Michele Rossini

Appartamento di pregio in zona semicentrale

 

Sulla tangenziale alle sette di sera c’è sempre un traffico bestia, e lui ha già come minimo mezz’ora di ritardo. Batte una mano sul volante in pelle della sua bmw imprecando a bassa voce contro quello che gli hanno insegnato a pregare; “forse” pensa “sarebbe il caso di chiamare”. Avvertirli che arriverà in ritardo, che ne avrà come minimo per altri venti minuti, forse più. Si allenta il nodo della cravatta mentre faticosamente l’auto percorre pochi metri con la prima inserita, il motore mormora piano, come umiliato. Avere sotto al cofano centocinquanta cavalli di razza e trovarsi costretti allo stesso passo delle utilitarie, è questo che davvero gli dà fastidio. Pur avendo il sospetto che non serva a niente, abbassa un paio di volte il pugno sul clacson, e intanto non riesce a ricordarsi il nome dell’agenzia con cui ha appuntamento. Sta vedendo così tanti appartamenti che ormai iniziano a sembrargli tutti uguali, per non parlare delle agenzie e della gente che ci lavora. Farà tardi anche a casa, e appena troverà parcheggio dovrà ricordarsi di avvisare. Non avrebbe mai creduto che comperare un appartamento potesse essere una cosa tanto difficile, tanto lunga, specie quando si hanno centinaia di migliaia di euro da spendere e le idee ben chiare: un immobile di pregio in zona semicentrale, piano attico con terrazzo e ovviamente garage. Non chiede molto, e invece a quanto pare di venti e passa agenzie che ha contattato nessuna è finora riuscita a trovare qualcosa che faccia per lui. È quasi un mese che lo chiamano quasi tutti i giorni, e che vede non meno di quattro o cinque appartamenti a settimana, ma ancora niente. “Gli impiegati delle agenzie devono essere sordi, o stupidi” ha pensato più di una volta, perché tutti gli appartamenti che a sentir loro facevano al caso suo non avevano in realtà niente in comune con quello che aveva dato loro mandato di cercare. Poi la settimana scorsa un collega gli ha consigliato l’ennesima agenzia, lui si è fatto dare il numero e ha chiamato, ma senza aspettarsi miracoli. E invece per una volta s’è sbagliato, perché già il giorno dopo l’hanno contattato per visionare un immobile, che se anche non era quello giusto aveva almeno il pregio di andarci vicino. E poi il tizio dell’agenzia sembra uno che sa il fatto suo, o almeno è bravo a fartelo credere, e non l’ennesimo ragazzino rivestito con un completo gessato cui hanno insegnato a ripetere la solita minestra e che, poveraccio, lavora a provvigione. Gustavo gli sembra si chiami. Gustavo Salvi, ed è il proprietario dell’agenzia di intermediazione. “Ma come si chiama quella maledetta agenzia” torna a chiedersi mentre il suo telefono prende a squillare. «Sì, pronto...» dice, azionando il viva voce. «Pronto, è il Dottor Battisti?» «Sì, sono io. E lei chi è?» «Salve... Mi chiamo Tamara Giorgetti e sono una collaboratrice di Salvi, dell’agenzia DreamLine. Avevamo un appuntamento, ricorda?» «Sì... Sì, certo. Stavo proprio venendo, sono un po’ in ritardo. Avrei chiamato ma non sono riuscito a trovare il vostro numero, sarò là in una ventina di minuti, va bene? Mi aspetta, vero?» «Sì, dottore, certo» risponde, un poco esitante. «L’aspetto dove eravamo d’accordo, allora, all’inizio di via Via Don Minzoni tra una ventina di minuti...» «Va bene, tra poco» dice in fretta e poi riattacca. Si farà pagare gli straordinari, pensa, riuscendo finalmente a mettere la terza. È ormai buio e accenna a piovere, c’è voluta quasi un’ora per uscire dal traffico