Francesco Dimitri

La festa (I)

 

I

Seduto in biblioteca, Angelo Ombrafiorita ricordava il passato. Enrico: erano ragazzini insieme, loro quattro, i fratelli, e poi lui, il quinto, quello in più. Non che lo trattassero male, ma non era uno di loro. Nessuno aveva mai conosciuto sua madre: «È una storia vecchia» diceva papà, prima di cambiare discorso. Tutti gli volevano bene, perfino mamma, che lo cresceva come se fosse figlio suo, eppure lui non era proprio un fratello, e questo cambiava tutto. Era partito per la sua strada appena aveva potuto. La strada che lo avrebbe portato a un solido impiego di geologo, un lavoro ai cantieri della nuova metropolitana romana. Tra tutti gli Ombrafiorita, era il solo ad avere qualche soldo in tasca. E nel momento del bisogno era tornato. Il momento del bisogno. Angelo bevve un sorso di thè. Avrebbe preferito del Porto (sarebbe stato un sacco scenografico, sorseggiare Porto in mezzo alla sconfinata biblioteca Ombrafiorita), ma non potevano permetterselo. Si stanno addensando le nubi. Nubi pesanti. Fino a poco prima Angelo pensava che se ne fossero accorti solo lui e Veronica. Non si trattava di una sensazione precisa, ma di un presentimento, come un’ombra del futuro – e la sua famiglia sapeva che alle ombre bisogna dare ascolto. Enrico era arrivato a casa su indicazione della nonna, che gli era comparsa in sogno. Quindi i presentimenti erano giusti. Era arrivato portandosi dietro quel McFarland, orrido nano ubriacone e molesto. La stessa sera era arrivato qualcun altro. Zio Osvaldo. Angelo era piccolo quando lo zio dovette cambiar aria. Aveva ricordi vaghi di lui, tutti molto divertenti. Zio Osvaldo che gli tendeva agguati dietro le tende. Zio Osvaldo che prendeva Evelyn a cavalcioni sul collo e correva in giardino. Cose così. Ma a quei tempi lo zio non andava in giro vestito soltanto di un perizoma, non aveva delle teste rimpicciolite e mummificate attorno al collo («sono vere?» aveva chiesto Alex. «Nella giungla quelle finte non le trovi» aveva risposto lo zio), non aveva i denti limati a triangolo, e non aveva il volto interamente ricoperto da tatuaggi. Angelo non ha mai saputo di preciso perché lo zio se ne fosse andato. Aveva fatto qualcosa di molto sbagliato a dei maghi molto potenti, e, quando la cosa era venuta a galla, lui se l’era data a gambe assieme al suo migliore amico, un francese di nome Gèrard. Angelo sospettava che gli affari dello zio non fossero precisamente puliti. «È un creativo» aveva detto una volta papà, e in effetti zio Osvaldo aveva a lungo creato soldi in cantina1. Un gigantesco orologio a pendolo, di legno scolpito in forme diaboliche, batté le tre del mattino. Angelo bevve un ultimo sorso di thè, si alzò, si stirò i muscoli. Meglio andare a dormire. Domani sarà una giornata importante. Domani gli Ombrafiorita tornano in società.

 

