Andrea Dilaghi

Modulo 314

 

Il centro della faccia del professor Greco erano gli occhi. Non solo perché erano così piccoli, vicini fra loro e quasi incorniciati da scure sopracciglia ma, più probabilmente, perché smentivano l’antico detto secondo il quale gli occhi sono lo specchio dell’anima. Nel suo caso, infatti, se lo guardavi negli occhi non ci leggevi proprio niente. In compenso lui, nei tuoi, ti leggeva l’anima, il futuro e chissà cos’altro ancora. Di sicuro leggeva le domande che stavi per fare. «Mi vesto così perché sono un musicista» rispose alla domanda che avevo in testa e che mai avrei osato fare, la prima volta che lo vidi. Un musicista, disse proprio un musicista. Mi fece sorridere: i musicisti nel senso che lui sottintendeva, non esistevano più da almeno un centinaio d’anni. Pensai che questa fosse la frase di rito che riservava a tutti quelli che lo incontravano per la prima volta. Non poteva certo passare inosservato un tipo vestito con antichi jeans aderenti, una camicia coloratissima, un orecchino a forma di chiave di violino e – incredibile! – un paio di occhiali con la montatura giallo e arancio. Credo che li portasse per vezzo, sulla punta del naso, come certi musicisti del ventesimo secolo, appunto. Anche perché le lenti a contatto biologiche erano già così diffuse che era raro vedere qualcuno con un paio di occhiali. Pensai anche che per potersi permettere certe stramberie doveva essere molto considerato dalla direttrice della banca, la dottoressa Krizia Muller. «Vieni avanti, coraggio» disse interrompendo i miei pensieri e facendomi cenno di entrare. L’Ufficio di Sicurezza Musicale, all’ultimo piano del palazzo della Banca Centrale Depositi & Software di Milano, era una sala grande e luminosa con un pianoforte al centro e, sui due tavoli ai lati, un computer, alcuni sintetizzatori, equalizzatori e strane apparecchiature che non avevo mai visto. Vicino alla finestra, di fianco a uno dei tavoli, due leggii uno di fronte all’altro. «Dunque, tu vieni dall’Istituto di Musica Applicata, vero?» «Sì, sono stato selezionato per un test d’ingresso e ho qui i documenti». «Come lo chiamano da voi all’Istituto questo ufficio?» mi interruppe prendendomi sottobraccio. «So che ci scherzano su... o mi sbaglio?» «L’ufficio serenate. Sì, a volte lo chiamano l’ufficio serenate» ammisi coinvolto da quella apparente complicità. «L’ufficio serenate» sogghignò cambiando atteggiamento. «Non sono capaci di sfornare un allievo che sappia andare oltre la composizione di un motivetto polifonico per cellulari e prendono per il culo. Ma tu, se sei stato selezionato, sarai senz’altro un’eccezione! Vediamo, vediamo subito» concluse ironico. Mi ero fatto incastrare come un idiota da quella stupida domanda; non me l’aspettavo da uno vestito così. Guardai fuori, per non tradire una sottile insicurezza, per darmi un contegno. Eravamo al quindicesimo piano di un palazzo in vetro e acciaio e tutto il lato sud di Milano sembrava convergere, con le sue strade, proprio verso di noi. Il colpo d’occhio, forse la posizione davanti a quella vetrata, mi fece sentire di nuovo padrone di me. Intanto lui sfogliava un fascicolo di spartiti. «Vedo che hai con te lo strumento» disse additando la custodia di violino che avevo in mano «prova questo». Mise sul leggio uno spartito pieno di annotazioni sotto le righe, segni non convenzionali, sembravano appunti in codice. «Quelli lasciali perdere» mi lesse nel pensiero «esegui il pezzo così com’è scritto, le annotazioni lasciale perdere. Per ora». Tirai fuori il violino, controllai l’accordatura e la tensione dell’archetto, sempre sbirciando con la coda dell’occhio lo spartito. Mi bastò un’occhiata per capire che non era difficilissimo, individuai i punti più complessi e li solfeggiai mentalmente. Poi iniziai a suonare, mentre il professore guardava, fuori dalla vetrata, una Milano che assomigliava a un’attenta platea. Dopo le prime battute ero già sciolto, l’insicurezza si era volatilizzata lasciando il posto alla concentrazione, alla meccanicità dell’esecuzione. Era una musica fredda, in effetti, molto tecnica, per niente