Paolo Gerbella
Marion
Sapeva che lo avrebbe fatto. Quella sera stessa. La sola cosa di cui avrebbe avuto bisogno era la pazienza. Ma di quella abbondava. Già da quando, bambina, era stata data a balia presso parenti alla lontana. Gente fin troppo timorata per poter essere pure simpatica. Quando aveva fame piangeva e piangeva prima di andare a letto. Per il resto non le mancava nulla. Erano abbastanza ricchi e autosufficienti per potersi evitare fatiche e lotte per il quotidiano. Lui, Jess, faceva il guardiano della Chiesa Battista del paese. Lei, Milly, si occupava della casa e delle opere meritorie della comunità. Il Pastore della Chiesa era molto generoso con loro e non faceva mai mancare cibi freschi e prodotti dell’orto. Loro, in cambio, vivevano in assoluta dedizione. Avevano anche un figlio, Josh. Suonava la viola in chiesa la domenica, nonostante i suoi sette anni. Milly era una zia di sua madre. Quando sua madre si cacciò in quel guaio brutto, fu la sola che il tribunale riuscì a scovare all’interno di una famiglia scompaginata. La salute e il troppo alcool avevano portato via velocemente i nonni. Sua madre rimase troppo sola a un’età, diciott’anni, troppo adulta per poterla considerare una bambina da aiutare. Qui non ti aiuta nessuno se sei maggiorenne e hai ancora gambe e braccia attaccate al corpo. Puoi solo essere artefice del tuo destino. E sua madre, Linda, con i suoi bei capelli biondi e il suo corpo scolpito, il suo destino lo aveva individuato tra ventre e cosce. Solo lì, tutto riusciva maledettamente semplice. Perfino avere la considerazione di chi avrebbe voluto sbatterti fuori di casa perché morosa. O di chi, con la scusa dei debiti lasciati da una madre alcolista, ti consentiva un po’ di dilazione e non ti faceva mancare il cibo. Chiunque abbassava la guardia e il tono delle minacce. E in fondo era una via abbastanza semplice da seguire, perfino piacevole, tutto sommato. Del resto, i pochi amici e compagni che frequentava non se la passavano meglio di lei. E il limite delle cose aveva un’asticella abbattuta al suolo. Ignoranza e superficialità facevano il resto. Per questo, ritrovarsi incinta e non capire di cosa si trattasse fu un tutt’uno. Come fu un attimo salire sulla Pontiak blu dello straniero giunto in paese per finire la corsa e la vita in fondo al torrente, troppo in piena da confondersi con l’asfalto e nell’oblio della cannabis che avevano in corpo. Un giudice pietoso scovò Milly e la sua famiglia, giusto in tempo per concedere una chance a una bimba di due anni, che sapeva solo sorridere. Anni trascorsi tra sermoni, preghiere sommesse e continui avventori che bussavano alla porta di casa per avere un aiuto, una parola di conforto. Milly e Jess sembrava avessero sempre gli stessi abiti addosso da quanto la loro monotonia pareva non volesse mai uscire dai propri binari. Come un treno e un macchinista uniti all’infinito sulla stessa tratta. Il figlio, Josh, suonava la viola e cambiava la voce ogni giorno. Aumentava la sua altezza e stava in disparte. Tranne la domenica in Chiesa, dove dava sfoggio della sua perizia musicale. Ma parlava poco e niente. Lei, intanto, cresceva, con i suoi sorrisi come solo capitale e una grazia nei movimenti che disarmavano chiunque si facesse incontro. Milly era la sola che la degnava di qualcosa in più di uno sguardo compatito. A modo suo, quella innata vocazione all’opera pia la portava a essere scientemente attenta ai bisogni di questa bambina che ancora non sapeva se definire figlia, nipote o che cosa. Era comunque lì e questo era già un fatto. A tredici anni, era una ragazza già formata. Josh, ormai ventenne, ogni tanto le concedeva sguardi differenti dai soliti. Sguardi che lei non comprendeva fino in fondo ma che la lasciavano incuriosita, come si trattasse di qualcosa d’acquisito dentro sé, ma non ancora del tutto manifesto nella sostanza. Frequentava anch’essa la chiesa e il suo sorriso continuava a seminare serenità nella comunità. Milly ogni tanto l’ammoniva ad essere più modesta nelle movenze, a non dare l’impressione di essere superficiale. E a pregare. A pregare, che il