Manfredi M. Giffone
Nigredo
Una cosa che ai pescatori non manca di certo è il pesce, la carne gli manca. Una domenica d’estate, quando Nigredo era ancora un bambino, lo zio si presentò a casa con salsicce, bistecche, costine di maiale e per celebrare degnamente l’occasione i Pescimprua decisero di mangiare all’aperto. Una leggera brezza rinfrescava la giornata e Nigredo se la godeva mentre gli altri sistemavano la tavola davanti l’uscio. Nell’apparecchiare però si persero un poco e dei gatti randagi gli rubarono la carne banchettando al posto loro. S’incazzarono i Pescimprua, gridarono e strepitarono ma la cosa sembrò finire lì. Sembrò. Invece il giorno seguente il padre e lo zio di Nigredo distesero davanti la porta di casa un conzu, una lenza con centinaia di ami, un palàmito al quale attaccarono bei pezzi di un pesce con squame rossastre e dentuzzi robusti che da quelle parti chiamano surice, “sorcio”. Poi si sedettero e aspettarono. Sospettosi arrivarono i gatti, annusando l’aria si guardarono intorno per qualche minuto finché un tigrato dalla lunga coda saltò addentando un boccone di pesce e gli altri fecero altrettanto. Quelli che riuscirono a liberarsi rimasero sfregiati malamente. I Pescimprua erano pescatori, in paese nessuno ricordava più quale fosse il loro vero cognome e Francesco, Ciccio Pescimprua, per tutti era u Nigredo, “il Nero”, perché pescando, pescando il sole gli bruniva la pelle già scura. Oltre all’uso improprio del conzu per prendere gatti con i surici il padre e lo zio gli avevano insegnato che da quelle parti si pescano triglie, orate e occhiate con il tramagghiu mentre il barracuda che ha le maglie strette si usa per pesci più grossi che ci si incastrano e con la rete a cianciòlo, che in acqua forma una sacca circolare, si pigliano le alopate. Un tempo c’era anche una tonnara e ancora oggi ogni tanto si pescano pescispada ma da quando c’è meno pesce spesso si va a strascico, fottendosene di tutti e offrendo un contributo di amore e odio alla distruzione della terra natìa. Nigredo queste cose sulle reti le aveva imparate bene ma comunque non era granché come pescatore, se la cavava molto meglio a carte. Ci sapeva fare. Le sue partite erano atti unici a teatro, improvvisazioni, ché giocare a carte senza recitare è un’inutile perdita di tempo. Tirava giù le carte che a ogni calata facevano lo schiocco sul tavolo e a tressette, prima di dichiarare la Napoli, faceva sventagliare le nocche della mano per dare il tempo agli avversari di lamentarsi e quando iniziavano a imprecare bussava con un ghigno appena abbozzato, sfottendoli con dei versacci. Perché aveva una sua grammatica Nigredo, sicuro, con più suoni di quanti ne comprendesse il dialetto e aveva anche una sua aritmetica fatta di tre, di assi, di sette, di cavalli fanti e re, di pari e dispari, di varianti della briscola che arrivano fino a cinquecento punti. Sapeva quando nascondere i segni e quando ostentarli e se doveva avvisare il compare che gli era capitato il cavallo di briscola in mano, il movimento della spalla lo faceva vedere bene a tutte le persone riunite a giocare al lido, sul lungomare che si snoda tortuosamente, sotto la città arroccata in cima alla rupe. Nella pesca col bolentino, invece, una pesca di attesa, da perdigiorno, Nigredo era imbattibile. Quando non aveva voglia di lavorare sceglieva un compagno e a bordo del “Dammi un bacio”, il suo peschereccio azzurro e bianco, andavano a surici e stavano fuori finché il sole non picchiava. Poi, se la giornata era stata generosa e il compagno un buon compagno, Nigredo raccontava storie, storie ispirate, perché per le chiacchiere da bar era buona ogni occasione. Raccontava che quando era bambino e andava a pescare con il padre, in quello stesso tratto di mare dove ora c’erano i surici, si trovavano degli storioni e quando ne tiravano su uno il padre lo sdraiava sulla barca, stappava un fiasco di vino, si versava un bicchiere e ne beveva un sorso. Un altro sorso lo faceva bere allo storione che da grigio cambiava improvvisamente colore e sbattendo la coda passava dal rosso scuro all’azzurro. Il padre di Nigredo il resto del bicchiere lo versava a mare, poi ributtava il pesce in acqua “e lo storione spariva”, raccontava Nigredo che a volte era un buon contastorie ma non era un gran pescatore. E storioni non ce n’erano più, erano rimasti solo i surici che fremevano al largo quando Nigredo bussava la Napoli e loro, che da una vita giocavano con lui un’altra partita, un nascondino sul fondo