orecchiabile. Ogni singola nota andava letta ed eseguita, ogni passaggio era sempre imprevedibile, contorto. Del resto sapevo benissimo di cosa si trattava: era un modulo chiave musicale. «Bene» disse nell’attimo esatto in cui suonavo l’ultima nota. «Bene, devo dire che ci siamo quasi. Naturalmente ci saranno particolari da curare di più, specialmente quando dovremo aggiungere il secondo violino. Poi ci sono le variazioni che vedi segnate: sono leggere imperfezioni da inserire nell’esecuzione per rendere la chiave più sicura; con uno strumento senza tastatura come il violino si può fare di tutto... ma questo verrà in seguito. Per il momento devo ammettere che, per uno strano scherzo del destino, l’Istituto di Musica Applicata ha sfornato un buon tecnico. Ma forse è soltanto talento naturale» concluse scuotendo la testa. Mi sembrò un complimento enorme. Come se il talento fosse un merito. All’inizio il lavoro mi sembrò abbastanza tranquillo, lineare, a parte l’aspetto curioso del professor Greco e la sua strana capacità di prevenire le domande. «So che ti stai chiedendo dov’è il difficile in questo lavoro... no?» disse una mattina. In effetti tutto quello che facevamo era eseguire dei pezzi per due violini; erano chiavi musicali o moduli, identificati da un codice numerico: modulo 215, modulo 108 e così via. Ogni modulo veniva campionato così come era stato eseguito in studio e immesso nel computer della cassaforte centrale. Quando questa doveva essere aperta, la direttrice, il professor Greco e io scendevamo nel sotterraneo. Una volta sul posto, la direttrice inseriva il codice numerico del modulo su una tastiera e ce lo comunicava. Noi, ai due lati della cassaforte come chierichetti di un rito pagano, eseguivamo a memoria il brano richiesto e, se la musica era esattamente uguale alla campionatura presente nella memoria del sistema, la cassaforte alla fine si apriva. Certo, bastava una nota eseguita leggermente sottotono, una legatura poco marcata o un pizzicato con qualche incertezza per bloccare tutto. Se capitava, eravamo noi i primi ad accorgerci dell’errore e ripartivamo da capo. Ma succedeva veramente di rado, tante erano le volte che ogni modulo veniva provato e registrato. «Sì» ammisi «in effetti, basta saper suonare bene uno strumento antico come il violino, conoscere altrettanto bene la musica, e...» «Tu credi di conoscere bene la musica?» «Insomma, ho fatto otto anni di violino più altri...» contai sulle dita. «Suona questo» disse bruscamente mettendomi sul leggio uno spartito. Il titolo era: Modulo 314. Era qualcosa di completamente nuovo. O forse di vecchio, di antico. Perché iniziai a suonare e, nota dopo nota, mi sembrava di averla già dentro di me, quella musica. Sentivo quale doveva essere la giusta impostazione, il fraseggio seguente lo prevedevo, lo “sentivo” ancora prima di solfeggiarlo. Non era orecchiabile, non in modo particolare, almeno; ma non era questo il motivo. Era come se quelle note, per come erano disposte, facessero vibrare qualcosa come un diapason interno. Come se arrivassero direttamente allo stomaco senza passare dalle orecchie, arrivassero all’istinto senza passare dalla ragione. Sarà stato per questo che, mentre suonavo, sentivo un groppo in gola, una commozione senza motivo, qualcosa che mi costrinse a fermarmi dopo metà pagina. «Musica emozionale» sentenziò il professore, per niente meravigliato del fatto che mi stessi asciugando una lacrima. «Questa è quella che si chiama musica emozionale». «Mai sentita» mi scusai. «Lo credo: da anni nessuno usa più la musica per comunicare le emozioni» disse. «Tutta la musica moderna, da quella orecchiabile degli aeroporti e supermercati a quella dissonante che usiamo noi per le chiavi, è musica funzionale. Tutta, senza eccezioni. E tu conosci solo la musica funzionale. Al massimo avrai incontrato nei tuoi studi di violino qualche brano di compositori antichi, ma ne dubito: in genere vengono proposti solo i testi adatti allo studio; musica funzionale anche quella, sia pure con qualche spunto interessante». «In effetti, sì, qualcosa che commuoveva c’era anche a scuola... ma mica