di un capo. Ma tanto questi nun capiscono manco ‘o cazzo». «Grazie, Giuanne, sei una brava persona». «Non è per questo, Achi’. Anche io lo schifavo a Custer, statte buono». «Cià, Giua’». «È un miracolo, Maria, prendi un cavallo. Tu vieni qua. Te ne devi andare, mi hai capito? Vedi dove stanno andando quelli? Tu devi andare dall’altra parte, sennò quelli t’accideno! «Che cos’è questa borsa? Grazie, ma non mi devi regalare niente. Vai, pensa a scappare, va bene, va bene la tengo, grazie, statte buono». «Achille, ma è muto?» «No, Mari’, sa che non avrei capito niente se avesse parlato nella sua lingua e allora si è espresso a gesti. Vedi, ha dimostrato la sua gratitudine con questa borsa di pelle. Questa è pelle di bisonte...» «Apri, Achi’, vedi se dentro ci sta qualcosa». «Oh Gesù-Gesù-Gesù... pigliame ‘na sedia, Mari’!» «Che è? Che ci sta là dentro?» «Questo è il simbolo di un reggimento che è stato umiliato: è la bandiera del 7° cavalleria ancora sporca del sangue dei soldati. Gli indiani l’hanno strappata ai vinti in segno di trionfo al Little Bighorn». «Achi’, è bella, ma in casa non ci sta lo spazio per appenderla...» «Mari’, Mari’... statte zitta che è meglio!!!» La sera del giorno dopo. «Ci porti una bottiglia di whisky e 3 bicchieri? Insomma, Achille, non speravo di incontrarti così presto». «Avevo bisogno di distrarmi, Giuanne. Poi ci eravamo detti di passare una serata assieme». «Ah, ti presento un commilitone, Francesco Lombardi: Frank, da quando sta qui in America. È un nostro compaesano...» «Piacere». «Tanto piacere, Achille Cepollini. Di dove sei, Frank?» «Napoli». «Anche lui è del 7°. Anche lui, come me, è stato fortunato a nun se fa accidere dagli indiani». «Sei sopravvissuto alla battaglia? Ma non erano morti tutti?» «No, io nun ce stavo propeto: stavo in malattia a Forte Lincoln». «Ah». «Eh, l’amico si era messo tra i tranquilli...» «Che vuo’ dicere, Giuanne, che mi sono imboscato?» «Frank, ma che ci sarebbe di strano? Lì ce la facevamo sotto tutti quanti». «Eh no, tu lo sai che io veramente me la facevo sotto. Con licenza parlando, tenevo una diarrea esagerata... sono rimasto al forte». «Vabbuò, cambiamo argomento. Achi’, ti vedo preoccupato... che è stato?» «Giovanni, era da quando stavamo con Peppe che non mi sentivo così coinvolto». «Frank, Achille è quell’amico di cui ti ho parlato che stava con me in Italia a combattere con Garibaldi». «Ah». «Ora mi sento... come ti devo dire? Mi sento combattuto, devo prendere una decisione». «Achi’, parla pure, qui siamo persone che sanno starsi zitte quando serve, lo sai. Poi dentro stu saloon so tutti americani: nun capiscono nu cazzo di italiano». «Certo... Giova’, tu sei stato presente in quella situazione col capo...» «Qualcosa che riguarda...?» «Sì, bravo. Lo sai che mi ha regalato prima di andarsene?» «Che?» «La bandiera, la bandiera del 7°». «Cazzo, Achi’, quella la devi restituire: è stata portata via ma appartiene all’esercito». «Lo so, ma poi vorrebbero sapere dove l’ho presa... capirebbero subito che ho avuto a che fare con quelli che hanno massacrato a Custer. In questo clima mi schiaffano subito in galera a vita». «Questo è vero, Achille. Anche io non sono proprio in pace con me stesso. Tu lo sai che io avevo portato il foglio con la richiesta di rinforzi scritto da Custer in persona?» «Sì, me l’hai detto». «Ecco, io ne ho consegnato uno con lo stesso testo ma scritto da me e io mi sono tenuto quello originale, scritto da Custer di suo pugno». «E perché, Giuanne?» «Un ricordo». «Scusate, guagliu’». «Dicci, Frank!» «Scusate se mi intrometto. Nun so cazzi miei ma io ho lo spirito del commerciante e mi è venuta un’idea. Ma perché non prendiamo la bandiera e il foglio con gli ordini di Custer e ce li andiamo a vendere in un altro stato?» «E chi se li compra?» «Chi se li compra? Quelli sono già pezzi da museo! Troviamo un privato e facciamo due dollari». «Due dollari?» «Quacche cosa ‘e cchiù, magari». «Ma rischiamo la galera per poco, non ci sistemiamo di certo». «Se vendiamo la vera bandiera e il vero foglio... ma noi ne facciamo delle copie e le vendiamo in ogni stato. Partiamo per una specie di tournee». «Ma questa è una truffa». «Io la chiamerei emotional business: noi gli vendiamo un’emozione legata alla bandiera, non la bandiera vera». «Ci state o no?» «Si può fare. Achi’, tu che dici?» «Che dico? Dico: ok!» I 3 “commercianti” riuscirono a vendere le false bandiere del 7° cavalleria ed il foglietto di Custer contraffatto per 34 volte in 12 stati prima di essere scoperti e denunciati. Dovettero ritirarsi dal commercio e dedicarsi ad altro.
