Peppe Jones

Ding!

 

Era lì, ferma. Avrei giurato che fosse una statua, un monumento, qualcosa di inanimato dalle sembianze umane femminili. L’istinto però mi diceva che era una persona vera, una persona vera e perfettamente immobile, coperta da un costume. Ma come faceva? Iniziai a passeggiarle davanti con fare indifferente. Passai una, due, tre volte senza mai guardarla direttamente. La osservavo di sottocchio fingendo di pensare ai cazzi miei. Quando due ragazzi le si fermarono davanti, mi allontanai di alcuni metri e, accostandomi a una grossa colonna, rimasi a osservare la scena. Uno dei due tirò fuori una macchina fotografica e l’altro lanciò una moneta da un euro nel piattino che era davanti ai suoi piedi e la statua, la donna che si fingeva statua, si inchinò per ringraziare. Ci avevo visto giusto. Era una donna in carne e ossa, esile ed elegante, che si guadagnava qualche spicciolo fingendosi un monumento, anzi, voleva somigliare a qualcosa di vagamente egizio, credo, un sarcofago forse? Mi ricordava un’immagine che avevo visto su un’enorme pubblicità, sul muro di un museo. Era brava, cazzo se era brava, mi aveva quasi ingannato. I ragazzi dopo un paio di scatti si allontanarono e per alcuni minuti tornò il silenzio. Stavo per allontanarmi quando lo sentii arrivare: la sua voce risuonava e rimbalzava sul cemento e sulle pareti del corso come fosse dentro un’enorme cantina. «Troia! Sei qui, grandissima troia! E io lo sapevo!» Urlava alla donna-statua. Tutto vestito di nero, tranne la camicia bianca. Gli si era fermato davanti, anzi sotto, considerato che lei era in piedi su un cubo di legno di un metro circa. La guardava con un atteggiamento da mafioso e col dito della mano destra puntato su se stesso continuò: «Uno stronzo così non lo trovi più, ero l’ultimo, perché tu» adesso il dito puntava su di lei «non sei degna di averci a che fare con gli uomini. Sei una cagna che in primavera se ne va in giro sventolando il culo per farsi annusare da tutti i bastardini e bastardoni che trova in giro». Iniziava ad arrivare gente, tutti attratti dalla scena assurda. Un tizio calvo (ma con la coda di cavallo) che urlava a una statua. Nessuno diceva una parola. Restavano lì intorno, fintamente distratti da telefonini, chiacchiere e bambini. Chi guardava come a dire “aspetta che adesso intervengo” e chi fingeva di guardare le vetrine, piene di souvenir ammassati senza un cazzo di gusto. Lei immobile, la faccia invisibile sotto la maschera egizia. La immaginavo paralizzata, forse da paura e imbarazzo, in quel costume dorato. Lui intanto continuava a muovere la testa a destra a sinistra con la coda che come uno scopino gli spazzolava la forfora che vedevo venire giù come neve. «Allora? Non parli eh, grandissima stronza? E già, che avresti da dire poi? Le puttane mica parlano, fanno le puttane e zitte! Basta pagarle, no?» Una mossa rapida: abbassa la testa e le lancia 10 centesimi nel piattino e torna a piazzarle gli occhi spalancati addosso. Attimo di smarrimento generale. Lei si inchina. «Brava, ecco quello che devi fare davanti a uno come me, inchinarti». E via, lancia altri 10 centesimi nel piattino che stavolta rimbalzano a terra e lei giù, un altro inchino. «Avresti dovuto girare per casa così, a 90° tutto il giorno, per ossequiarmi. Avresti dovuto inchinarti giorno e notte solo per ringraziarmi del fatto di aver diviso per 2 anni quel cazzo di letto con un artista». “Ding!”, altra monetina lui, altro inchino lei. «Avresti dovuto... ma avresti dovuto che? Avrei dovuto capire io che stronza che sei, ma va’ a cacare, va’». E si allontanò camminando come un cow-boy a gambe larghe col rumore dei tacchi dei suoi stivali che, lo vedevo chiaramente, erano piuttosto consumati. In quell’attimo esatto, tutte le 30-40 persone ferme a contemplare la scena scoppiarono in un applauso. Ma non di quelli timidi, come avviene quando partono uno, due applausi e gli altri timidamente si aggiungono. No, qui tutti insieme iniziarono a battere le mani in modo sincero e deciso. Il suono rimbalzava e moltiplicava i “clap-clap” sui muri. Un rumore così improvviso e corale da spaventarmi, al punto che scappai alzandomi in volo verso il cornicione del palazzo di fronte, dove c’erano un po’ di amici a commentare la scena.