e trovare parcheggio. Non ha ancora tolto le chiavi dal cruscotto quando pronuncia ad alta voce la parola “casa”. La scandisce bene quell’unica parola, lentamente, così che a qualche chilometro da lui un telefono prende a suonare. «Ciao» dice. «No, non ho ancora visto la casa. Ho trovato traffico e sono appena riuscito a parcheggiare, ci vado adesso. Sì, piove anche qui, ma non preoccuparti, ho l’ombrello» aggiunge mentre tira giù il finestrino e sovrappensiero si accende una sigaretta. «Cazzo» dice, e immediatamente scaglia la sigaretta in terra. «No, niente, continua. Parlando con te mi sono acceso una sigaretta dentro la macchina, con quel che l’ho pagata ci manca solo che inizi a puzzare. Come dici? No, non preoccuparti... Ci vediamo a casa» aggiunge e poi riattacca. Scende dalla macchina e apre l’ombrello, poi accende la sigaretta con un accendino di metallo cromato. Via Don Minzoni è una strada larga e ben illuminata, con le automobili ordinatamente parcheggiate sia a destra che a sinistra e i palazzi non hanno l’aspetto di ruderi. “Bene” si dice, camminando lentamente e guardandosi intorno. Così a prima vista la zona gli piace, un quartiere residenziale piuttosto moderno, elegante, tranquillo. Nella tasca del suo cappotto di cachemere qualcosa prende a vibrare, e a neanche dieci metri da lui una ragazza dai capelli lunghi e bagnati, senza ombrello, muove nervosamente i piedi con un cellulare accanto all’orecchio. Le labbra dell’uomo quasi si aprono in una smorfia, neppure guarda il telefono e dice: «Chiama me, signorina? Sono il dottor Battisti e lei è... è...» «Tamara... Tamara Giorgetti...» risponde la ragazza allungandogli una mano umida. L’uomo la ignora, ruota la testa a destra e sinistra: «Bello qui, no?!» dice. «E la casa?» «Sì, la casa...» dice Tamara infilando il cellulare nella borsa. «Venga, è proprio qui dietro». «Ma lei è bagnata, signorina. Spero non sia rimasta sotto la pioggia per aspettare me» fa l’uomo mentre la sua bocca si apre in un sorriso odiosamente bianco, odiosamente perfetto. «Prego, venga sotto al mio ombrello» aggiunge. «No... no... grazie, siamo praticamente arrivati. Lo stabile è quello» risponde la ragazza, cammina davanti a lui e sembra aver fretta. Indossa un paio di jeans e un cappotto di lana nero, una sciarpa dello stesso colore, solo leggermente troppo lunga. “Non è male” pensa tra sé e sé andandole dietro, soppesandole il sedere dentro ai pantaloni. «Lavora sempre fino a quest’ora?» chiede, tanto per dire qualcosa. «No... In genere finisco alle sei, ma se capita che un cliente lavori, o che sia disponibile solo dopo quell’ora non ci sono problemi» risponde Tamara, cui quell’uomo abbronzato in gennaio e dai capelli visibilmente impomatati dà leggermente fastidio. «Ecco, è qui» dice. «Ho le chiavi, venga». I due entrano nell’androne di un palazzo elegante, non nuovo né vecchio. Con le scale ampie e un pavimento lucidato da poco. «Lo stabile è stato terminato nel ’91. Sono solo quattro piani, dodici appartamenti in tutto. Finiture di pregio, garage, ampio terrazzo. Mi sembra possa fare al caso suo. Saliamo in ascensore, va bene?» «Sì... bene. Quante camere ha? non meno di tre, spero». «Ne ha quattro, signore. E ha anche due bagni e un ampio salone con camino d’angolo; un piccolo vano cucina opportunamente separato dal reparto giorno e uno sgabuzzino, e, in più, chiaramente, un ampio terrazzo». «Vediamo... vediamo...» dice sorridendo, con una punta di sarcasmo. «A sentir voi le case sono tutte belle...» Tamara abbassa gli occhi, si guarda le