Claudio Conti
Un caldo abbraccio
Giù a perdifiato per la gola delle scale. Scheggiati, sdentati e consumati dalla vecchiaia, gli scalini girano stretti, nascosti nell’ombra fresca che il vecchio palazzo si inghiotte assetato. Noi si stava su in cima, lassù, fino ad alzar lo sguardo sopra la testa, fino a tendere il collo piegato teso e tirato tutto all’indietro. Fino al sesto piano di quella torre di cemento di sei piani stretta e lunga, sparata dritta tanto nel cielo freddo d’inverno come in quello d’agosto, afoso e senza colore. Quante volte mi sono lanciato col cuore in gola giù per quell’imbuto più veloce delle grida di mia madre. Due scalini alla volta con le dita tese a sfiorare appena il corrimano, ad accarezzarlo di tanto in tanto, come se già solo questo bastasse a fare di un bambino che precipita tra i tornanti stretti di una buia scala di palazzo un bambino certo sicuro di arrivare in fondo tutto ma proprio tutto sano. Fosse vero! Come se quel bambino non avesse in verità seminato cento piccoli spaventi rimasti, miracolosamente, soli e incompiuti, incastrati tra tutti quei piani. Certo, non pretendo che crediate che non sia mai caduto o che, perlomeno, non abbia rischiato seriamente di farlo una qualche decina di volte, d’altronde erano i rischi da correre se ci si voleva gettare nel caldo accecante che il pesante portone in ferro in fondo a quella gola sembrava contenere appena a fatica. Così come vi racconto, con un filo appena di fiatone, arrivavo all’ultima rampa in piena velocità saltando con tutte le forze al di sopra dell’ultima sporca manciata di scalini. Quattro, signori. Sì, come no! Quattro, record assoluto! Quattro scalini sorvolati con le gambe nude a pedalare forsennatamente nell’aria e con tutto il mondo immobile a osservare. Che vi credete? Spiccioli di tempo, certo, ma più che sufficienti per farmi credere di volare. Se poi devo esser sincero, un paio di volte ho addirittura tentato il salto degli ultimi cinque scalini. Sapete, in quelle giornate in cui ci si crede in grado di fare qualsiasi cosa, perfino saltare cinque scalini. Ma, e questo preferirei che rimanesse fra di noi, non ce l’ho mai fatta. I ricordi di quei mesi di giugno sono la cosa più bella che mi sia trascinato dietro per tutto questo tempo, forse l’unica cosa che è valsa la pena portare fino a qui. D’altronde finché i tuoi anni rimangono rinchiusi tra le dieci dita a disposizione non c’è nulla di cui aver paura. Non c’è d’aver timore nel superare quel portone che ha già nel suo tremendo peso tutto quello che c’è da sapere su cosa si nasconde dall’altra parte. A premere quell’interruttore, il vecchio portone sembrava quasi esplodere. Un clock profondo prendeva a rimbalzare compiendo il percorso contrario che io avevo appena intrapreso tanto pericolosamente. La piccola lingua d’asfalto, senza auto che potessero violentarla, si snodava lunga e stretta tra la mia torre di cemento e poche altre sue grigie gemelle. In estati calde come quelle, come le ricordo io perlomeno, sembrava fondersi e fumare sotto i colpi inesorabili del sole, che quasi ci si potevano lasciare le impronte. Ma i bambini sono leggeri, così leggeri che su di loro né caldo né fatica né freddo né tristezza possono nulla. I bambini galleggiano sulla vita, ed è una bella sensazione. Se solo sapessero, quei bambini leggeri, che le sorti si invertiranno all’improvviso, in maniera scorretta e beffarda. Se solo sapessero, forse fermerebbero quel tempo con una qualche sorta di magia o fantasticheria insita nell’essere, come loro, splendidamente leggeri. Ma se c’è una fregatura nel vivere, e vi dico che c’è, è rinchiusa proprio nell’assoluta inconsapevolezza della felicità che hanno in dono i bambini. Viviamo il nostro momento d’incanto quando non possiamo saperlo, quando non siamo in grado di assaporarlo, semplicemente perché privi di ricordi con cui contrapporlo. Solo più tardi, quando subentrerà la consapevolezza del passato, capiremo di aver già vissuto