così». «Tu credi di essere arrivato, ragazzo, ma sei solo all’inizio del sapere!» Il tono era quello del grande filosofo. Facevo fatica a capire quando fingeva, era un tipo molto teatrale, nei gesti e nell’impostazione della voce. «Modulo 314» continuò «questo pezzo lo dovremo provare almeno tre volte alla settimana. E modificarlo, arrangiarlo, arricchirlo di nuovi spunti, se ce ne saranno. Un work in progress, come si diceva una volta». Adorava queste citazioni del ventesimo secolo, come tante altre cose di quel periodo. Mi inquietavano queste sue fissazioni. Come quelle per le finte coincidenze matematiche, che facevano tanto rito esoterico: per esempio, il modulo lo aveva chiamato 314 e lui si chiamava Paolo Greco. Mi venivano in mente 3,14=P. Greco, la formula della circonferenza del cerchio. Possibile che un musicista come lui non fosse altro che un matematico travestito? «Lui lavora all’Ufficio di Sicurezza Musicale» disse Irene presentandomi a Michele, suo collega di lavoro, e a Mara, la sua ragazza. La frase ricorreva spesso sulla bocca di Irene che, da quando lavoravo all’Ufficio, aveva iniziato ad adorarmi. Le incertezze e le strane domande sul nostro futuro erano acqua passata. Mi aveva presentato con la stessa identica frase a un suo anziano zio, che io conoscevo di fama ma che, fino a quel momento, lei aveva evitato di presentarmi. «È un tipo con la puzza sotto il naso» si giustificava, con una forma di snobismo al contrario. Strinsi la mano a Mara e Michele, sentii la considerazione, il rispetto misto a invidia nel tono di voce che usavano nel farmi i complimenti per la brillante carriera. “Brillante carriera” era un’altra frase che ricorreva spesso, quasi un ritornello che mi si era piazzato in testa come se fosse a casa sua. Michele e Mara erano una coppia simpatica e uscimmo spesso con loro, dopo quella sera. Una volta lui, che era un insegnante di informatica, mi rivelò che nella cassaforte della banca dove lavoravo c’erano molte più versioni sorgente di software che banconote. Era un’informazione riservata, voci raccolte nell’ambiente universitario, disse, e si meravigliò che io non sapessi neppure a cosa facessi le serenate. «Vorrai mica che mettano in piedi tutti questi sistemi di sicurezza per delle banconote» disse «il futuro è nel possesso dei software». Era molto interessato al mio strano lavoro, Michele, ma era una cosa comune a tutte le persone che incontravo; mi consideravano un incrocio fra un artista e un agente segreto. Ma il ritornello “brillante carriera” girava nella mia testa e mi faceva sembrare tutto normale, sia questa curiosità diffusa, sia l’adorazione che Irene aveva per me. Passarono le settimane fino a formare qualche mese e all’Ufficio Sicurezza le ore di lavoro si dividevano fra il dovere e il piacere. Il dovere era perfezionare i vari moduli esistenti integrandoli con il secondo violino, costruirne di nuovi e, due o tre volte al giorno, raggiungere il sotterraneo insieme alla dottoressa per il rito dell’apertura della cassaforte. Il piacere era quando, praticamente tutti i giorni, provavamo il modulo 314. Ogni volta che la suonavo, quella musica diventava sempre più mia, ogni volta apprezzavo una sfumatura che il giorno precedente mi era sfuggita; lo stupore della prima volta si trasformava, con la conoscenza, in attrazione, in un legame sempre più profondo, quasi una forma di dipendenza. Il professore, da sotto le sopracciglia, seguiva questo processo in modo scientifico e, alla fine dell’esecuzione giornaliera, integrava le mie conoscenze musicali con le sue considerazioni storiche e filosofiche. «Tutto è iniziato, o finito, con la diffusione di internet e dei nuovi supporti magnetici disponibili all’inizio del ventunesimo secolo» spiegava «e con il fallimento a catena delle maggiori case discografiche. Nessuno riusciva più a trarre profitto dal comporre musica. Né profitto né soddisfazione: ogni brano composto veniva immediatamente copiato e distribuito clandestinamente. Spesso veniva snaturato, smembrato per farne suonerie per cellulari e musichette pubblicitarie. Nel giro di pochi anni sparirono i