Carlo Simonelli

Divers

 

Il primo caso documentato risale all’11 novembre dell’anno scorso, alle Canarie. C’erano due tizi che stavano vuotando i cassonetti della spazzatura, non mi ricordo come si chiamassero. Sul giornale dovrebbe esserci scritto e da qualche parte io ne ho una copia, ma adesso non ho voglia di andare a cercarla: diciamo che si chiamavano Carlos e Miguel. Insomma, Carlos e Miguel facevano il giro con il camion della spazzatura e vuotavano i cassonetti. Più o meno a metà mattina, arrivano su questa strada che attraversa una piantagione di banane. Il grigio dell’asfalto davanti, il verde delle piante ai lati, l’azzurro del cielo e il blu intenso dell’Oceano a completare il paesaggio. E i cassonetti. Carlos ferma il camion vicino a una piazzola e aspetta che Miguel scenda per azionare il braccio di sollevamento, ma Miguel non scende: resta seduto al suo posto e osserva incuriosito il cielo. Carlos gli dice di scendere, qualcosa tipo: Andale, Miguel, ma Miguel sembra non sentirlo nemmeno. È lì, seduto sul suo sedile e sta osservando il cielo. «Mira...» dice Miguel. Carlos segue con lo sguardo l’indice di Miguel, e lo vede. «Coño!» dice Carlos. Un uomo sta cadendo giù dal cielo, dritto in direzione del loro camion. Anzi, no: sta calando giù dal cielo. Lentamente. Carlos guarda il cielo sopra la testa dell’uomo, cerca il paracadute, ma non lo vede. Ci dev’essere un paracadute, sta scendendo troppo lentamente. Ma Carlos non lo vede. L’uomo si avvicina sempre di più, pochi secondi ancora e gli finirà addosso. Il motore del camion è ancora acceso, basterebbe innestare la marcia, fare pochi metri in avanti, o indietro... Rimangono lì. L’uomo è sempre più vicino, Carlos vede le maniche della sua camicia sbattere al vento. Vede la suola delle sue scarpe, vede lo scuro dei suoi capelli, vede che porta le bretelle e, come ultima cosa, vede l’orecchino d’oro che ha sul lobo dell’orecchio. Non li ha colpiti. È atterrato a fianco allo sportello del guidatore, incolume. L’uomo si guarda intorno come se non riuscisse a capire dove si trovi, poi alza gli occhi verso Carlos e gli chiede una birra. Che Sheetharaman Narayanan sia stato il primo caso accertato di diver, lo si capì soltanto in seguito, sul momento non gli credettero. I due spazzini furono sospesi dal servizio e Narayanan finì in cella a San Miguel de la Palma. Per fortuna, qualche giorno dopo, arrivò Sandra Alves. Successe a Tábor, un paese a un centinaio di chilometri da Praga. Era domenica mattina e due squadre locali stavano giocando una partita di pallone. Uno degli spettatori stava facendo delle riprese con la sua telecamera. Il filmato è stato trasmesso da tutti i telegiornali. Ventiduesimo minuto del secondo tempo, zoomata sul centravanti della squadra di casa che sta per battere una punizione, poi l’immagine ha un sobbalzo (il figlio dell’operatore che lo scuote per una spalla) e dopo un secondo di incertezza, l’obiettivo inquadra il grigio uniforme del cielo, sul quale si distingue chiaramente un puntino colorato. Mentre il segnatempo in basso nell’inquadratura mostra lo scorrere dei secondi, il puntino si fa sempre più grande fino a quando è chiaro che si tratta di una donna. Indossa un golf a collo alto e una gonna a disegni floreali che svolazza allegramente, scoprendole le cosce. Anche lei scende più lentamente di quanto faccia di solito un corpo in caduta libera e la telecamera non fatica a seguire la sua traiettoria. L’operatore cerca di zoomare ancora, ma sbaglia pulsante e l’inquadratura, invece di soddisfare i nostri appetiti vojeuristici, si allarga, mostrando i giocatori delle due squadre immobili, lo sguardo fisso verso il cielo. Di nuovo una zoomata in avanti, e un bel primo piano delle gambe di Sandra, che rimangono l’unico motivo di interesse del filmato fino al momento dell’atterraggio, al centro del campo di gioco. Con una prontezza di riflessi inaspettata, l’operatore allarga l’inquadratura, mostrando i giocatori che, lentamente le si fanno intorno e l’arbitro, incredulo, che le tocca cautamente una spalla. Poi, anche lei chiede una birra. Due poliziotti che erano fra il pubblico entrano in campo e cominciano a farle delle domande, prima in ceco, poi in un inglese stentato: “Who are you?”, “Where you from?”, “How you fly?”, cose così, ma Sandra, com’è successo a Narayanan prima di lei, fino a che non le danno una birra, non ricorda nemmeno quale sia il suo nome. Dopo aver bevuto, di colpo recupera la memoria, anche se non sa spiegare come sia finita lì. L’ultima cosa che ricorda è che era a casa sua, in cucina, e stava vuotando la lavastoviglie. Quando le chiedono dove abita, lei risponde: «Seattle». Nelle ventiquattro ore successive, il filmato delle cosce di Sandra fece il giro del mondo. Quando arrivò in Spagna, Carlos e Miguel, riabilitati, ripresero servizio e Narayanan fu scarcerato; nel frattempo, cominciarono a fiorire le teorie. Analisti della cia, televangelisti, professori di fisica, pensionati: tutti avevano una loro spiegazione “logica” per il fenomeno e tutti, o quasi tutti, ebbero modo di illustrarla al mondo in un’intervista, in un articolo di fondo o su un sito Web. Inizialmente non si sapeva come chiamarli, poi un blog utilizzò il termine slow divers e quella divenne de facto la definizione canonica, spesso abbreviata in: divers. Il terzo diver fu Scott Cohen, che rese memorabile una giornata di mercato a Iskenderun, in Turchia, poi vennero Marc Pawliger (Tijuana), Stephanie Schaefer (Orléans), John Penn II (Pretoria), Todor Georgiev (Darwin), Vinod Kandrot (Bergen), Karen Gautier (Nakatsugawa), Tai Luxon e Gwin Weisberg (Tel-Aviv). Per tutti la dinamica fu la stessa: lenta discesa verso terra, amnesia al momento dell’arrivo, richiesta di una birra e recupero della memoria dopo aver bevuto. Nessun diver è mai stato visto scomparire, alla “partenza”, ma a Georgiev successe mentre era in ascensore, pochi secondi dopo l’arrivo in ufficio, e così – basandosi sul suo orario di ingresso – si poté calcolare quanto era durato il viaggio. Considerando i fusi orari, un po’ meno di cinque minuti, per arrivare da Bruxelles in Australia. A mano a mano che la casistica si ampliava, le teorie cominciarono a rivelarsi errate. I primi a venir smentiti furono i televangelisti: va bene che le vie del Signore sono imperscrutabili, ma perché mai Dio dovrebbe voler spostare le persone da una parte all’altra del globo? E, soprattutto, perché dovrebbe privarli della memoria fino a che non hanno bevuto una birra? No, era chiaro che Dio non c’entrasse e, d’altro canto, la distanza fra i diversi luoghi di “prelievo” rendeva poco credibile l’ipotesi che si trattasse del test segreto di un sistema di teletrasporto. I fenomeni naturali erano esclusi a priori, a meno di non voler rivedere buona parte delle leggi della fisica, e così pure le forme allucinatorie: Tábor e molte altre prove incontestabili erano lì a dimostrarlo. L’ufb-ip, il protocollo internazionale per la verifica dei casi di ufb (l’infelice acronimo di Unidentified Flying Beings, il termine con cui ci si riferisce in ambito militare ai divers), è stato studiato appositamente per scremare le numerose segnalazioni fasulle che arrivano ogni giorno alle forze dell’ordine e ai mezzi di informazione. Grazie all’ufb-ip, i mitomani che hanno tentato il colpaccio sono stati tutti smascherati, compreso, ultimamente, Michael Scarafone che però non era un mitomane, ma solo un marito infedele, beccato alle Barbados con l’amante quando invece sarebbe dovuto essere a Miami, a un convegno sulle otturazioni dentarie. Sul fronte opposto, ci fu chi cercò di dimostrare che il fenomeno dei divers fosse potenzialmente molto pericoloso. Certo, i casi noti si erano tutti conclusi felicemente (Narayanan ha scritto un libro, Sandra Alves è tornata insieme al suo ex-marito, Scott Cohen passa da un talk-show all’altro e così via), ma chi ci assicurava che fosse sempre andata bene? Il portavoce di questa tendenza fu Tom Pinkerton. Nel suo libro Dive hard, sostenne che siamo tutti candidati al diving e che le probabilità che il “tuffo” vada a finire male sono piuttosto alte. Quante, fra le centinaia di persone che scompaiono ogni giorno, sono in realtà dei diver che non ce l’hanno fatta? Pochi metri più in là, e Narayanan sarebbe finito nell’Oceano; a fianco del campo di calcio dov’è atterrata Sandra Alves c’è una strada molto trafficata... Cosa succederebbe se un diver africano atterrasse nel bel mezzo di un convegno del Ku-Klux-Klan? Gliela offrirebbero, una birra? Pinkerton elencò almeno una decina di casi che, secondo lui, erano esempi di diver finiti male, ma nessuno di questi resoconti, se lo si sottopone alle verifiche previste dall’ufb-ip, ottiene un grado di attendibilità superiore al 15%. Dopo l’uscita del libro di Pinkerton, una società mise in vendita degli orologi anti-diving, che potevano emettere un segnale radio rilevabile da satellite. L’idea era che non importava dove tu finissi: bastava che attivassi il segnale del tuo orologio e loro sarebbero venuti a prenderti. Garantito. Sul loro sito web c’è una mappa del mondo che mostra i tempi di recupero per le diverse aree del pianeta. In pratica, se finisci nel casinò di Cannes o in piazza San Pietro, puoi star certo che qualcuno arriverà a salvarti entro pochi minuti; se invece