il nostro tempo dolce. Il nostro tempo di zucchero. Di allora mi piace conservare sia le discese per le scale sia le eterne giornate passate su quella minuscola strada d’asfalto sporco a giocare finché l’ombra non ti faceva un giro intorno. Col serbatoio del fiato sempre in rosso. Il bello di quella strada è che era viva, vicino avevamo un giardinetto pubblico con l’erba, i giochi e tutto lo spazio del pianeta Terra ma proprio non c’era confronto. Era lei, la strada, a chiamarci, a volerci. Ci sporcava come spazzacamini, ci mangiava le scarpe, ci bruciava le gambe strappandoci di dosso la pelle, ogni santo giorno. Perché entrare in scivolata va bene, ma farlo sull’asfalto è tutta un’altra storia. L’amavamo. C’era quell’angolo giù a sinistra perfetto per farci girar le biglie, con le incanalature scavate e inventate sul vecchio asfalto mezzo rotto. C’era un muretto che d’estate ti risparmiava dalla coperta di sole e da cui potevi buttar giù una partita con le figurine. Le attaccavi al muretto e quelle giù a volteggiare fino a cadere sul nulla o magari, se quello era il tuo giorno, proprio preciso sopra le altre. Buffe le figurine, potevi farle partire ogni volta dallo stesso identico punto di quel cavolo di muretto e mai che cadessero alla stessa maniera. Nel posto che volevi tu. Ma più di ogni altro consumapomeriggio noi si giocava a qualcosa che somigliava al calcio. Ogni giorno noi riversavamo sul campo di cemento tutto il nostro impegno in partite senza soste e senza inganni, partite vere. Seppur con porte inventate, seppur con i muri al posto delle linee laterali, seppur senza tempo né senso. Maledettamente più bello del calcio reale a ben vedere. Ognuno di noi, con quei lerci calzoncini corti, quei jeans tagliati male con i fili a spenzoloni e quelle scarpe senza marca era, per una sola manciata d’ore, qualcun altro. Il più delle volte un 10 di grossa fama, i più spericolati un 9 dalla potenza inaudita sotto rete. L’importante era essere qualcun altro. E se io ero famoso era grazie alle mie punizioni alla Platini. Ero un autentico fuoriclasse. Tutti con il naso all’insù. Un incontrollabile SuperTele giallo e nero si alzava in aria zigzagando, volteggiava spaventato terribilmente indeciso sul da farsi. Nel vento. Nel suo soffio come nel suo grido. Guarda lassù. Di solito mi facevo tenere ben fermo il pallone con un dito da uno dei miei, una formica avversaria era infatti più che sufficiente a farlo rotolare via. Poi calciavo tutto piegato da un lato proprio come faceva quel 10 a strisce incolori. I pentagoni neri roteavano furiosi perdendo colore e limiti, assumendo, in un sol giro tutte le forme geometriche che questo pianeta abbia mai conosciuto. Oltrepassava la barriera leggero, scendendo e risalendo senza alcun controllo. Addirittura tornando indietro, completamente impazzito. Di tanto in tanto, senza preavviso, si andava a insaccare nella finta porta, sotto il 7 immaginario formato da due pali solo pensati. Dopodiché, se riuscivi a vincere le relative discussioni sul fatto che, come ti eri convinto, il pallone si era infilato proprio all’incrocio e non che, come sosteneva la squadra avversaria, era andato decisamente alto o, nei casi ancora più controversi, aveva addirittura colpito in pieno quel palo ipotetico... beh, se alla fine riuscivi a spuntarla, la sera potevi raccontare ai tuoi di averne battuta una uguale uguale a quelle di Platini. Le punizioni, una mia specialità. Ma se ora mi metto a sfogliare tutti quei giorni è sempre e solo uno quello che mi torna a far visita, il giorno dell’incidente. Il giorno in cui di poco non ci investì una macchina impazzita, il giorno in cui successero un bel po’ di cose tra le quali vedere Samu, il mio fratellone, piangere nascosto tra le pieghe di quella sera agitata. Come se fosse possibile vedere il proprio eroe piangere, come se non fosse già di per sé un’ingiustizia. Alla fine è sempre quello che mi torna davanti, il giorno in cui sono cresciuto un