Francesco Dimitri
La festa (II)
Dove eravamo rimasti... Gli Ombrafiorita sono stati invitati, nella notte di Halloween, alla festa in maschera della contessina Giada Bellavista. La madre, Gelida Deriva Bellavista, ha pensato di fare una cosa divertente invitando la Morte in persona, tanto per scherzo. Peccato che la Morte non abbia un gran senso dell’umorismo, e quindi sia arrivata davvero. Ha già mietuto la prima vittima, tal Sergio. Nel frattempo Veronica ha conosciuto un affascinante sconosciuto, che si è presentato come Bruno Reich...
I
Saltò fuori che Sergio era Sergio Mazzini, notissimo sceneggiatore di commedie all’italiana. La sua cassa toracica era aperta, le budella riverse fuori, e gli occhi erano sgranati in un’espressione di paura. Gli Ombrafiorita avevano assicurato di saper gestire la situazione. Adesso si trovavano chiusi in bagno, con il cadavere ai loro piedi e la contessa, di fuori, che provava a calmare gli ospiti con l’aiuto di Bruno Reich, mentre il maggiordomo chiamava la polizia. «Non verrà» aveva detto Reich. «Perché no?» aveva chiesto Veronica. Reich aveva scosso la testa. «Non verrà» aveva ripetuto, ma non aveva avuto modo di aggiungere altro, perché una signora travestita da damina veneziana (come metà delle signore presenti) aveva scelto quel momento per svenire, e lui era andato al soccorso, mentre gli Ombrafiorita raggiungevano il bagno con dentro il cadavere. Angelo, Alex, Veronica ed Evelyn Ombrafiorita fecero quadrato attorno al corpo di Mazzini, osservandolo per bene. «È proprio morto» annunciò Angelo, in tono riflessivo. «Ma no» disse Veronica. «Sì, sorella, vedi, manca la pulsazione del collo». «Angelo, scherzavo. È ovvio che è morto». «Lo hanno sventrato» notò Evelyn, che ci era appena arrivata. «Qualcuno ha qualcosa di non-ovvio da dire?» «Lo hanno sventrato dall’interno» intervenne Alex. «Da dentro». «E tu che ne sai?» «Si vede». Veronica guardò meglio il corpo. Forse, in effetti... «Come le hai imparate, certe cose?» Alex tossì imbarazzato. «Un po’ qua, un po’ là». Veronica non sembrava molto convinta. «Non indaghiamo» propose Angelo. «Non è a nostro fratello che dobbiamo pensare». «Ecco, appunto» concordò Alex. «Pensi davvero che ci sia la Morte in giro, come dice Reich?» chiese Veronica. «Morto, è morto» sottolineò Evelyn, smuovendo il cadavere con la punta del piede. «Non lui, la Morte, quella con il cappuccio». «Non avrà il cappuccio» disse Angelo «ma secondo me quel galantuomo ha ragione. Non è facile squarciare dall’interno il corpo di una persona». «Brakh’toh lo faceva» ricordò Evelyn. «Brakh’toh era un polipoide polidimensionale: aveva tredici tentacoli, ognuno dei quali si muoveva in sette diverse dimensioni, per un totale di...» «...molte dimensioni» lo interruppe Alex. «Moltissime» confermò Angelo. «E poi Brakh’toh puzzava». «Sì» ricordò Veronica «di latte acido». Evelyn annuì. «Qui non c’è puzza di latte acido». «Quindi non è stato Brakh’to» concluse Angelo. «Dev’essere stata la Morte». «Ma perché dev’essere per forza un’entità multidimensionale o l’incarnazione di un concetto metafisico?» chiese Veronica. «Non può essere, che so, uno?» «È sventrato da dentro» intervenne Alex. «Tu sapresti farlo». «Stavolta non sono stato io!» si difese, precipitosamente. «Magari un altro mago». Angelo scosse la testa. «Ci ho pensato subito, sorellina». “Mai sottovalutare Angelo” pensò Veronica. “Sembra solo un grosso boy scout, ma ha cervello”. «Non ci sono tracce di Incanto» continuò lui. «Nessuna, niet, nisba. L’assassino non era né un mago né un polipoide polidimensionale1». Prima che qualcuno potesse rispondere, un altro urlo giunse dal salotto. «Ci risiamo» borbottò Veronica. «Altri morti». Sentiva un gran bisogno di un paio di pillole, per tirarsi su e far passare il mal di testa. Le piantine che Zio Osvaldo aveva portato con sé promettevano bene. Motivo in più per farla finita e tornare a casa al più presto. Alex tirò fuori la frusta e la fece schioccare. «Andiamo» disse, contento come una Pasqua.