Note
Ho iniziato a scrivere il racconto affascinato dall’idea di muovermi dentro un personaggio realmente esistito ma del quale si sono perse le tracce. Al di là delle grandi figure storiche di Garibaldi, Cavallo Pazzo, il generale Crooks e il generale Custer, Achille Cepollini, garibaldino, aveva tutte le carte in regola per diventare il protagonista. Le informazioni che lo riguardano sono estratte dall’inchiesta informativa sui Mille di Garibaldi (allo scopo di concedere la pensione ai reduci) pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 12 novembre 1878. Cito testualmente: “Cepollini Achille. È ufficialmente escluso che uno di tal nome trovisi ora nell'esercito. Alcuno lo dice (già) maggiore nelle piazze, morto a Torino nel 1867 o 1868. Altri lo afferma nato a Napoli verso il 1820, tra i difensori di Venezia nel 1848-49, alla campagna di Lombardia nel 1859 come cacciatore delle Alpi; imbarcatosi a Lonato e sceso a Talamone, ma poi, raggiunto Garibaldi in Sicilia, capitano, ferito a Calatafimi; infine professore di lettere a Napoli. Nessuna notizia ufficiale; a Napoli è sconosciuto”. Era il mio uomo, misterioso al punto giusto. Dopo aver condotto il personaggio negli Stati Uniti dell’epoca, l’ho collocato non distante dal luogo in cui, poco prima, il Generale Custer, e con lui il 7° cavalleria, era stato massacrato da Toro Seduto, Gall e Cavallo Pazzo. Il fascino che esercita su di me il popolo dei nativi americani e la loro storia mi ha indotto a essere il più possibile preciso nell’inserimento di altri personaggi realmente esistiti, ma, per una forma di rispetto, ho preferito lasciar fuori i pellerossa: l’unico ad apparire è Cavallo Pazzo, che comunque non dice una parola in tutta la storia, conservando la sua fierezza e il suo orgoglio anche di fronte alla grottesca moglie di Achille. La realtà, è cosa risaputa, rende spesso la fantasia superflua. Continuando la ricerca ho scoperto infatti la figura di Giovanni Martini, anch’egli realmente esistito e unico scampato al massacro di Custer. Trombettiere con scarsa conoscenza dell’inglese, fu mandato realmente dal Generale Custer a chiedere rinforzi e, prima ancora, trombettiere di Giuseppe Garibaldi nella battaglia di Mentana del 1867. La storia racconta: “Giovanni Martini (arruolatosi come John Martyn), nato a Sala Consilina-Salerno nel 1853 e morto a Brooklyn nel 1923, sulla sua lapide è scritto: portò l’ultimo messaggio del Generale Custer-battaglia di Little Big Horn-25 giugno 1876”. Quest’uomo aveva vissuto due grandi eventi storici in due diversi paesi, prima con Garibaldi e poi con Custer, ed era uscito vivo da entrambi: (quando proprio non devi morire!) Tra lui e Achille Cepollini sarebbe stato un bel rivedersi nel mio racconto: un incontro tra due ex commilitoni e quasi compaesani, forse realmente amici durante il loro “periodo italiano”. Proseguendo nelle “indagini”, ho scoperto che nel 7° cavalleria gli italiani erano sei, tutti e sei scampati a quella morte tragica e violenta. A parte Martini, si sa che altri quattro erano dislocati in zone limitrofe allo scontro, addetti alle munizioni e ad altro, ma comunque lontani dalla battaglia. Quanto al sesto italiano scampato, è lui che ha reso forse più doverosa questa nota di spiegazione conclusiva, affinché sia chiaro che non è solo frutto di fantasia: Francesco Lombardi, arruolatosi come Frank Lombard, nato a Napoli nel 1848, al momento del massacro era a Fort Lincoln in malattia. Tutti gli altri personaggi del racconto sono invece inventati.