scarpe. Preferisce non rispondere. Conta le pecorelle, se ne vede sfilare davanti agli occhi almeno una decina prima che torni abbastanza lucida da aprir bocca. Gliel’ha insegnato sua nonna questa cosa: «Fa’ così quando sei nervosa» diceva. «Prima di fare o dire cose di cui poi avrai da pentirti fermati un attimo, pensa alle pecorelle. Alla loro lana a batuffoli che sembra quasi zucchero filato... A quel loro modo sonnolento di vivere... Fa’ così, vedrai...» E così ha sempre fatto. «Questo è un appartamento notevole, signore; poi, chiaro, può piacerle o meno. Ma secondo me è davvero bello, ora vedrà. Giudicherà da solo...» aggiunge, mentre dà due giri di chiave alla serratura e schiude la porta, accende la luce. «Come vede si accede direttamente al soggiorno, un open-space di quaranta metri quadri». «Quant’è grande la casa?» chiede Battisti accendendo una sigaretta. Tamara lo guarda e per un attimo sta quasi per dirgli che non sarebbe opportuno fumare là dentro, poi pensa alla lana, bianca, soffice, e allora dice: «Sono poco meno di duecento metri quadri commerciali. L’appartamento in sé, vediamo...» Sfoglia la piccola cartellina che ha in mano, la cui copertina di cartone pare abbia preso troppa acqua. «Sono centoquarantatré metri quadri calpestabili». «Mm...» fa l’uomo guardandosi attorno, entra con decisione nell’appartamento e inizia a girare per le stanze. «Decido in fretta, io...» aggiunge, mentre apre una finestra e lascia cadere in strada la sigaretta ancora accesa. La visita non dura più di una trentina di minuti. Tamara è costretta a seguire l’uomo per tutta la casa, quasi non riesce ad aprir bocca. Dentro al suo cappotto di cachemere il tizio che ha di fronte evidenzia ogni difetto dell’appartamento puntandoci contro l’indice, e quando chiede il prezzo sembra più interessato al possibile sconto, alla trattativa, piuttosto che alla cifra complessiva che rimarrebbe comunque enorme, almeno per i suoi standard da studentessa. Solo il terrazzo sembra averlo colpito. È quasi più grande della casa dove lei vive, con altre tre persone. Malgrado piova ancora ci rimane sopra per tutto il tempo di una sigaretta, che poi getta in terra. Tamara si morde la lingua e non dice niente, tornerà domani per aprire le finestre e buttare la cicca. Guarda l’uomo mettere il naso ovunque e commentare ogni cosa, come se fosse già casa sua. Cammina con le gambe leggermente allargate, forzatamente allargate, le pare, come se si fosse orinato nelle mutande e ora ne provasse fastidio. Nell’appartamento c’è caldo, malgrado sia vuoto da diverse settimane il riscaldamento centralizzato non ha mai smesso di scaldarlo. Si toglie il cappotto bagnato e lo appoggia sopra una sedia, una bella sedia abbandonata dai precedenti proprietari assieme a poca altra roba. Pensa che potrebbe persino portarla via quella sedia, perché anche se ora, in mezzo a quella stanza vuota, pare un relitto, in camera sua non potrebbe che star bene. Sotto al cappotto Tamara indossa un stretta maglietta nera, di una buona lana, leggera ma calda. È la cosa più elegante che possiede e la usa solo per andare al lavoro, passandole davanti l’uomo le guarda il seno. Dà prima un’occhiata veloce, furtiva; poi più insistente, tanto che mentre le parla non è di certo in viso che le tiene puntati gli occhi. Quando la visita finisce per Tamara è un sollievo. Scendono assieme. L’ascensore e la prossimità fisica con quell’uomo iniziano a metterla in allarme. «Che dice, la comprerò?» chiede. «Questo non lo so, dottore. Dovrà deciderlo lei, spero