cantautori, figure mitiche di quegli anni, considerati quasi dei profeti. «I compositori si riconvertirono, si adattarono a fare musica funzionale, l’unica musica pagata. Infine si dissolsero le poche band superstiti e sparirono, per ultimi, anche i suonatori di strada. Una volta erano in molti a saper suonare o almeno strimpellare uno strumento, la musica era un’arte così diffusa che sembrava impossibile che potesse andare perduta. «Invece successe quello che, per motivi diversi, era successo per i libri nell’alto medioevo, quando, anno dopo anno, la quasi totalità della popolazione perse la capacità di leggere e scrivere. I libri furono quasi adorati come simbolo di sapienza ma la capacità di decifrarli rimase nelle mani dei monaci e di pochi altri. Ecco, vedi, noi oggi siamo i monaci della musica, i custodi e padroni di questo sapere. E come la scrittura, anche la musica può essere un’arma, può diventare un potere». Ero affascinato da queste sue considerazioni, e, anche se non ero in grado di verificare tutto quello che diceva, il fatto che avesse composto il Modulo 314 era la prova tangibile della sua cultura. Lo vedevo davvero come un oracolo, un sacerdote illuminato custode dei segreti della Musica. Nella mia veste di chierichetto però avevo in testa una domanda da fargli e mi aspettavo che, come al solito, mi desse una risposta preventiva. Mi sembrava persino strano che non l’avesse fatto prima, era una domanda talmente evidente. Così, al temine di una delle sue solite spiegazioni storiche, la buttai là, con falsa indifferenza. «Ma come mai proviamo questo pezzo da mesi e, a differenza degli altri, non lo abbiamo ancora mai usato per aprire la cassaforte?» Mi resi conto che l’aveva notata, la domanda. Solo che era scomoda e gli disegnava in faccia una strana espressione. «Ecco» disse prendendo tempo «non sono io che scelgo i pezzi da usare per le aperture». «E chi li sceglie?» «La dottoressa. E... le circostanze». «Le circostanze? Che significa?» «Non avere fretta di usare questo modulo» tagliò corto «forse non sarà usato mai. E potrebbe essere un bene». Accennò con lo sguardo all’orologio sulla parete e si batté due dita sullo stomaco: l’oracolo aveva fame e non gli avrei cavato di bocca una parola di più. Le circostanze, quando sono sgradevoli, non si fanno mai attendere a lungo. Una mattina il professor Greco, la dottoressa e io scendemmo nel sotterraneo per la quotidiana apertura della cassaforte centrale. All’uscita dell’ascensore due uomini armati di pistola e con la faccia coperta da un passamontagna bianco puntarono le pistole alla testa dei due agenti di scorta costringendoli a consegnare le armi. Poi li legarono, imbavagliarono e li fecero sdraiare attraverso la porta aperta dell’ascensore. Infine li stordirono con un colpo in testa. Questo fu l’unico rumore di rilievo: tutto si era svolto così velocemente e in perfetto silenzio da farmi dubitare di essere sveglio. Con pochi gesti ci intimarono di aprire la cassaforte. Dovevano conoscere bene il meccanismo perché non si stupirono affatto quando tirammo fuori i violini e ci piazzammo ai lati dalla porta blindata. «Modulo 314» disse la dottoressa. Ci avrei giurato. Così iniziammo a suonare, non senza una certa apprensione. Mi chiedevo cosa sarebbe successo se avessimo dovuto ripetere più volte il brano per qualche leggera imperfezione, per qualche incertezza dovuta alla situazione. Invece la musica scorreva dalla testa alla punta delle dita e attraverso l’aria riempiva la stanza, la saturava. Dopo poche battute ero stranamente rilassato, mi sentivo quasi a mio agio e la solita commozione mi prendeva la gola. Anche la dottoressa aveva un’aria sognante che mai le avevo visto sul viso; per un attimo mi sembrò che scambiasse col professore un tenero sguardo, quasi di complicità. Dei due rapinatori si vedevano solo gli occhi che bucavano il passamontagna come due perle lucide. Le mani tenevano le pistole puntate verso di noi ma sembrava quasi una formalità. Notai che erano leggermente tremanti e non stringevano il calcio delle pistole con forza come quando avevano disarmato gli agenti di scorta, quando