del mare, non sopportavano che vincesse a carte ma lui se la rideva. Con gli occhi, perché si gioca ridendo con gli occhi. Per fare il pescatore da quelle parti, oltre che gettare le reti, bisogna conoscere altre cose e non c’è motivo di dubitare che Nigredo non le sapesse fare bene. Il “Dammi un bacio”, ad esempio, ogni ferragosto portava la statua della Madonna dell’Isola aprendo una processione che si tiene sul mare. Nigredo partiva all’ora di pranzo, le altre barche seguivano il suo peschereccio fino a sera e, anche se da quelle parti spesso il mare si fa grosso, con Nigredo la Madonna dell’Isola ha avuto sempre l’acqua calma. Ogni anno almeno un paio di tornado vorticano accanto alla città senza però sfiorarla mai, la gente del paese li chiama code di ratto. Al lido i pescatori raccontavano ai bambini che erano i surici a creare le code di ratto, che si riunivano in branco e nuotavano in tondo per fare un’unica coda tanto grande da bastare per tutti loro, sorci senza coda. Ma, figghioli, potete stare tranquilli, dicevano i pescatori indicando Nigredo che giocava a carte e imprecava. Alcuni pescatori conoscono una preghiera che si può recitare solo in caso di pericolo estremo, uno scongiuro che taglia i tornado e che i pescatori si passano di padre in figlio. Di questa preghiera ne esistono diverse varianti, alcune molto semplici, ma giù al lido si diceva che la preghiera che Nigredo aveva imparato da suo zio fosse la migliore, un Padre nostro da pescatori, solo che il Padre nostro si rivolge al cielo come in terra mentre la preghiera di Nigredo riguardava il mare. I pescatori, in fondo, sono peccatori anche loro e hanno bisogno di protezione come tutti gli altri. La loro preghiera se ne sta da quelle parti dai tempi di Odisseo, Scilla e Cariddi, e di bocca in bocca, da un pescatore all’altro, da una barca all’altra, ha attraversato i secoli, ricoprendosi di contraddizioni e difetti, una giaculatoria rivolta a dèi estinti che ricorda loro le difficoltà che trovano gli uomini nell’affrontare la Storia. E una generazione dopo l’altra, col passare dei secoli, l’orazione si è corrotta, mischiandosi fra cristiani e saraceni si è gonfiata, si è arricchita di lodi al signore e ingiurie, maledizioni, scongiuri, una miscela di suoni di cui Nigredo, un giorno dopo l’altro, offriva piccoli assaggi al tavolo da gioco. Per quarant’anni portò la Madonna, tirò giù cavalli e re, tirò su qualche pescespada e tanto bastava a Nigredo per campare perché non aveva messo su famiglia, no. Aveva incontrato qualche sirena nella sua vita, càpita a tutti, ma lui aveva deciso di continuare a remare, tirando dritto. Il giorno in cui scoprì che gli rimanevano pochi mesi di vita a causa di un tumore ai polmoni gli girarono parecchio le palle, anche perché non aveva mai fumato manco una sigaretta. E così riunì tutti i compari al tavolo, organizzò un torneo di carte e fra quelli che riuscì a battere scelse i suoi compagni di pesca. Il giorno dopo se ne andarono a surici e per ore, dalla riva, si potevano vedere una decina di barche che si dondolavano sull’orizzonte, immobili, pigre. Il vento riportava a terra qualche parola da cui si capiva che a largo si stavano divertendo davvero visto che passavano il tempo a sfottersi. A sera tornarono a casa con chili di pesce, apparecchiarono la tavola davanti la vecchia casa dei Pescimprua e diedero da mangiare a mezzo paese, alla metà che andava a genio a Nigredo, che era in vena di saldare vecchi debiti e lanciava di nascosto pezzetti di pesce a qualche gatto randagio. Durante la processione di ferragosto Nigredo aveva l’espressione concentrata di chi cerca di ricordare le parole di una poesia imparata da bambino ma che non recita da troppo tempo e controluce ad alcuni sembrò che stesse mormorando qualcosa. Da lì in avanti, quando il mare si faceva grosso, Nigredo scendeva in spiaggia e si appoggiava alla sua barca, seguìto da un qualche micetto che sperava in un’altra piccola elemosina di pesce. Nigredo invece si aspettava un favore da parte dei surici che però non volevano ballare in tondo per lui sul fondo del mare. Per fargli dispetto forse, o perché col tempo ci si affeziona ai propri compagni di gioco e si desidera che non lascino mai il tavolo. Ma alla fine, una brutta mattina d’inverno, la coda di ratto si formò e Nigredo allontanò delicatamente i gatti che si erano messi al riparo sul “Dammi un bacio”. Poi senza farsi vedere da nessuno mise la barca in acqua, salì a bordo e si diresse verso il tornado.