po’ di più. «Non puoi aspettare, vero? Fa troppo caldo! Aspetta un poco, dai» è mia madre che parla, so che sono solo il figlio ma dovete assolutamente credermi se vi dico che è una donna fantastica, che io ne ero innamorato per davvero. La cosa buffa è che me la sono sempre ricordata neanche fossi precipitato in un cartone di Tom e Jerry. Dalla vita in giù. Dal busto in giù. Proprio come la governante di colore in uno di quei cartoni. Vai a capire il motivo di questa cosa. Ne ricordo le ciabatte rosse che le coprivano appena le dita, le caviglie sottili da vederci attraverso, la grande distesa delle sue gambe nude attraversate, di qua e di là, da piccoli fiumi blu che non andavano e non nascevano da nessuna parte. La gonna alle ginocchia e la sigaretta tra le dita. Il resto è come se fosse tagliato da un’inquadratura che solo di tanto in tanto riesco a ricomporre. Quando ero ancor più piccolo e fragile, quando di anni da raccontare ne avevo proprio pochi, ricordo le mie braccia tese verso l’alto. Ricordo le sue mani scendere in picchiata e agganciarmi con una presa forte e dolce insieme. È lei che mi prende in braccio. Non so se effettivamente si può ricordare così in là, cose così lontane. Ma io ricordo il suo viso da ragazza e le mie braccia sul suo collo, il suo profumo e l’inquadratura che finalmente si apre. «Scommetto che non puoi riposarti un po’, e andar giù dopo. Scommetto che non puoi». Non ho mai risposto a un certo tipo di domande. Di solito andavo via per la porta nel bel mezzo di qualche risposta un po’ improvvisata e un po’ di routine, con lei che mi seguiva, con le sua voce e le sue raccomandazioni a pedinarmi. Fin giù per le scale. Sapevo essere sempre più veloce di loro. E c’è un’altra cosa. Nel precipitarmi giù per il palazzo non potevo assolutamente esimermi dal fare una bella porcata: davo due decisi colpi alla porta della signora che abitava proprio sotto di noi. Sistematicamente, ogni giorno. Una porcata da premio, chi lo nega. Saltavo gli ultimi scalini e, con il pugno della mano teso e stretto, davo due colpi belli forti alla porta. bum! bum! Subito dopo abbassavo la testa infilandomi un mezzo sogghigno in tasca e mi lanciavo a tutta potenza per la successiva cascata di scalini con un affanno divertito nel sentirla aprire la porta quando ormai ero troppo lontano anche solo per potermi immaginare. A volte i bambini sanno essere di una cattiveria inaudita. Il fatto è che durante il mio divagare mentale o i miei mille giochi avevo spesso sentito parlare della signora del piano di sotto dai miei genitori: non che la cosa mi interessasse, queste ovviamente sono questioni che non possono e non devono invadere il piccolo e perfetto mondo di un bambino. Però ne avevo sentito parlare dai miei, altroché. «È solo una povera disgraziata» è mia madre questa. «La depressione è una malattia, sai?» «Ma Cristo Santo, è alcolizzata fino all’osso, pure la figlia ha preferito levarsi dalle palle e andar col nonno, alcolizzata, capisci? A-l-c-o-l-i-z-z-a-t-a!» questo è mio padre. Inconfondibile. Sapeva sempre come e dove attaccare il nemico. Nel mio totale disinteresse riuscivo comunque a captare che qualcosa che non andava si nascondeva oltre quella vecchia porta del piano di sotto. Oltre la maniglia ossidata e il campanello senza nome. E poi avevo sentito pure io la musica di notte a tutto volume. Al termine di queste considerazioni mi sembrava giusto e inevitabile dare due colpi decisi alla porta. A volte la vendetta assume forme strane e io, almeno così pensavo, ero l’incarnazione di quella dei miei genitori nei confronti di quella spaccatimpani disperata della malora. Così, fieramente, feci anche quel giorno. bum! bum! Proprio poco sotto, in piena fuga, incontrai mio fratello, Samu, che se ne veniva su per le scale con addosso una faccia di sole da far estate. So che è solo un particolare, ma se lo ricordo è perché per lui il solo venir su per le scale rappresentava di per sé un avvenimento, e se