II

«Mi stringe sul culo» si lamentò Evelyn. «È sexy» disse Alex. «Non dire certe cose di tua sorella» lo rimproverò Angelo. «Ma io ed Evelyn siamo sexy», disse Veronica. «E, sorellina, il costume va bene così com’è». «Posssho toccarti il culo?» chiese McFarland. «McFarland!» disse Enrico Maria Onofrio R. «Bada che ti lascio senza whisky». «Non potresti lasciare noi senza nano?» brontolò Alex. «Nipoti miei», disse zio Osvaldo. «Piantatela». Cinque bocche Ombrafiorita, più quella di McFarland, si azzittirono. Zio Osvaldo non era né grande né massiccio, anzi, era secco come un chiodo, ma tra perizoma, teste essiccate e pelle bruciata dal sole, faceva un certo effetto. Roteò lo sguardo su di loro. I quattro fratelli indossavano costumi da cattivi degli X-Men: Magneto, Lady Deathstrike, Toad e Mystica. Le due ragazze erano dannatamente poco vestite, ma se a loro andava bene, chi era lui per giudicare? Non c’era stato il tempo di preparare un costume per Enrico, e comunque lui aveva preferito evitare. «Me ne sto a casa con McFarland, aveva detto, questa roba mondana non fa per me». «Quella di stasera» disse zio Osvaldo «è una festa raffinata. Mi aspetto che vi comportiate di conseguenza». «Io sono raffinatissimo» disse Alex. «No, non lo sei, ma fingi bene. Cosa ti ho insegnato da piccolo?» «A creare bolle d’aria attorno alla testa della gente». «No, l’altra cosa». «A far sparire i cucchiaini nelle maniche» «Ecco, quello. Non c’è più argenteria, in questa casa». «Zio» disse Veronica, «non ruberemo cucchiaini per te». Zio Osvaldo si batté una mano sul petto. «Non per me, ma per la gloria della famiglia!» «Vuoi fare la gloria con i cucchiaini?» chiese Alex. «Da qualche parte bisogna cominciare». «Il furto è un reato» protestò Angelo. «E anche un peccato, zio. Non voglio mettere in questione la tua autorità, ma vi è un’Autorità superiore, cui tutti dobbiamo...» «Quanta zuppa di rape» lo interruppe zio Osvaldo «hai ancora voglia di mangiare?» Angelo ci pensò un attimo. Poi scosse la testa, rattristato e commosso. «Non è da punire» disse «la mano di colui che sbaglia per un bene maggiore». «Bravo, tu non punirla. Usala per i cucchiaini. E, nipoti, un’altra cosa. Io non ci sono per nessuno». «Al telefono?», chiese Evelyn, la cui logica era sempre molto concreta. «In generale», precisò zio Osvaldo. «Non dite a nessuno che io sono qui. Se anche qualcuno ve lo chiede, tipo, “ma zietto come se la passa?” voi zitti, mi raccomando». «Vuoi essere l’elemento di sorpresa nella lotta ai nemici?» chiese Angelo. «Certo, certo». «E vuole evitare che i suoi, di nemici, sappiano che è in giro» sottolineò Veronica. «Quanta diffidenza! I nemici di uno, sono quelli di tutta la famiglia». «Macché» disse Alex. «Se qualcuno viene a cercarti, io ti consegno». Veronica sapeva che il fratello scherzava (non avrebbe mai fatto una cosa del genere, se non altro perché preferiva menare le mani), ma anche lei avrebbe preferito che i nemici di zio Osvaldo rimanessero, come dire, suoi e basta. «C’è altro?» chiese. «Sì, nipoti: tenete gli occhi aperti. Non abbassate la guardia. C’è qualcosa in arrivo, ricordatelo». «È solo una festa» disse Alex. «Lo dissero anche i Sabini quando i romani gli fregarono le donne. Occhio, nipoti. Se gli Ombrafiorita ricominciano a farsi vedere in giro, molti altri non tarderanno». Veronica lanciò uno sguardo implorante a McFarland, che le passò la bottiglia di rhum che stringeva in mano. Bevve un lungo sorso.

 