II
Stavolta il morto era Andrea Regni, il fidanzato di Giada. Non serviva csi per capire che era indubbiamente morto: trovarono il suo corpo in cucina, per la precisione sul tavolo. E anche nella dispensa, nel cestino delle immondizie, nel frigorifero, nel freezer e un po’ su tutte le pareti. La contessina lo aveva visto andare in cucina, lo aveva seguito dopo pochi minuti, ed era scivolata sul suo sangue, guadagnandosi (fu il pensiero di Alex) un grosso livido su quelle belle chiappette. Nel frattempo in salotto qualcuno urlava e qualcuno piangeva. Mentre i suoi fratelli studiavano le numerosi parti del cadavere, Veronica si ritirò in un angolo a parlare con Reich. Aveva degli occhi bellissimi, quell’uomo, antichi e intelligenti. La inquietavano parecchio, e altrettanto l’attraevano. «Non sento le sirene» gli disse. «Né le sentirai» rispose Reich. «Le linee sono staccate, niente polizia». «Qualcuno ha provato a uscire?» «Finora sono riuscito a tenerli fermi, per fortuna». Veronica lo fissò con aria interrogativa. «Guarda da una finestra» le disse Reich. «Capirai». Veronica si avvicinò alla finestra della cucina e lanciò un’occhiata fuori. Non c’era niente. Ma proprio niente. Niente luci, niente giardino, niente stelle, niente di niente. «C’è un Niente» disse. «Ed è un Niente piuttosto affamato2» concordò Reich. «Chi esce... beh, diciamo che il ragazzo, qui, Andrea, ha fatto una fine allegra, a confronto». «Bellissimo» disse, sarcastica, Veronica. «Siamo bloccati in mezzo a un Niente con una incarnazione psicopatica della Morte». Non sono psicopatica precisò una voce nella sua testa. «L’hai sentita?» chiese Veronica a Reich. «Chi?» Mi sentite solo voi, Ombrafiorita. In effetti i suoi fratelli si erano fermati ad ascoltare. Anche Reich era fermo e zitto: aveva capito che stava succedendo qualcosa. «E perché?» chiese Alex, ad alta voce. «Sarà per il retaggio della nostra stirpe» azzardò Angelo. No. «Allora perché?» chiese Evelyn. Non si interroga la Morte. «Eddai». Io stasera sono stata invitata. Ho dunque il diritto di prendermi il mio divertimento. «Stai cambiando discorso» si lamentò Evelyn. «E anche facendo fuori mezzi invitati» commentò Alex. Ma non voi Ombrafiorita. «Brava così, non sei tanto male». Per ora. «Ehi, vacca boia!» Vacci piano. «Scusa». Dicevo, è solo un gioco. Trovatemi e datemi me stessa, e io me ne andrò. «Come facciamo a trovarti?» chiese Veronica. Il gioco è appunto questo. «E se non vogliamo giocare?» Morite. «E se perdiamo?» chiese Evelyn. Morite. «Però se vinciamo» ci provò Alex «non moriamo più». Morite uguale, ma non stasera. Morirete quando è giusto. «Giusto-giusto, secondo me, non è mai. Non si può...» No. «Ma...» Ho detto no! E ora a caccia. Mi darò a qualcuno ogni quindici minuti. Quindi, datevi una mossa. «Merda» commento Evelyn, esprimendo il pensiero di tutti.