le sia piaciuta» risponde, tanto più formalmente che può. «Non è molto che fa questo mestiere, vero? Lei non è molto brava a convincere la gente» fa l’uomo mentre si porta l’ennesima sigaretta alle labbra e fa per accenderla. «Non in ascensore» dice secca, Tamara, senza ricordarsi di contar le pecore. «Perché? Le dà fastidio?» «No, è che... non si può...» E non riesce a pronunciare queste parole come vorrebbe, fissandolo. Torna a guardarsi le scarpe con un vago senso di colpa, di cui non sa dirsi l’origine. L'uomo ride di gusto, rimette la sigaretta in tasca e torna a guardarla. «Quanti anni ha?» chiede. «È una studentessa, per caso?» Tamara rimane stupita. «Come l’ha capito?» chiede. «Glielo dirò la prossima volta» le risponde l’uomo, appoggiandosi contro le pareti dell’ascensore come un pavone che fa la ruota. A Tamara in circostanze normali verrebbe da ridere, ma forse per la stanchezza o l’educazione, o più semplicemente perché sta lavorando, accenna un sorriso. Escono assieme dal palazzo e l’uomo dice, serio: «Ci sentiremo presto» salutandola davanti al portone. Torna alla macchina, camminando in fretta, senza voltarsi. Se l’avesse fatto avrebbe notato, con soddisfazione, gli occhi di Tamara indugiargli addosso. È quasi notte e la strada è libera, ha anche smesso di piovere, così che per tornare a casa non impiega che poche decine di minuti. Abita in periferia, in una villetta a schiera in affitto che però giudica troppo piccola, troppo dimessa per le sue attuali entrate. E poi non ha nemmeno il garage, e odia dover lasciare la macchina in mezzo alla strada. Parcheggia più vicino possibile a casa, quasi sotto alle finestre della sua camera da letto... non si sa mai... Sono passate le nove di sera e ha fame, spera che la donna di servizio abbia lasciato qualcosa di pronto. Entrando in casa sente la televisione accesa e un intenso profumo d’arrosto. «Ciao» gli dice una donna da sopra il divano. Non avrà più di trentacinque anni e lunghi capelli biondi, perfettamente tinti, le labbra ben rosse e il trucco perfetto. Più o meno una Barbie rivestita di pantacollant neri, di marca, che mastica una coscia di tacchino seduta davanti a non meno di 50 pollici di televisore al plasma. «Ciao» risponde. «Allora, com’era la casa?» chiede la Barbie posando la coscia nel piatto e pulendosi le mani con un tovagliolo. «Beh, bella. In prima periferia, vicino al vecchio macello comunale, in Via Don Minzoni. Hai presente?» risponde. «No, non ho presente. Ma la casa, com’è la casa? È grande?» «Sì, è grande. Ora ti racconto» fa l’uomo che ha appena finito di sistemare il cappotto su una gruccia e ora si toglie le scarpe. Poi va in cucina e prende un piatto, apre il forno e sceglie un paio di pezzi d’arrosto e una buona manciata di patate. «Allora?» chiede Barbie da sopra il divano, subito prima di tornare a impugnare la coscia come una clava. «Dopo... dopo...» risponde «adesso c’è “Lost”. Lo sai che mi piace “Lost”. Ne parliamo dopo. E comunque domani ci torno». «Dove?» chiede la testa bionda che gli sta a fianco. «E dove vuoi che torni? Ma a vedere la casa, no? Domani sera, siamo già mezzo d’accordo. Oggi aveva fretta e in più sono arrivato in ritardo, gli ho giusto dato un’occhiata. Ci torno domani e se credo possa fare al caso nostro fisso un altro appuntamento così te la faccio vedere, bene? E invece tu? A che ora hai appuntamento dopo domani? In mattinata?» chiede, steso sul divano, i piedi su un puff e il piatto sulle ginocchia. «Mmm...» annuisce a bocca piena la donna, mentre il rossetto le