ci mettiamo che lo stava facendo sorridendo l’eccezionalità di quell’attimo diveniva perla nell’ostrica. Sta di fatto che il giorno di cui sto parlandovi se ne andò via come sempre, se non fosse per quella macchina. Mentre eravamo nel pieno svolgimento di una partita, una finale di Coppa del Mondo come minimo, proprio durante il concitato finale, sentimmo un gran stridere di freni e un fracasso incredibile che seppe oscurare le nostre grida, il nostro respiro e la nostra irrefrenabile gioia. Quel diavolo meccanico di ferro e lamiere, di luci e gomma, urlò piombando all’improvviso nella stradina. Un boato. Ruppe l’esile catena che divideva il pericoloso mondo esterno dalla nostra piccola oasi come nulla fosse, si ingoiò i sassi che costituivano i pali della nostra porta e si andò a schiantare su una linea laterale, cioè su un muro, con un gran scintillare e con un assordante rumore di metallo e vetri che se ne vanno in pezzetti. Ci salvammo per un pelo, per un caso, come a volte accade. Ci salvammo solo perché tutti noi eravamo assiepati lungo la rete che delimitava il lato opposto della via. Ci salvammo grazie a Giotto, il grande esploratore. Quello che c’è da dire su Giotto è che, come già il nome tradisce, faceva parte di una stramba e numerosa famiglia tutta ammassata al primo piano nella mia stessa torre di cemento. Aveva la mia età, quattro fratelli maschi, due genitori e un cane. Una volta avevo perfino sentito chiamarli matti da mia madre. Mio padre invece sapeva come definirli: imbecilli cretini. Il padre, Raffaello, per hobby se ne andava per la città e le campagne vicine a raccattare i corpi delle bestie investite. Cani, gatti, procioni, istrici, topi. È così, tra l’altro, che trovò il loro cagnolino, Crip, ferito e mezzo stecchito sul ciglio di una strada. La madre, Ada, era un donnone corpulento eternamente incastrato in vestaglie azzurre logore, e ciabattava tutto il giorno per la casa cercando le sigarette. Se le scordava dappertutto. I figli poi! Davide pesava qualcosa come diecimila quintali, era immenso, un gigante d’acciaio. Una volta volle giocare a calcio con noi, a tutti i costi, nonostante i suoi vent’anni e i suoi infiniti chili. Durante una mischia in area – provocata in realtà dalla sua sola presenza – cadde di colpo sul nostro portiere in uscita alta, Gigi. Quando Davide riuscì finalmente a rialzarsi, non senza il nostro aiuto, Gigi aveva assunto la forma di quelle sagome di gesso disegnate sul cemento al posto dei cadaveri. Finì all’ospedale. Tacito aveva sedici anni o giù di lì. Era forse il più strano dei quattro fratelli, si vestiva e parlava in una maniera incredibile, un vero personaggio. A suo modo ci sapeva fare. Il vecchio Paolino, mi chiamava. Il più piccolo, che aveva quattro/cinque anni, era Tullio, un bambino solitario che non mollava mai o quasi il suo piccolo Crip. Infine vi dico di Giotto. Giotto giocava spesso nella mia squadra, e non era affatto male se non fosse che a volte, come d’incanto, senza preavviso, si assentava mentalmente e fisicamente dal terreno di cemento. Si arrampicava su un muro nel bel mezzo di un contropiede o tirava con estrema precisione verso la sua porta o lo lanciavi lungo e quello prendeva la palla con le mani. Giotto. Era così. Ma la sua vera passione era un’altra: la caccia agli oggetti. Gli piaceva definirsi un esploratore, e in un certo senso lo era. Sul lato della stradina dove eravamo ammassati quando la macchina irruppe urlando a squarciamotore, c’era una vecchia rete, rotta e stanca di star su, che ci divideva da un terreno incolto, dove gli abitanti del quartiere gettavano di tutto. Giotto era capace di passarci l’intera giornata al di là di quella rete, era un esploratore nato. Eccome se lo era. Specialmente quando maggio diveniva giugno lo vedevi sparire tra la fitta vegetazione neanche si inoltrasse nella foresta amazzonica. Si presentava in alta uniforme prima di ogni missione, stivaloni di gomma verde militare alti fino