III
I conti Bellavista erano disperati. Già tre loro ospiti avevano provato a darsela a gambe dalle finestre. Il loro destino non era chiaro, ma di sicuro le urla che avevano lanciato per una mezz’oretta buona non lasciavano presagire nulla di brillante. E altre due persone erano morte in modi fantasiosi (secondo Alex, che aveva uno spirito artistico) e terribili (secondo Angelo, che lo aveva pietoso): uno era stato impiccato al suo stesso intestino, un altro era stato soffocato con una palla gigantesca di pelo di gatto. Di questo passo i Bellavista avrebbero fatto fuori tutta l’alta società romana. Il nome della famiglia sarebbe stato irrimediabilmente macchiato. «Una tragedia» assentì Angelo, quando la contessa gli espresse le sue paure. «Nome di famiglia» sbuffò Alex. «Mica si mangia, un nome». Angelo lo ignorò. «Contessa» disse «qui sta accadendo qualcosa che la mia famiglia, ed essa soltanto, può gestire. La prego di darci la sua fiducia». La contessa assentì, anche perché non è che potesse fare molto altro. Fu così che gli Ombrafiorita, e Reich aggregato a loro, si riunirono nell’altra cucina, quella senza un corpo sparso dappertutto, e studiarono un piano d’attacco. A Villa Ombrafiorita, Zio Osvaldo si rigirò nel sonno. Qualcosa stava succedendo alla sua famiglia. Qualcosa era già successo. Qualcosa che era tornato dal passato. Qualcosa. «Io direi di scartare gli interrogatori» propose Alex. «Già» disse Evelyn. «Non possiamo andare dalla gente a dire: “scusa, tu sei la Morte?”» «Anche perché se io fossi la Morte non te lo direi». Evelyn lo guardò sospettosa. Alex si morse la lingua: sua sorella era una cara ragazza e tutto il resto, ma tendeva a prendere le cose un po’ troppo alla lettera. «Lui non è la Morte» precisò Veronica, che non voleva vedere i suoi fratelli picchiarsi (di nuovo). «E tu com’è che ne sei tanto certa?» disse Evelyn con aria inquisitoria. «Credo che neanche sua sorella sia la Morte» intervenne, gentilmente, Bruno Reich. «E tu?» insistette Evelyn. «Chi ti ha mai visto?» «Dubito che lei abbia visto qualcun altro degli invitati, prima di stasera». «Uno sì» disse Evelyn, piccata. Cioè, credo. A una festa sulla Magliana. Ma mi sa che era solo uno che gli somigliava». «Appunto». «Però gli somigliava un sacco». Angelo sbatté un pugno sul tavolo. «Basta!» tuonò. «Nessuno è la Morte, qui». Evelyn incrociò le braccia. «Ecco» borbottò. «Mai che sia d’accordo con me». «Tu non sei bravissima a evocare i morti?» le fece Veronica. Due erano le specialità di Evelyn: evocare i morti e picchiare i vivi. Sapeva fare parecchie altre cosette, magiche e non, ma queste erano quelle che gli riuscivano meglio. Ce n’era anche una terza in verità, ma non è argomento da gentiluomini. «I morti» precisò Evelyn. «Non la Morte. È diverso». «In cosa?» «Boh, è diverso». «Forse non tanto» disse Reich. Quattro paia d’occhi si puntarono su di lui. «Vedete» continuò. «Quando evochi lo spirito di un defunto, lo richiami dai reami Inferi o Superni3. Ognuno di essi è parte della Morte, che è al tempo stesso materia e simbolo. Quindi forse potresti evocare anche lei, seppur per poco». «E a che ci serve?» chiese Alex. Reich scrollò le spalle. «Non saprei, dico solo che è possibile». «È possibile farsi anche un ovetto a zabaione, ma mica ci aiuta» disse Alex. «A me andrebbe, un ovetto» propose Evelyn, che nonostante il buffet continuava ad aver fame. «Ma sì, va’». Mentre Alex ed Evelyn andavano in cerca delle uova, Angelo parlò. «Forse ho