rimane incollato alle labbra come fa la sabbia sulla pelle bagnata. «Avvocato» dice una donna dentro a un tailleur, sottili occhiali di plastica rossi, laccati, poggiati sul naso, quasi in punta. «C’è l’ingegner Mancini al telefono, dice che è urgente, glielo passo?» «Sì, grazie» risponde il dottor Battisti, e dopo un attimo alza il telefono. «Ingegnere, carissimo, buongiorno...» in tono gioviale. «La stavo proprio per chiamare, mi ha anticipato d’un soffio. Volevo dirle che per il suo problemuccio è tutto a posto, tutto risolto. Beh, a dire il vero, sa, non è stato facile...» Si interrompe un attimo, la schiena comodamente stesa su una poltrona di pelle. «Diciamo che quelli non volevano proprio mollare l’osso, ma poi li ho convinti, e, pensi, alla fine mi hanno addirittura ringraziato. No, ingegnere, grazie, ma non c’è bisogno che dica nulla» dice, soddisfatto, mentre con gli occhi soppesa la corrispondenza del giorno depositata proprio davanti a lui, su un’enorme scrivania di legno anticato. «Si figuri, è il mio lavoro. Lieto di esserle stato utile, allora ci vediamo la prossima settimana per le firme e per le altre piccolezze burocratiche» dice. «Arrivederci» e poi riattacca. Prende in mano il suo cellulare e inizia a scorrere l'elenco delle chiamate ricevute. “Com’è che si chiamava” pensa. “Tamara... Credo si chiamasse Tamara” si ripete, mentre chiama. «Buongiorno» dice, allegro. «Gliel’avevo detto che ci saremmo sentiti presto. Sono il dottor Battisti, si ricorda di me? Ah... bene...» E mentre parla sfoglia la posta. «Senta, vorrei rivedere la casa. No, non domani, stasera... Facciamo alle sette? Ci vediamo nel posto dell’altra volta, all’inizio di Via Don Minzoni. Lo so che è tardi ma, su, sia gentile... Ah... Molto bene, a più tardi allora». E subito dopo aver riattaccato chiama la segretaria con l’interfono. «Signorina, potrebbe avvisare mia moglie che stasera potrei tornar tardi? Sa, l’ingegnere ha urgenza di vedermi, la chiami per favore. Le dica che adesso non posso parlarle, che sono molto impegnato. Ah, le dica anche che domattina l’accompagno io, e che andrò a vedere la casa. Grazie...» e riaggancia, accendendosi una sigaretta. Alle sette meno un quarto si trova già all’inizio di Via Don Minzoni. È uscito dal lavoro in anticipo, così da saltare il traffico della tangenziale, e prima di salire in macchina si è fatto la barba e ha indossato qualcosa di più sportivo. Tiene sempre un paio di cambi d’abito in ufficio, nonché tutto l’occorrente per rendersi presentabile: set da barba, deodorante, profumo, scarpe lucidate. Aspetta da neanche cinque minuti ed è già sul punto di chiamare, quando scorge Tamara scendere da un autobus e camminare velocemente. Ha di nuovo iniziato a piovere. «Salve...» le dice, non appena le arriva davanti. «Buonasera dottore» risponde Tamara, i cui lunghi capelli neri iniziano a impregnarsi d’acqua, gocce di pioggia le scivolano lungo la fronte. «Posso offrirle un pezzetto d’ombrello questa volta?» chiede, gentilmente, facendo segno di spostarsi un poco. «Grazie... Grazie...» risponde la ragazza entrando sotto il cono d’asciutto proiettato da un grosso ombrello con impresso il logo di un’importante griffe milanese. «Vorrei rivedere la casa, andiamo?» dice l’uomo camminando piano verso il palazzo. Questa volta la visita è più lunga, i due si soffermano su ogni stanza. L’uomo sembra volersi fissare in mente ogni particolare, fa domande, ascolta, commenta. Discute del costo dell’appartamento e del tempo eventualmente necessario a concludere la