alle cosce, pantaloncini di jeans strappati dal quale le mutande non esitavano a mostrarsi orgogliose dei propri pallini colorati, una maglia mimetica di una decina di taglie superiori probabilmente appartenuta al suo immenso fratello Davide, un paio di occhiali da sole che aveva trovato durante una precedente esplorazione e ai quali mancava quasi completamente una lente e un cappello che lui credeva simile a quello di Indiana Jones ma che in verità era un pesante copricapo in pelle nera che d’estate faceva caldo anche solo a guardarlo da lontano. Figuratevi avercelo sulla testa tutto il giorno. Col tempo aveva perfezionato e aumentato la sua tecnologica attrezzatura grazie alle sue innumerevoli e fruttuose spedizioni in quella fitta vegetazione piena di scarti e inutili dinosauri domestici del quartiere. «Ehi, Otto!» Otto, lo chiamavamo noi, ché Giotto proprio non si riusciva a capire che razza di nome fosse. «Che cavolo c’hai lì dentro?» Il giorno di cui vi racconto Giotto era uscito dal vecchio portone in alta uniforme da esploratore e con in mano una specie di ventiquattrore ex nera tenuta su alla meno peggio con uno spago da cucina. Quella valigetta era di per sé una grossa novità. È per questo che la partita venne interrotta, per permettere a un nugolo di bambini curiosi, sudati e sporchi di formare un perfetto cerchio intorno a Giotto. «Ragassi» disse, con la sua solita confusione della miseria tra le z e le s «sto partendo, starò in missione forse per due o tre giorni di seguito. Ho saputo che lì dentro, da qualche parte, ci deve essere nascosto un frigo pieno seppo di gelati, le informasioni in mio possesso mi dicono che c’è cioccolato e limone, forse pistacchio. Sono ben nascosti, sono a centinaia, una missione segreta, ovviamente. Quindi mi raccomando, state tutti sitti sitti». «Tu sei tocco qui!» disse Gigi, battendosi l’indice sulla tempia. Gigi era un bambino tutto d’un pezzo per quel poco che mi ricordo. Mica cattivo, ma non sopportava proprio le fantasie bizzarre del grande esploratore. Dal canto suo, come sempre, Giotto non disse nulla, si tolse semplicemente gli occhiali da sole pirateschi, guardò con sarcasmo tutti noi e si sedette ai piedi del vecchio portone. Quello che fece poi fu di mettersi la ventiquattrore ex nera sulle ginocchia con la serratura sdentata rivolta verso di lui e, dopo aver tolto lo spago portante, aprirla mooolto lentamente. «Guarda un po’ coza c’è qui, tocco» e mentre troppe teste cercavano di infilarsi tra lui e l’apertura della valigia incominciò a elencare, tirandoli fuori uno a uno, tutti i suoi gingilli tecnologici. Dio mio, Otto l’esploratore, non posso pensarci. Era di un biondo luminoso, aveva due laghetti azzurri e trasparenti al posto degli occhi e uno sguardo sempre perso appena un po’ più in là, come scivolasse via dal resto del suo corpo. Me lo ricordo così, seduto su quegli scalini zuppi di Uni Posca, tra cento disegni osceni, a tirar fuori oggetti sempre più improbabili dalla sua valigetta sbrindellata. Con noi a prenderlo in giro e lui impassibile per la sua strada. Dritto sparato senza fare una piega. Ai bambini manca la diplomazia, non c’è niente da fare. Mentre ci spiegava accuratamente l’utilizzo di quei quasi rifiuti, noi ci davamo dentro di gomiti e lanciandoci veloci occhiate lo inondavamo di sorrisi neanche troppo sommersi. Perché i bambini sanno esser terribilmente cattivi, specie tra di loro. Tirò fuori una grossa sveglia meccanica da comodino, con le campanelle sopra e tutto il resto. «Questa mi permetterà di non perdermi, perché lì dentro ci si perde, zapete?» Era rotta per tre quarti, senza vetro e con una sola lancetta. «Vedete» continuò «questo è il Nord». A forza di rovistare e scavare aveva le dita incorniciate di nero, specialmente intorno alle unghie. Posò la sveglia lì sugli scalini accanto a lui. «Con questo potrò vedere la temperatura del terreno e zapere se è facile scavare oppure no»: ci stava mostrando un semplice termometro “da febbre”. Giù di gomiti. «La Madonna, tu sei completamente scemo! Suonato!» e via a darci le pacche sulle spalle, piegandoci in due dal ridere ed indicandolo a palmo aperto o con l’indice teso. Che tanto era uguale. Ma vallo a spiegare che ci salvò la vita, a molti di noi perlomeno, a Gigi per primo che invece di sfotterlo se ne sarebbe dovuto stare tra i sassi a parare. Quello che sentii fu un immenso boato, un rumore come se un gigante si fosse messo a masticare una caramella di ferro. Quello che vidi è un’altra storia. Quello che vidi quel giorno è rimasto sempre con me, impossibile scrollarselo via. Ho dimenticato molte cose da allora, si dimenticano molte cose ogni giorno, ma certe, che lo si voglia o no, rimangono lì, incise. Molti degli altri ragazzi, appena ebbero il tempo di capire ciò che era successo, si misero a piangere impalati sul posto. Altri fuggirono al sicuro dentro la bocca delle varie torri grigie. Io no. Vai a capire perché. Non avevo mai mostrato particolari doti di coraggio, e non ne mostrai in seguito. Non so dire perché mi avvicinai a quella macchina fumante, non so spiegarlo, so che mi ritrovai lì a pochi passi come se ne fossi attratto. Lara ti amo, c’era sempre stato scritto su quei mattoni, con vernice rossa e tratto incerto di chi l’ha fatto una sola volta, di chi l’ha fatto in tutta fretta. Lara ti amo. Nessuno sapeva chi fosse Lara né se poi si erano amati. Né come avesse fatto quella vernice ad aver resistito a tutto il tempo, a sporcare quei mattoni giorno dopo giorno senza andarsene mai via. Senza sfumare ignorata come di solito accade a certe scritte d’amore. Un giorno, prima o poi, se ne sarebbe andata, è così che sarebbe accaduto, che sarebbe dovuto accadere. Ma ora. Ora c’era rimasto solo amo su quel muro. Il resto era completamente coperto dalla massa di quell’auto: più di un mattone, che al massimo aveva conosciuto la potenza vana e sbilenca di qualche migliaio di SuperTele di rimbalzo, si era spezzato, sbriciolato e sparso ovunque. Fin sotto i miei piedi. Il cofano, le ruote anteriori e tutto il resto si erano praticamente unite, spiaccicate. Il muro e l’auto si erano fusi in un unico abbraccio, come due corpi persi nell’attimo di amarsi. Accanto a loro, vista da quell’angolatura, aveva senso perfino quella scritta rossa, quell’amo. Ironia della sorte. Sono molte le cose che non posso dimenticare di quegli attimi, di quell’ammasso di metallo dove ho dovuto lasciar una parte di me. Appoggiata lì. La prima cosa è il silenzio. Subito al seguito dell’enorme baccano che aveva inondato ogni cosa era giunto un silenzio insolito. Spariti i rumori di fondo, risucchiati via. Di fronte al panettiere c’era sempre un gran ridere e parlare: ora taceva. Su dal Bar non arrivava una sola parola, un grido. Nessuna signora affacciata su per la torre stava blaterando dei panni sporchi che non si asciugano mai. Né un motorino né il pallone rotolare giù per il cemento con dieci bambini a dargli la caccia. Nulla. Solo l’olio e i liquidi del motore che sgocciolavano, si allargavano e si disperdevano per sempre. Solo una canzone assurda, troppo vecchia per esser vera, che se ne usciva fuori da tutte quelle lamiere contorte, distorte, surriscaldate, senza nessuna forma. Un lamento lontano, una colonna sonora perfetta. Poi lo vidi. Lui. Sembrava guardarmi. Gli vidi la testa sbucare fuori dal parabrezza sfondato. Se ne stava lì senza alcuna espressione se non una vaghissima forma di incredulità sfumata intorno agli occhi spalancati. I capelli spettinati e appiccicati tra loro dal sangue. Il sangue. Scivolava via dalla testa esterrefatta in tanti piccoli corsi d’acqua rossa e densa che andavano a colorare quel che rimaneva del cofano bianco. Pallido. Poco più giù, senza in fondo capirne veramente il perché, questi si andavano a rincontrare uno a uno e, trattenendo forse un poco il fiato, si gettavano coraggiosamente nello spazio vuoto. Non una cascata, non più almeno, ma una serie di pesanti