un’idea» disse. «Se Evelyn riesce a evocare la morte anche solo per un istante, sapremo dov’è, giusto? Se è tra noi, deve aver preso il corpo di uno degli invitati». «E perché?» chiese Alex, rompendo le uova in un mixer. «Perché altrimenti dov’è il gioco? Se non ha corpo ed è ovunque intorno a noi, non possiamo trovarla». «Magari imbroglia» propose Evelyn. «Suvvia, se non è più onesta neanche la morte, dove sta andando il mondo?» «Il prozio Raimondo diceva che sta andando verso un’Apocalisse scatenata dai polpi». «Il prozio era matto». «Vero». «Ok» intervenne Veronica. «Diciamo che riusciamo a evocarla, e tirarla fuori dal corpo che ha preso in prestito. E poi?» «Se la morte lo ha preso, sarà un corpo morto». «Non fa una grinza» disse Alex, versando lo zabaione in due bicchieri, con Evelyn che lo guardava leccandosi le labbra. «E quindi la Vita lo ha già abbandonato, e quando la Morte l’abbandonerà anch’essa, resterà privo di mente. In quell’istante tu potrai individuarlo». «Dico, pretendi che tenga sotto sorveglianza la mente di un centinaio di persone?» «Solo per qualche istante». «Ma non ci penso neanche. Non ne sono capace. E...» «E?» «E se anche lo fossi, impazzirei subito, con tutti quei pensieri, tutte quelle voci». «Puoi provarci». «Ti ho detto di no. È oltre le mie capacità». «Nonna lo faceva». «Nonna una volta pestò un Roccioso Reosauro Rettiano senza neanche sudare4. Nessuno di noi è all’altezza, ancora». Reich si schiarì la voce. «Scusate» disse «ma non potreste voi fratelli unire le forze?» «Quando mai» fece Alex, che si stava gustando lo zabaione. «Intendo dire, potreste rafforzare con il vostro Incanto le capacità di Veronica». «È pericoloso» disse lei. Reich sorrise. «Non metterei mai a rischio una così bella donna. È pericoloso, sì, forse, ma voi siete fratelli, e l’Incanto di famiglia ha sempre la stessa risonanza. Lo è molto meno che se lo facessero degli estranei». «Sai molte cose» disse Angelo. «Ho studiato». «Vedo». “Forse ne sa anche troppe” pensò Veronica, ma subito scacciò il pensiero: non capitava spesso di incontrare uomini tanto affascinanti, e sperava vivamente che questo non si dimostrasse una sorta di arcinemesi. Cose simili capitavano in continuazione. Evelyn aveva leccato anche il fondo dello zabaione via dal bicchiere. «Va bene» concluse. «Andiamo a picchiare la Morte».
IV
Quando Bruno Reich e gli Ombrafiorita entrarono in salotto, furono accolti da singhiozzi e pianti. Si aspettavano che il loro ingresso sarebbe stato salutato con la giusta gratitudine, ma nessuno prestava attenzione al gentiluomo, e ancor meno a quei quattro straccioni che indossavano costumi ispirati ai nemici degli X-Men. «Meriterebbero di essere lasciati a se stessi» commentò Alex. «Ma sì, va’» lo spalleggiò Evelyn. «Qui ci siamo anche noi» disse Veronica. «Se non risolviamo, ci restiamo». «Fratelli» disse Angelo, che amava incitare. «Bando alle leggerezze e pronti alla battaglia». Evelyn buttò giù l’ultimo biscotto di una scatola rubata in cucina. «Pronti», disse, pulendosi i denti con il mignolo. Reich fece un mezzo inchino a Veronica. «È tempo che io mi faccia da parte. Buona fortuna». Evelyn si sedette per terra a gambe incrociate. Alzò la testa. Pronunciò alcune parole in una lingua che era già morta quando Atlantide era giovane. E, stavolta sì, tutti si voltarono a guardarla. Tutti. Anche l’ospite speciale. Enrico Maria Onofrio R. fece la quinta scopa della partita. Era facile vincere a carte con McFarland, il suo valletto