trattativa. Chiede anche se al momento vi siano altri clienti interessati, e quando Tamara ritarda la risposta, sembra titubare, le si fa di fronte sorridendo e dice: «Una piccola indiscrezione, per favore...» E questa volta la ragazza risponde, senza farsi pregare, lo informa che al momento non c’è nessun altro interessato all’acquisto; specifica anche che, questo, proprio non dovrebbe dirlo; e lui le risponde che non deve preoccuparsi, e che rimarrà tra loro... Poi lei chiede se desidera vedere il garage, e lui risponde che non occorre, che non lo usa quasi mai e che non vorrebbe farle fare ancora tardi, si scusa per il giorno prima e la invita a prendere un aperitivo, così, giusto per farsi perdonare. Sono già in ascensore quando le arriva la proposta e Tamara rifiuta. Dice che proprio non può, che le spiace, e quando sono ormai sulla porta lui le dice: «Ma allora non lo vuoi sapere come ho fatto a capire che sei una studentessa? Suvvia, mezz’ora, e poi sta piovendo e tu sei in autobus... Andiamo qui vicino e aspettiamo che smetta». E allora accetta, quasi non le sembra lo stesso uomo del giorno prima, quasi non se lo ricorda neppure quell’uomo. Vanno in un bar poco distante, un posto discreto. Lui le consiglia fortemente un cocktail, ma visto che lei preferisce del vino finisce per ordinare due bicchieri di Primitivo di Manduria. Mentre aspettano iniziano a chiacchierare. Tamara chiede come ha fatto a capire fosse una studentessa e lui non le risponde... Lascia che sia lei a parlare, studia biologia, dice, e per mantenersi ha fatto ogni genere di lavoro prima di mettersi a far questo; che, aggiunge, tutto sommato non le dispiace. E quando dopo un’oretta Tamara vorrebbe tornare a casa lui le dice: «Ancora piove... Via, facciamoci un altro bicchiere». Rimangono nel bar fino alle undici, bevendo. Il vino è pesante e spesso, liquoroso. «Quanti gradi ha?» chiede Tamara, che inizia a sentir caldo, la testa pesante. «Non so» dice. «Qualcuno... Sei stanca?» aggiunge, e poi si alza e paga, rifiutando i soldi che lei arriva quasi a mettergli in mano. «Non preoccuparti» dice «e anzi grazie per avermi sopportato. Ieri, diciamo, ero un po’ nervoso. Una giornataccia...» Escono dal locale, piove ancora e mentre l’accompagna verso la fermata dell’autobus le chiede dove abiti. «Ma sono di strada» le dice; «Vieni, t’accompagno» quasi prendendola per mano. Vanno verso la macchina e salgono, Tamara non è mai stata dentro un’auto come quella. È comoda, calda; pelle, radica, perfino la plastica lì dentro sembra bella. L’auto è silenziosa e durante il tragitto continuano a parlare. Stavolta è lui che parla, è divorziato, dice, senza figli, e le racconta una brutta storia, triste. Arrivati sotto casa sua non ha più alcuna voglia di scendere, continuano a parlare finché lui si avvicina, si sporge verso di lei e la bacia. Tamara dovrebbe contare le pecore, lo sa, ma proprio non ne ha voglia. “Fanculo le pecore” pensa, mentre sente una mano percorrergli il viso e poi scendere verso il seno. Lascia fare, ma prima che possa accorgersene si trova una mano, l’altra, sotto alle mutande, e l’uomo quasi sopra al corpo. Ha scavalcato lo spazio tra i due sedili e ora quasi la schiaccia col suo peso. «Aspetta» dice, mentre cerca di liberare la testa per poter respirare. Ma l’uomo non si ferma, non l’ha sentita, o finge; cerca di sfilarle i jeans e allora lei lo scuote via, spingendo con entrambe le mani contro il suo torace. «Che fai?» chiede, stupito. E di nuovo le ritorna addosso, le muove le mani sul corpo. «No!» quasi