dovessi finire in mezzo all’Oceano Pacifico o al Polo Sud, dovrai pazientare “soltanto” ventiquattro ore. Gli orologi anti-diving non se li è comprati quasi nessuno e non solo per l’ingenuità intrinseca del progetto (per ricordarti che hai un trasmettitore al polso, prima, devi trovare una birra). La ragione vera è che l’atteggiamento della maggioranza delle persone, nei confronti del pericolo di un “tuffo” sfortunato, è simile a quello che adottiamo riguardo al rischio di essere sepolti vivi: da un lato sappiamo perfettamente che potrebbe succedere anche a noi, dall’altro siamo convinti che non ci succederà mai. E comunque, i rischi del diving non si limitano all’arrivo. Immaginate di essere a casa, da soli. Avete appena messo un bricco di latte sul fornello che *zap!* una forza sconosciuta vi spedisce di colpo dall’altra parte del mondo. Atterrate, incolumi, nel bel mezzo dell’Oktoberfest, pensate che sia andato tutto bene e invece no, perché, quando tornate a casa, scoprite che è andata a fuoco per colpa del bricco che nessuno ha levato dal fuoco. Per fortuna, a questo genere di conseguenze ha pensato una famosa marca produttrice di birra con una strana forma di sponsorizzazione. Se al vostro arrivo vi fate riprendere o fotografare con uno dei loro prodotti, ripagheranno tutti i danni che possiate aver subito a causa del tuffo. Inoltre, dimostrando un fiuto commerciale decisamente superiore a quello dei produttori degli orologi antidiving, i birrai hanno previsto una ricompensa anche per chi fornisce la birra al povero diver smemorato. Quali che possano essere gli esborsi per le ricompense, la pubblicità e l’incremento delle vendite così ottenuti (ormai, chiunque vada a fare un picnic o in generale acquisti qualcosa da bere all’aperto, fa in modo di comprare almeno una delle loro confezioni di birra) li hanno già ripagati ampiamente. Un’altra strategia messa in atto da coloro che non volevano diventare dei diver consisteva nel non rimanere mai da soli, ma l’unico effetto positivo di questo sistema è stato il rinsaldarsi di alcuni legami familiari e sociali. Infatti, i miei calcoli dimostrano che l’essere da soli o in compagnia non influisce minimamente sulle probabilità di essere coinvolti in un fenomeno di diving. Non è così che funziona, lo posso provare. Dopo mesi che studio il fenomeno, finalmente sono riuscito a definire una teoria che spiega tutto, compresa l’amnesia e la birra. Anzi, sono state proprio l’amnesia e la birra a mettermi sulla strada giusta. Invece di disperdere le mie energie cercando di ricondurre a un fattore comune i diversi luoghi di partenza e di arrivo o la nazionalità dei diver, mi sono concentrato su quello che era certo. Come quando si fa un puzzle: per prima cosa cerchi i pezzi con un lato dritto e crei la cornice. Tutto il resto, sai che dovrà rientrare lì dentro. In questo caso, i dati certi erano solo tre: l’amnesia, la birra e il tempo di percorrenza di Georgiev. Sono bastati. Basandomi sulle mie congetture, ho scritto un software che, se si inseriscono i dati di un soggetto e le coordinate di partenza, calcola il punto di arrivo e il tempo di percorrenza. Ho inserito i dati di tutti i casi di diver finora accertati e, per ciascuno di loro, il programma ha identificato correttamente il punto di arrivo. E, se il punto di arrivo coincide, allora la causa scatenante non può essere che una. Non gli alieni, non un’arma segreta, ma qualcosa di molto più banale. Mia moglie era seduta vicino a me, quando ho avuto la riprova definitiva della correttezza delle mie supposizioni. Quando ho cominciato a urlare di gioia si è spaventata, pensava che fosse un infarto. Piangendo per la commozione, l’ho abbracciata e le ho chiesto di andare a prendere la bottiglia di champagne che misi in frigo quando fu chiaro che mi stavo avvicinando alla soluzione del problema. Dobbiamo festeggiare. Dopo il brindisi trascriverò i miei appunti e li invierò a tutti i redattori di riviste scientifiche con cui sono in contatto. Gli chiederò di smontarla, di trovare l’errore, di dimostrare che mi sbaglio, ma loro non potranno far altro che darmi ragione, perché i miei calcoli sono corretti e completi. Talmente completi che posso dire con certezza quando avverrà il prossimo caso di diving: fra undici giorni, da Dund-Us, in Mongolia, a Tacna, in Perù. C’è anche un altro viaggio, che posso predire, ed è il mio, a Stoccolma, per la prossima cerimonia di consegna dei Nobel. Passerò alla storia. Nei libri di testo, il mio nome sarà associato a quello del più grande di tutti, l'uomo che rivoluzionò le nostre idee sulla Natura, dimostrando che i fenomeni di diving altro non erano che *zap!*