nano, quando era ubriaco, anche perché il pegno per il perdente consisteva in un cicchetto di wisky. Le ombre maestose e fredde di Villa Ombrafiorita si mossero, scostate da una figura seminuda, e al tavolo si unì Zio Osvaldo. «Ciao zio» disse Errico Maria Onofrio R. «I nostri parenti sono nei guai» fece lo zio, senza giri di parole. «Qualche polipoide polidimensionale?» «No. Cioè, non credo. Sono andato in astrale a villa Bellavista, sai, dove c’era la festa». «E?» «E la villa è al suo posto, ma è spenta, vuota, silenziosa. Niente ospiti». «Pooossho toccare le tttetttte di Evvvilin?» chiese McFarland. «Ssst, McFarland» ordinò Enrico Maria Onofrio R. Il nano si attaccò alla bottiglia di wisky, ciucciandone il contenuto come da un biberon. «Saranno finiti in un Niente» continuò Zio Osvaldo. Enrico Maria Onofrio R. fischiò. «E chi ce li ha portati?» «Boh, quando tornano ci raccontano. Però c’è qualcosa di peggio. Un presagio funesto». «Di che tipo?» «Non lo so». «C’è sempre un presagio funesto. O una profezia. La mia prima parola da piccolo è stata vaticinio, te lo ricordi, no? È per questo che io e te siamo qui. Presagio funesto». «Ma si sta realizzando. È la sensazione che ho avuto». «E ti sei alzato alle tre di notte per dirmi questo?» «Veramente ero qui per una fumata. Ho dell’erba della foresta che secondo me ti piace». «Zio, io ti adoro». Il nano stramazzò al suolo, cantando Cacao Meravigliao. Alex a destra, Angelo a sinistra, tenevano una mano ciascuno su una spalla di Veronica. Lei sentiva il flusso del loro Incanto, potentissimo, inebriante, difficile da controllare, difficile da gestire. E l’Incanto ampliava le sue percezioni, e l’Incanto era come lsd, solo molto più potente, come mescalina, solo molto più appagante, come un Fungoide Eclettico della Settima Tagisti, solo molto più salato. E le menti, le voci, gli si aprivano innanzi come fiori in primavera. Ho paura diceva una voce, ho fame diceva un’altra, dov’è mamma? piagnucolava la terza. Con grande sforzo Veronica concentrò la sua attenzione su Reich. Adesso che aveva tutto quel potere, avrebbe potuto sfondare le sue difese. Le sue difese, però, reggevano. E di questo Veronica Ombrafiorita ebbe paura. Mai aveva incontrato qualcuno capace di tener testa non solo a lei, ma alla famiglia riunita. Attaccò ancora, ma il muro d’Incanto rimase integro. Riuscì appena a scrostarlo, e soltanto tre parole ne balzarono fuori. De evocatione monstruositatis. “È il grimorio” ricordò Veronica “che quei tre ragazzi hanno usato in quello stupido rito. Uno stupido rito che è finito con una di loro scomparsa, un altro in coma, e il terzo mutato in modi ancora da comprendere. Gli Ombrafiorita recentemente avevano provato a recuperarlo, ma delle scimmie-zombie gliel’avevano portato via. Le aveva mandate Reich? E perché avrebbe dovuto?” si domandò Veronica. “Forte com’è, poteva pensarci da solo e nessuno l’avrebbe mai saputo”. Qualcosa distolse la sua attenzione. Evelyn, a terra, si stava contorcendo, e sbavava come un cane rabbioso. Era disgustosa quando faceva così. Reich la teneva amorevolmente ferma, per evitare che si facesse troppo male. Era riuscita a evocare la Morte: per pochissimi istanti, l’avrebbe tenuta in suo potere. Troppo pochi, troppo pochi... Evelyn gridò. La Morte tornò dal suo ospite. Veronica l’aveva individuato, e avrebbe preferito non farlo. «È solo una bambina» disse Veronica. Una bambina di pochi mesi con indosso un costumino da Winnie Pooh, stretta tra le braccia della