III

«Voi sareste...?» chiese il maggiordomo. Aveva minimo trent’anni meno di Aristide, ed era comunque anziano. Bloccava l’accesso a villa Bellavista: molto più piccola di Villa Ombrafiorita2, era tenuta decisamente meglio. Per dire, niente ragnatele, né buchi nel tetto (o nei muri), e il giardino enorme che la circondava somigliava appunto a un giardino, non a una foresta infestata3. «Noi» disse Angelo, che aveva preparato la scena a lungo, «siamo gli Ombrafiorita». Il maggiordomo alzò un sopracciglio, scettico. Quando Angelo gli mostrò l’invito, fu tentato di chiedere i documenti, ma dopotutto non erano affari suoi. Li fece passare, concedendosi un’occhiata ai corpi sinuosi delle due ragazze. Se solo avesse avuto trent’anni di meno, avrebbe... «Non pensarci, vecchio porco» gli disse una voce femminile nella testa. La ragazza (poco) vestita di blu si girò e gli lanciò un occhiolino. Il maggiordomo rimase interdetto per un attimo, poi tornò al lavoro. Forse era tempo di andare in pensione. Gli Ombrafiorita entrarono trionfalmente in sala, una grande stanza dai pavimenti in marmo, con una scalinata in fondo che portava al piano superiore. Gli Ombrafiorita entrarono, e tutti tacquero. Dame settecentesche, cicisbei, eleganti vampiri, Fantasmi dell’Opera: c’era di tutto, ma i personaggi dei fumetti mancavano. Fino a quel momento. «Forse» disse telepaticamente Veronica, «potevamo avere un’idea migliore». «Ma no» la rassicurò Alex, «ti stanno solo guardando le tette». «Saranno amici della ragazzina» disse qualcuno. Come d’incanto il silenzio si spezzò, e gli ospiti ricominciarono a chiacchierare. «Questa festa sembra una pizza» commentò Alex. «Vado a cercare qualcuno di interessante». «Cari, carissimi Ombrafiorita!» disse una voce. Apparteneva a una donna magra, vestita da Pierrot, o meglio, da come si sarebbe vestito Pierrot se si fosse fatto fare gli abiti da Valentino. «Buonasera» salutò Angelo, maestro di etichetta. «Immagino che lei sia la padrona di casa». La donna gli allungò una mano, che Angelo baciò. Sarebbe anche sembrato elegante, se non fosse stato agghindato come un mutante con i poteri di una rana. «La contessa Gelida Deriva Bellavista» si presentò la donna, «in persona». «Il suo abito è un incanto, se posso permettermi». Alex sbuffò. Faceva complimenti solo alle donne under 30 (meglio ancora se under 25). Era una specie di Sacro Principio. «Anche i vostri» disse la contessa «sono deliziosi. Originali e chic, ma falsamente trasandati, senza ostentazione». Falsamente trasandati? comunicò agli altri Veronica. Io questa la ammazzo. Ti aiuto si offrì Alex. A me sta simpatica concesse Evelyn. Però se ti ha fatto qualcosa... Basta! supplicò Angelo. Potreste non ammazzare nessuno, per una sera? Vedremo disse Alex «Mia madre» disse la donna «era molto amica dei vostri nonni». «Che bello», disse Alex. «Stasera mi sembrava una buona occasione per riallacciare i rapporti. È un peccato perdersi di vista». «Mai perdersi di vista» annuì Evelyn, ripensando a quando aveva perso di vista (in modo piuttosto definitivo) un suo ex in una Profonda Dimensione Infernale. «Ora vogliate scusarmi» disse la Contessa «ma devo aiutare mia figlia con gli ultimi ritocchi». «La scusiamo» disse Alex. «Ma prima mi dica: dov’è che si mangia?» Angelo gli scoccò un’occhiataccia, ma la contessa rise. «Guarda dove si ammassa la gente e lo capirai». Alex fece un mezzo sorriso, pensando che quella tipa non era poi tanto male. Appena lei ebbe girato le spalle, lui si fiondò sul cibo, portandosi dietro i suoi fratelli. Si fecero largo tra la folla con tutto il garbo che i costumi da nemici degli X-Men consentivano, e finalmente raggiunsero il tavolo del buffet. Insalata di pesce. Tartine. Formaggi esotici. Vino. Tanto vino. Gli Ombrafiorita mangiarono felici, e poi mangiarono ancora.

 