le falangi delle dita erano bianche dalla tensione. Insomma, la musica stava creando uno strano rilassamento generale e pensai che questo era un bene, almeno saremmo arrivati alla fine del pezzo, la cassaforte si sarebbe aperta e tutto sarebbe finito. La stonatura arrivò esattamente sull’ultima nota del modulo: un doppio rumore ovattato si sovrappose e rimase sospeso oltre la durata dell’ultima nota. La porta blindata, infatti, non si mosse. Al suo posto si mossero contemporaneamente i due rapinatori. Si afflosciarono in avanti, a faccia in giù, con le braccia aperte, ai nostri piedi. Una quantità enorme di sangue si allargava come un’aureola, sul pavimento, intorno alla loro testa. Due agenti entrarono da dietro una parete mobile che non avevo mai notato prima, una specie di quinta di teatro. Si chinarono a controllare il polso e la gola dei due rapinatori con fare professionale. «Queste nuove pallottole a bassa penetrazione sono davvero efficaci» commentavano «ma... che gli succede?» Si riferivano a me che stavo vomitando in un angolo della stanza. Riuscii a sentire, fra un conato e l’altro, il professore che diceva «Niente, non è ancora abituato alla musica emozionale...» Tutto si mise a posto in fretta: in poche ore passarono a fare il loro lavoro la scientifica, vari funzionari della prefettura, avvocati e dirigenti della banca e due giornalisti di fiducia. Infine l’impresa di pulizie si occupò di togliere ogni traccia dell’accaduto, ogni segno, ogni odore. Tutto si mise a posto in fretta, dicevo, a parte me. Lo psicologo aziendale mi prescrisse due settimane di riposo assoluto, per smaltire lo stress. Minimo due settimane, disse, poi vedremo. In realtà non avevo molta voglia di riposarmi e nemmeno di smaltire qualcosa. Al contrario, ero in preda a una folle eccitazione. Il primo giorno andai fino in centro e mi misi a suonare il modulo 314 in mezzo ai passanti. Credo di aver capito cosa provasse il protagonista della favola “Il flauto magico”, quale senso di potere lo prendesse nel vedere la gente di tutte le età, soprattutto giovani, farsi intorno con la bocca semiaperta e gli occhi lucidi di commozione. Mi spostavo sempre di più in mezzo al viale, lentamente, continuando a suonare, e tutti, inconsapevolmente, mi seguivano bloccando il traffico. Nessuno però suonava il clacson, anzi, c’era chi spengeva il motore e, lasciando la portiera aperta, si univa alla folla in trance. Il vigile accorso dalla piazza vicina si fece largo fra la gente e, dopo un attimo di smarrimento, alzò timidamente la mano come per chiedere la parola. Smisi immediatamente di suonare e, con aria scocciata, lo additai alla folla con un gesto dell’archetto, guardandolo fisso negli occhi come si guarda chi tossisce a un concerto. «Scusi, sa...» disse con voce incerta «ma dovrei... anzi devo, devo avvertirla, avvertire tutti voi che state bloccando il traffico. Certo, bella musica, però, capite... no, non spinga lei, io sono qui per fare il mio lavoro...» A quel punto sono uscito di scena lasciando il vigile alle prese con una quarantina di persone agitate, non so come sia finita. Certo che quando ho ripetuto la cosa in altre piazze, con poche varianti, il risultato è stato sempre lo stesso. Commozione, qualche lacrima e senso di sgomento quando interrompevo improvvisamente la musica, magari con un urlo o con un battito di mani, come fanno certi ipnotizzatori al termine del loro esperimento. Ma se la prima volta vedere la folla seguirmi in mezzo al viale mi aveva dato un senso di potere e di forza, già dalla seconda volta, alla fine della musica, ero il più spaesato di tutti. Non avevo l’indole del flautista magico, pensavo. E poi, mi chiedevo, sapendo a cosa serve in realtà il modulo 314, avrei potuto ancora suonarlo con indifferenza nella stessa situazione? Era meglio suonare una bella musica che inganna e ipnotizza o comporre musica insignificante ma innocua? Provai a parlarne con Irene e lei dubbi non ne aveva, come al solito. «Devi solo superare il periodo di stress. Lasciare l’Ufficio di Sicurezza Musicale? Scherzi? Ma sai quanti vorrebbero essere là dentro? ma... ma