urla. «Voglio scendere» dice, e non sa neppure se è più spaventata o schifata. «Cosa?» le risponde lui. «Non far la stupida!» dice, con rabbia, e a quelle parole Tamara schiuma, vede rosso. Si chiede come abbia potuto infilarsi in una situazione come quella, allunga una mano verso la maniglia della portiera, la apre. «Dove vai!» dice l’uomo. «Non far storie. Siamo quasi in mezzo a una strada, ci sentono» aggiunge. E allora Tamara scende, sbatte la portiera della macchina e attraversa la strada. Lui si allunga cercando di trattenerla per un braccio, ma riesce ad afferrarle solo una manica. Lei scuote un braccio, si libera. «Ma lasciami, stronzo!» urla. L’uomo torna al posto di guida, mette in moto; ha il viso rosso e l’aorta è così ingrossata che sembra quasi uscirgli dal corpo. Partendo sgomma tanto da lasciare due pesanti segni neri sull’asfalto. «Puttana» le urla contro. «Se fai così col cazzo che lo vendi l’appartamento». Dall’altro lato della strada Tamara non ha nemmeno la forza di aprire la borsa e cercare le chiavi, suona al citofono sperando le aprano subito, e intanto piange. Cerca di pensare alle sue pecore, ma sono tutte distanti, addormentate. “Come cazzo ho fatto a essere così stupida” si chiede, e intanto le mani le tremano di rabbia e non capisce se le gocce che le colano sul viso siano pioggia o lacrime. Entrando in casa si ficca in bagno, starà là finché non si sarà calmata, perché non vuole dover spiegare niente a nessuno. Intanto l’uomo infila con rabbia una marcia dietro all’altra, va a novanta e ignora incroci e passaggi pedonali, ha fretta di uscire dal centro abitato. Tira giù il finestrino dell’auto e fuma una sigaretta dietro l’altra. Non doveva aver fretta, ce l’aveva in pugno. Poteva chiederle il numero e chiamarla il giorno dopo, è stato uno stupido. Ma ormai è fatta e tanto vale non pensarci più. È nervoso, e eccitato. Entra in tangenziale e ne esce poco dopo. Una strada buia, solo qua e là rischiarata dai lampioni. A sinistra una fila di macchine procede a passo d’uomo, come di domenica pomeriggio le signore fanno in centro davanti alle vetrine delle boutique di lusso. Lui si accoda e inizia a guardare. “Questa è vecchia, questa non mi piace” pensa. Poi si ferma. Sotto a un ombrello una ragazza mora, quasi nuda, bella piena come piace a lui. Indossa soltanto una gonna corta e nera, e un reggiseno di pizzo. Si accosta e non c’è bisogno che dica niente. «Trenta la bocca cinquanta la fica» dice la donna, con accento forse rumeno. Lui le apre la portiera. «Dove andiamo?» chiede. E lei gli indica una corta strada laterale, buia. «Cosa?» gli fa, e lui le risponde: «Bocca». La ragazza si china su di lui e apre la cerniera dei suoi pantaloni perfettamente stirati, gli passa una mano sul pacco come accarezzasse un cane e intanto tira fuori un preservativo dalla borsa e lo scarta, lascia cadere la confezione ormai vuota. Cinque minuti dopo l’uomo sta già tornando a casa. Ha lasciato la ragazza là dove l’ha trovata e ha sfilato il preservativo usando un fazzoletto di carta, per non doverne toccare la saliva. Non senza orgoglio ha constatato come il serbatoio del profilattico fosse pieno, veramente pieno. Ci sapeva fare la tipa, pensa. Brava, veramente brava. Per far uscire l’odore di fumo è tornato a casa con il riscaldamento al massimo e i finestrini abbassati. Parcheggia la macchina esattamente sotto alle finestre della camera da letto, come sempre. Dalla strada ha visto le luci accese, e allora sale le scale con calma, senza far rumore. Entrando in casa sente