madre. Ecco la mente che mancava, ecco il corpo di cui la Morte era ospite. «Non lo è più» disse Reich. «Ma...» «È già morta, Veronica. Sono desolato, ma non ha senso farsi scrupoli». «Desolatissimo pure io» disse Alex. «Scanniamola, su». «Fermi» fece Angelo. «Ci sono questioni morali che vanno...» Bruno Reich si avviò verso la bambina. E tutto accadde in pochi istanti. La strappò dalle braccia della madre, le spezzò il collo con un movimento secco, la rimise a posto. E tornò dagli Ombrafiorita. E la madre scosse il corpo senza vita, e la madre lanciò un urlo animalesco, e la madre pianse. Liberi disse la voce della Morte. «Nessuno ti ha visto» notò Evelyn. «Mi sono schermato. Volevo evitare conseguenze spiacevoli». «Hai ucciso una bambina!» fece Angelo. «No. Ho dato se stessa alla Morte». «Tu...» «Guarda fuori, Angelo Ombrafiorita». Angelo voltò la testa verso la finestra. Giungeva la luce dei lampioni nel giardino, giungeva smorzato il chiarore della luna. «Siamo fuori da quel Niente» disse Alex, precipitandosi allegro verso la folla che già si accalcava al portone. Indietro, piangente, sola, rimase la madre della bambina, con il corpo senza vita tra le braccia. Veronica allungò la sua mente verso quella di lei, per carezzarla, consolarla, e gentilmente mandarla a dormire. «Quando qualcuno si accorgerà di lei, la sveglierà» disse. «Fino ad allora meglio l’oblìo. Andiamo» disse ai fratelli. «Andiamocene subito. Voglio rivedere casa». Gli Ombrafiorita si avviarono verso Alex, che stava spintonando tra la folla per uscire. «Non giudicarmi duramente» disse Reich a Veronica, mentre lei si allontanava. Veronica si fermò un istante. «Non so chi tu sia» disse, senza neanche girarsi. «Non so perché la Morte ti abbia lasciato in pace. E non so se fidarmi di te. Ma tutto questo lo scoprirò. Spero davvero che tu sia un alleato». Fece una pausa. «Lo spero per te, Bruno Reich».
...e qui gli Ombrafiorita ci abbandonano, almeno su Toilet. Volete sapere chi è davvero Bruno Reich? Cosa c’entra il De Evocatione Monstruositatis? Cosa hanno in serbo zio Osvaldo, Enrico Maria Onofrio R. e il nano ubriacone McFarland? Volete vedere un paio di Apocalissi sventate e due-tre molto ben riuscite? Allora cercate gli Ombrafiorita nelle loro future incarnazioni. Altrove essi vivranno, più forti e in bolletta che mai. Qui su Toilet, vi salutano per sempre.
1 Per qualche motivo i polipoidi sono le entità poli- o multi-dimensionali più comuni. Il prozio Sigisbaldo Raimondo Ombrafiorita III dedusse che circa 2/3 di tutte le entità multidimensionali sono polipoidi, e molte di loro si stanno alleando per scatenare un’Apocalisse (multidimensionale), che sarà avviata dalle loro teste di ponte, gli apparentemente innocui polpi marini. Le sue uniche prove erano delle equazioni troppo astruse per interessare i suoi parenti, che si limitavano a dargli pacche sulla schiena dicendo «Certo, Raimondo, certo. I polpi, che paura». Passò gli ultimi anni della sua vita andando a pesca di polpi. Li uccideva sbattendoli sugli scogli mentre gridava «non avrai il mio mondo, orrida Bestia!».
2 I Niente sono spazi tra le dimensioni, che essendo tra le dimensioni, e non dentro di esse, non possono esistere, com’è ovvio. E infatti non esistono. È per questo che tutti i maghi ne hanno paura.
3 È lo stesso, basta conoscerli. Alcuni reami superni sono delle bettole, e alcuni di quelli Inferi sono meglio di ristoranti a cinque stelle.
4 Lo so, lo so, sembra una spacconeria. E invece è vero.