sei matto?» Ritornò su questo concetto qualche giorno dopo, quando seppe dei miei esperimenti in mezzo alla gente in trance. «No, dico... credo che tu sia proprio matto. Ma come, suonare in mezzo alla gente come un accattone... per cosa, poi? Vuoi che lo vengano a sapere all’Ufficio di Sicurezza Musicale? Se non lo sanno già... senti, cerca di non fare idiozie. Rifletti bene su quello che vuoi fare e poi fammi sapere. Ma quando mi chiami cerca di avere le idee chiare». Sono passati diversi anni e oggi, pur avendo le idee più chiare, la devo ancora chiamare. In quei giorni sicuramente ero piuttosto confuso e per evitare di essere cercato dormivo da Giovanna. Mai stata fedele Giovanna, né a me né ad altri, che io sappia. Una specie di camaleonte, pensavo allora, una che si adatta a qualsiasi uomo e riesce a prenderne il meglio. Una chiave che apre mille porte, non una in particolare. Un camaleonte, appunto, che si adatta a qualsiasi colore. E in quei giorni non ero di un bel colore, deve essersi sforzata molto. Mi divertiva dirle «Sembri vera». Lei mi guardava male, ma per finta, e chiedeva «Ti piaccio?» «Certo, e parecchio» rispondevo. «Allora sono vera» concludeva. Credo sia stato in una di quelle notti che decisi di andare all’Ufficio di Sicurezza Musicale e licenziarmi. «Così te ne vuoi andare» affermò Paolo Greco quando mi vide entrare. Questa volta chiunque, non solo lui, avrebbe capito le mie intenzioni prima che aprissi bocca. Non avevo il violino con me, tenevo le mani sprofondate nelle tasche e credo proprio che mi si leggesse in faccia il distacco da quel mondo. «Sì, non ce la farei mica a suonare in una situazione come l’ultima volta... forse non ho stomaco... mi spiace». «Dispiace anche a me, ma ti capisco». «Professore... devo farle una domanda personale. Ma mi dica la verità». «Giuro». «Lei ha scritto una bella musica... quando la suona sapendo, sapendo benissimo che, alla fine, chi l’ascolta sarà ucciso... ma come fa? Perché lo fa?» Prese tempo, per una volta forse non aveva previsto la domanda. «Vedi, ogni scelta ha un prezzo» disse dopo un po’. «Ogni musica e ogni azzardo, ogni responsabilità e ogni fuga hanno il loro prezzo. Per quanto mi riguarda, qui posso comporre e suonare la musica che più mi piace e questo mi basta: chi la paga ha il diritto di farne l’uso che crede». «Questo vale anche per la musichetta per i cellulari!» affermai. «Certo» ammise stringendosi nelle spalle «ma quella... quella è di una noia mortale!» Per una volta mi sembrò più piccolo e curvo. E vecchio. Se c’è una cosa che ho imparato dal professor Greco è la capacità di prevenire le domande. Per esempio, so che stai per chiedermi come me la passo adesso e cosa sto facendo. Bene, nessun segreto. Non va male, anzi, sono abbastanza contento. Ho lavorato per un paio d’anni a un progetto di carrello della spesa con dissuasore sonoro, per una catena di supermercati. Certo li avrai visti, sono quelli con attaccato al manico un cartellino celeste con la scritta “Il ritornello del carrello - inside”. Nel caso non li conoscessi, ti spiego: quando vengono portati fuori dal parcheggio del supermercato, questi carrelli iniziano a suonare una musichetta ad alto volume, fastidiosa e discordante. L’unico modo per farli tacere è riportarli all’interno dell’area del supermarket o distruggerli. Funziona, i furti di carrelli si sono azzerati in pochi mesi. Poi, poi... ho appena iniziato a collaborare a un progetto pilota di semaforo musicale, per le città che hanno adottato il sistema di traffico completamente elettrico. Queste città, come sai, sono così silenziose che mettono tristezza. Bene, con i nuovi semafori sonori gli automobilisti distratti potranno ascoltare una bella musichetta rilassante con il verde, che diventa più vivace con il giallo, che si trasforma ancora in una musica dissuasiva con il rosso... È il futuro, dicono. Però, a dirla tutta, qualche volta devo proprio staccare col lavoro, completamente. È allora che passo il tempo a scrivere racconti di fantasia, come questo. Perché, tu mi capisci, scrivere musica per semafori e carrelli... è di una noia mortale.