il ronzare sordo di uno spazzolino elettrico. «Ciao...» dice. E dopo un attimo la donna dai capelli biondi esce dal bagno. Indossa una camicia da notte quasi trasparente che non le nasconde i seni, né lo slip di raso nero che a malapena le racchiude il pube. Ha le gambe lunghe e sottili. «Allora?» chiede, senza nascondere l’entusiasmo. «La casa?» «L’hanno venduta» risponde, abbassando la testa. «Proprio oggi». «Ma...» fa la donna. «Lo so, spiace anche a me» dice l’uomo iniziando a spogliarsi. «Mi aveva assicurato che non c’era nessun altro interessato all’appartamento. Ma lo sai come sono questi tizi delle agenzie, sciacalli. Tutti sciacalli!» «Non importa...» dice la donna, senza riuscire a nascondere una delusione evidente. «E la cena con l’ingegnere?» chiede. «E come vuoi che sia andata» risponde sorridendo e le si avvicina. «Mi sono annoiato da morire e ti ho pensata per tutto il tempo. Quell’uomo è un completo imbecille, mi chiedo come abbia potuto far su tutti quei soldi» le dice, passandole le braccia attorno al corpo, tirandola a sé. «Ti ricordi domattina? Mi accompagni?» chiede la donna, appoggiandogli la testa sul petto. «Sì, non preoccuparti. Quando hai il provino?» «Nel pomeriggio, e devo essere bellissima. A una modella di trentaquattro anni non capita spesso un’occasione come questa». «Oh, ma tu sei bellissima...» dice l’uomo scandendo bene ogni parola. «Sei bellissima...» ripete a bassa voce, con maggior enfasi. «Ma ora vai a letto, non vorrai avere le occhiaie domani». «E tu?» dice lei, mentre ancora lo abbraccia. «Io faccio la doccia e arrivo. Tu dormi, non aspettarmi...» le sussurra all’orecchio. E poi la osserva entrare in camera, camminare leggera come una gatta. Prima di entrare in bagno l’uomo si toglie gli abiti, li piega con cura e si accende una sigaretta. Poi fa la doccia. Indugia sotto l’acqua calda, si deterge con cura. Andando a letto vuole trovare la moglie già addormentata, non ha certo voglia di parlarle ancora. Impiega tanto più tempo può, e poi piano entra in camera, solleva le coperte e si infila nel letto. Dorme. “Bene” pensa, mentre attraverso le mutande si carezza l’uccello, con soddisfazione. Poi solleva di colpo la schiena, come avesse preso la scossa, ha la fronte impercettibilmente bagnata. “Il preservativo! Quella puttana ha lasciato cadere la confezione del preservativo in macchina e domattina...” L’uomo prende a sudar freddo, per un attimo i suoi pensieri girano a vuoto. “Devo toglierlo” pensa. “Devo farlo adesso, subito”. Esce dal letto, ha i movimenti meccanici e lenti, poggia i piedi nudi sul pavimento e cammina al buio, attento a ogni minimo rumore. Arriva in soggiorno e indossa il cappotto, prende le chiavi dai pantaloni e l’accendino, con infinita cautela apre la porta ed esce in strada, senza neppure essersi infilato le scarpe. Sotto al lungo cappotto elegante spuntano come macabre radici un paio di gambe secche e pelose, bianchicce. A piedi scalzi va verso la macchina, apre la portiera con un lentezza esasperante, cercando di nascondercisi dietro. Ha gli occhi rivolti verso l’alto, verso la finestra di camera sua, e intanto pensa a una scusa plausibile da raccontare nel caso sua moglie si svegli. Al buio, in ginocchio, fruga nell'abitacolo, le mani palpeggiano il tappetino del sedile passeggeri. Usa freneticamente l’accendino per farsi luce. «Maledetta puttana» mormora, con la testa infilata sotto a una sedile e il pollice ormai ustionato, la mascella tanto serrata da sbriciolargli i denti. «Maledetta puttana dell’agenzia» ripete.