IV

Nel frattempo zio Osvaldo curava il giardino. Dopo aver trascorso dieci anni nelle più profonde foreste dell’Africa, era diventato alquanto claustrofobico: non aveva nessuna intenzione di dormire in casa. Con bastoni, zolle di terra e canne si era costruito una piccola capanna, e aveva sistemato due amache, una dentro (per quando pioveva) e una fuori (per quando era bello). Tutto intorno aveva seminato certe cose che si era portato appresso dall’Africa, roba che gli sciamani locali trovavano molto utile. Funghi, soprattutto, funghi colorati dai mistici poteri. La sua iniziazione da sciamano era ormai lontana, ma i suoi doveri restavano quelli. I funghi aiutavano. Tra l’altro, vendendoli ai tipi di San Lorenzo ci avrebbe tirato su qualche soldo – magari abbastanza per sistemare l’acqua calda almeno in una delle docce. Quindi, mentre i nipotini si dedicavano alle danze, lui si dava al giardinaggio. «Ti diverti, zio?» disse la voce di Enrico. Sorridente e tranquillo, passeggiava verso di lui con le mani in tasca. «Abbastanza. E il nano?» «È collassato in cucina. Aristide sta pulendo il vomito». «Che schifo». «Sapessi quante volte l’ho fatto io». La luce della luna rischiarava la notte, rendendo la scura sagoma della casa ancor più imponente. «Tu sai perché siamo qui?» chiese Enrico. Estrasse di tasca una palletta di fumo e una cartina, e iniziò a lavorarsi una canna. Zio Osvaldo lasciò perdere il giardinaggio. «La famiglia deve riunirsi» disse. «Almeno i parenti stretti. Nonna non ti ha detto niente?» «Niente dettagli. Tu ne sai qualcosa?» Lo zietto scosse la testa. «Ho sognato la casa distrutta. E ho sognato i vostri corpi morti. Ho sognato un gruppo di donne bellissime che danzavano sulle macerie. E c’era qualcuno che le comandava, ma lui non l’ho visto, lui era oltre». «In che senso oltre?» «Oltre. Non era pane per i miei denti, neanche in sogno». «Ma qual è il suo obiettivo?» «Conosco il nostro». «E cioè?» «Sopravvivere».

 