Signore avrebbe ascoltato le sue preghiere. Jess le parlava con un certo distacco, ma, almeno da un po’ di tempo, parlava con lei. Solo Josh rimaneva nel suo mutismo, nella sua distaccata appartenenza a questo mondo. Sembrava fosse la viola la sola cosa che importava. Aveva amici, coetanei, grazie al cielo, che frequentava a scuola, nella chiesa. Aveva la possibilità di guardare il mondo dal primo piano. Ed era la prima volta nella sua dinastia. Poteva essere, cercare, capire, parlare. Poteva provare e sbagliare. Poteva correre e fermarsi a rifiatare. E tutto senza sentirsi inseguita da predatori, fisici o mentali. La scuola, tutte quelle cose che accadevano, le storie che si raccontavano, erano più che un dovere da compiere. Ci stava bene a scuola. E imparava facilmente, assetata com’era di novità e di colore. Quel colore che a casa le risultava perennemente sbiadito e pallido. Non capiva questa differenza. Non capiva perché ci si dovesse sentire in colpa. Fino al giorno in cui, un compagno di scuola, uno di quelli che pensano di saperne sempre di più, durante un momento qualunque, non si mise ad allungare le mani sulle sue gambe, scoperte sotto una leggera gonna di cotone, a sfiorarle il seno, che nel frattempo si era fatto appuntito e credibile. Restò bloccata. Le vennero in mente le ammonizioni di Milly. Le vennero in mente tutti i canti e i salmi recitati la domenica. Le venne uno strano brivido lungo la schiena che non sapeva capire. Le venne da spostare quelle mani invadenti. E le venne da gridare. Lui si fermò. La guardò con uno sguardo scostante come di chi ha sempre conosciuto tutto di lei e con voce sprezzante le ghignò sul viso: «Dai, non succede niente...» Il suo braccio partì da solo e le dita racchiuse in un pugno si arrestarono sulla tempia del ragazzo, che barcollando si allontanò ridendo. Si sentì morire. E al tempo stesso come gratificata. Comunque qualcuno stava avendo per lei un’attenzione. Era come un certificato d’esistenza, un’esistenza della quale cominciava a percepire i risvolti più intimi; come essere una persona unica, indipendente e padrona del proprio destino. Allora decise che l’avrebbe fatto. Avrebbe svoltato. Era venuto il momento, quello che dentro sé sentiva come prima pietra della sua edificazione morale. Avrebbe avuto la sua strada, il suo nome, il suo indirizzo del cuore. E sarebbe stato il suo ruolo nella vita. A cominciare dal nome, che il tribunale, affidandola, aveva cambiato in un poco fantasioso Losty. Voleva il suo nome, la sua identità, la sua storia per quanto sconveniente essa fosse. Ci sarebbe voluta tanta pazienza, tanta costanza. Cominciò la sera stessa, provò a parlarne con Milly che però si chiuse in un silenzio che sapeva di peccato da espiare. Provò con Jess, che nemmeno le rispose, dicendole soltanto che aveva da preparare la Chiesa per il giorno dopo. «Tua madre faceva la puttana ed è morta in un incidente. Se speri di saperne di più da questi due, sei fuori strada». La voce e le parole di Josh, dal fondo della stanza, le rimbalzarono addosso come pietre. Lui nemmeno si scompose. Nemmeno Milly. Nemmeno Jess. Tutti avevano troppo un ruolo da difendere per potersi indignare o scomporre. Non disse nulla. Restò ancora un attimo ferma al centro della stanza. In una situazione paradossale, dove ciascuno sembrava fosse già proiettato altrove, Jess alla sua Chiesa, Milly alla sua dedizione, Josh alla sua tristezza. Non disse nulla. Prese i suoi diciott’anni, i suoi capelli biondi, il suo sorriso e uscì dalla stanza. «Ti chiami Marion» le gridò da lontano Josh, allontanandosi a sua volta con la viola tra le mani. Pioveva, il torrente era ingrossato da non capire la differenza con l’asfalto grigio. Passò una Pontiak blu che si fermò e il conducente le chiese se voleva salire. Lei restò sotto la pioggia, immobile, seduta sulla sua valigia rigida, lo sguardo altrove sotto i capelli bagnati. Poi si alzò e si sedette sul sedile a fianco del conducente, che si presentò: «Ciao, mi chiamo Lenny. Dove stai andando con questa pioggia?» «Io sono Marion. Da nessuna parte. Ma lontano da qui. Mi dai un passaggio?»