gocce rosse a far la fila in bilico sull’orlo metallico. A cadere una spinta dall’altra. In fondo, giù nell’asfalto poroso, le gocce rosse zampillavano sulla chiazza d’olio dell’auto riunendo così, seppur da un’altra parte e in un’altra veste, la macchina e l’uomo che la guidava in un abbraccio privo d’amore. Non ricordo altro, se non mia madre che mi tira via per un braccio. Che mi strattona a rompermelo perfino. La stessa notte mi ritrovai senza sonno, steso sul letto caldo a pensare a nulla. A un bel cavolo di niente. Come succede in certe sere. Quello è morire, è così che si muore era la sola cosa che di tanto in tanto saltava fuori. Ma la lasciavo fare. A darmi fastidio, a darmi veramente fastidio, era la sensazione di doveroso silenzio e di tristezza che avvolgeva tutto quanto. La preoccupazione dei miei per me. Riuscivo ad avvertirla, avrei voluto cacciarla giù per la tromba delle scale, scaraventarla lontano da casa mia. Mi alzai e uscii in corridoio sulla moquette rossa. La mia moquette rossa sapeva esser silenziosa, sapeva come assorbire i passi; quelli distratti e quelli sui talloni, quelli veloci e quelli notturni, come i miei allora. Mi avvicinai alla stanza del mio fratellone, Samu. Magari era sveglio e potevo scambiarci due parole o qualcosa del genere. Di solito era sempre sveglio fino a tardi a vedere la TV. Nella confusione e nella mia preoccupazione per i miei preoccupati per me, me l’ero quasi dimenticato, Samuele. Non mi andava che i miei, appena una stanza più in là, mi sentissero, mi avvicinai quindi quasi volando. Pattinavo su quei peli rossi. Quando feci per entrare dalla porta socchiusa ebbi la seconda brutta sorpresa della giornata. Non voglio farci troppi giri di parole: sentii Samu piangere, era sdraiato sul letto e mi dava la schiena. Quello che faceva era piangere. Erano singhiozzi. Ci rimasi malissimo. Era come se mi avessero tolto tutto quanto c’era da togliere da sotto i piedi: la mia moquette rossa e pelosa, il pavimento sotto di quella, il quinto piano della signora alla quale bussavo e ribussavo fino a farmi male sulle nocche, il quarto piano e così via a sprofondare. Giù e giù. Tutta la stramaledetta torre di cemento. Il fatto è che gli eroi non dovrebbero mai piangere. Mi venne su per la gola quasi a strozzarmi. Mi venne su dallo stomaco un sasso, un tappo, e tutte le vene sulle tempie a gonfiarsi e gli occhi a strizzarsi. Mi venne su tutta la tristezza, tutta all’improvviso. È che proprio non me l’aspettavo, fino a due secondi prima me ne stavo lì a pensare ai miei che non dovevano preoccuparsi e così via e ora tutta quella tristezza. È che non sapevo proprio dove metterla. Alla fine ho fatto l’unica cosa che un bambino di dieci anni, un bambino di nome Paolo, Paolino, di dieci anni, può fare. Volai da mia madre. Salii sul letto, dal suo lato, e l’abbracciai scoppiando, esplodendo, in una pioggia di lacrime. Lei non disse nulla, mi strinse e basta. Mi accarezzò i capelli e basta. Mi regalò il più bello dei caldi abbracci. Quando un po’ mi calmai, mi fece sssttt con il dito, ci alzammo dal letto, uscimmo dalla camera e andammo in cucina in gran silenzio. Si preparò qualcosa, ricordo, forse una camomilla, a me diede un gigantesco bicchiere di latte. Si accese una sigaretta. Mi asciugò le lacrime e ancora non disse niente. Uscì dalla cucina. L’acqua sul fuoco incominciò a bofonchiare. Quando tornò aveva una nuvola bianca in mano. Una nuvola bianca baciata di rosa. Avevo sul ginocchio questa piccola ferita, una bruciatura d’asfalto per meglio dire, che neanche me ne ricordavo. Si abbassò di fronte alla sedia dove le mie gambe, seppur per poco ancora, ciondolavano senza riuscire a toccare il pavimento. Mi sorrise. Mi poggiò la nuvola bianca baciata di rosa sul ginocchio e per una volta non mi fece male, non come al solito. Non come le altre volte. Mi accarezzò i capelli scostandoli dalla fronte. Ci poggiò le labbra. Dopodiché si alzò e sparì di nuovo dall’inquadratura.