V

La contessina Giada Maria Bellavista indossava un abito che costava più dei pasti consumati dagli Ombrafiorita in un anno intero. «O forse due» commentò Evelyn. Ad appena sedici anni, Giada aveva ereditato dalla madre bellezza e portamento. Il conte Adolfo, vestito da generale dell’esercito prussiano, applaudiva commosso mentre la figlia scendeva le scale, ammirata da almeno un centinaio di persone. «Bella gnocca» disse Alex, con la bocca piena. La mano destra stringeva un’improbabile quantità di tartine, quella sinistra un calice di vino rosso colmo fino all’orlo. «Vero» confermò Veronica. «L’hanno assemblata bene, la contessina». Anche lei aveva un bicchiere di vino. Era soltanto il quinto della serata, ma c’era tempo. Angelo finalmente poteva fare la scena che aveva in mente da tanto, e cioè roteare pensieroso un calice pieno di vino rosso, quindi roteava pensieroso un calice pieno di vino rosso. Evelyn mangiava e basta, infischiandosene sia del vino che della contessina. “Meglio far scorta quando si può” era il suo motto, e infatti era parecchio più in salute dei fratelli. Veronica distolse gli occhi dalla contessina per guardarsi intorno. Bella, va bene, però ci metteva secoli a scendere quella scala. Notò un uomo, poco distante. La stava fissando. Quando si accorse che anche lei lo guardava, le sorrise. Indossava un impeccabile completo nero e il volto era schiarito dal cerone: un conte Dracula alto, elegante e molto figo. L’uomo le si avvicinò, Veronica non fece nulla per dissuaderlo. «La festa la diverte?» chiese l’uomo. «A me no» si lamentò Alex, che non era stato interpellato. «Troppe vecchie». Angelo avrebbe voluto colpirlo con una gomitata, ma stava roteando il bicchiere di vino. Lo sconosciuto ridacchiò. «Per fortuna» disse, rivolto a Veronica «ci sono anche invitati gradevoli». Le tese la mano in un gesto franco, distante anni luce dalle svenevolezze viste fino a quel momento. «Il mio nome è Bruno Reich». «Veronica Ombrafiorita» disse lei, stringendogliela. Evelyn, tutta contenta perché la sorella aveva rimorchiato, continuò a mangiare. Veronica, incuriosita, allungò la mente verso quella del suo nuovo amico. Niente. Quel tipo era schermato per bene. Con un po’ di sforzo sarebbe riuscita a entrare, ma evitò di farlo. Meglio starsene buoni, magari era solo un maghetto da due soldi. «Conosco la tua famiglia» disse Reich. «Qua ci conoscono tutti» disse Alex. «Il nostro è un nome noto» si vantò Angelo. «Io ero in... rapporti con i vostri nonni». «Rapporti di che tipo?» chiese Evelyn, dopo aver deglutito. Reich aprì la bocca per rispondere, ma in quel momento la musica (un valzer) si fermò, e con un battito di mani la contessa Gelida Deriva Bellavista attirò l’attenzione su di sé. «Signori, signore» disse. «Ora che mia figlia è tra voi, la festa ha raggiunto il suo culmine. Questa è la notte di Halloween, come ben sapete. Quindi, attenti ai mostri». Qualche risata dal pubblico. Evelyn si guardò intorno. «Mostri?» «Era figurato» la tranquillizzò Veronica. «Spero che le danze siano di vostro gradimento, come anche il cibo e il vino. Sapete com’è, trovare un catering decente, di questi tempi, è un vero incubo, altro che Halloween». Parecchie persone risero. «Che è il catering?» chiese Evelyn. «Un vino della California» rispose Alex, con aria saputa. «Per l’ingresso in società di nostra figlia» continuò la Contessa, «volevamo solo il meglio, e voi, amici miei, siete il meglio. Senza retorica, diciamocelo: che cosa sarebbe il mondo, senza una classe dirigente degna di questo nome?» «Stronza» mormorò Evelyn. Angelo roteò il bicchiere. «Considerata la natura speciale di questa notte» diceva intanto la Contessa «abbiamo invitato anche un ospite speciale. Sapete, uno che tutti dovremo conoscere, in un tempo lontano. Abbiamo invitato la Morte in persona». Risate in sala. «Peccato che non sia venuta. In ogni caso, il suo nome è sull’elenco. Tra l’altro...» Un urlo la interruppe. Gli occhi di tutti si spostarono verso una delle porte sulla destra, quella che dava verso i bagni. Una donna l’aveva spalancata. Era vestita da ballerina di can-can e aveva gli occhi e le guance arrossate. Il resto del corpo era ricoperto di sangue. Al suo passaggio la gente si allontanava, per non sporcarsi. «Sergio...» urlava la donna. «Sergio!» E cadde giù. Angelo si precipitò verso di lei. «Arriva il buon samaritano» disse Alex. «Sciocchi» mormorò tra i denti Reich. Veronica lo guardò. Aveva gli occhi fissi sulla scena, con una luce di rabbia che gli brillava in fondo. Una rabbia che incuteva timore. «Chi è sciocco?» gli chiese. «I Bellavista. Tutti sanno che non bisogna mai invitare la Morte in casa». «Giocavano». «Non importa, Veronica. Lei risponde sempre. Ora siamo suoi».

 

Continua...!

 

1 La falsificazione di cartamoneta era una nobile tradizione degli Ombrafiorita. Si dice che agli inizi del XX secolo Miranda Lunghegambe Ombrafiorita, una parente italosvizzera, avesse inondato il Canton Ticino di valuta contraffatta magicamente, che scompariva dal portafogli poche ore dopo esser stata incassata. Lo zio amava le cose fatte in casa, e quindi contraffaceva con tornio e stampante. E un pizzico di Belladonna, tanto per gradire.

 

2 Anche perché era soltanto tridimensionale, mentre le dimensioni in cui si espandeva Villa Ombrafiorita erano difficili da quantificare. Il bisnonno Ermanno Spingarda Ombrafiorita ne contò novantatrè prima di annoiarsi e dedicarsi all’entomologia, il suo altro hobby.

 

3 Il giardino degli Ombrafiorita non era una foresta, in compenso infestato lo era davvero. Per la precisione era infestato da centinaia di insetti mutanti (i discendenti degli esperimenti di Ermanno Spingarda Ombrafiorita), un sacco di blatte normali, e un congruo numero di spettri, elementali e dei numerosi Cuccioli Tremendi di Trikkh’th’trkr, una creatura orribile che gli Ombrafiorita combatterono nel 1567, sconfiggendola quasi. Quasi.