Jun

Ch-Ch-Changes

 

Lei poi a fare quel colloquio non era mica sicura di volerci andare. C’era quella solita paura delle cose nuove che le stringeva la pancia come quando ti prepari a ricevere il cazzotto. Un mal di mare del cambiamento. Due anni a cambiare casa, cambiare città, cambiare lavoro. Taglio di capelli. Mezzo di trasporto. Marca di sigarette. Uomini. A lei sarebbe piaciuto fare la vita abitudinaria di un gatto, mangiare, dormire, dormire, mangiare, di tanto in tanto andare in amore, fare a botte, sfornare gattini, e di nuovo dormire, lasciarsi accarezzare, fare due fusa. Senza mai cambiare casa, senza cambiare abitudini. Per questa vita invece era nata in forma di donna e doveva venire a patti con la sua condizione. Studiare, lavorare, flirtare, dormire poco, tenersi informata, farsi opinioni, farsi le unghie, i capelli e badare alla forma oltre a eccellere nei propri compiti e a coltivare interessi tanto per dimostrare di non sapersi solo lisciare le chiome. C’era da stancarsi al solo fare l’elenco. Soprattutto per un aspirante gatto. E però ecco, dopo tutti quei cambiamenti adesso aveva piantato la bandierina su una casa, pagato la caparra, iniziato a personalizzare, addirittura a pensare di comprare piante per il balcone da sostituire ai sacchi di differenziata in costante crescita, a segnare il territorio invitando gente a cena, battezzando a dovere il giaciglio in tutte le sue possibili funzioni, aveva cominciato a piangerci e riderci e telefonarci e dormirci e mangiarci dentro, e di conseguenza già se la sentiva comoda, come i jeans nuovi dopo qualche mese. La casa. E poi ecco, qualche amico in giro per la città ce l’aveva, se fosse rimasta a piedi avrebbe potuto chiamare qualcuno, per andare al cinema sapeva chi portarsi dietro, e aveva il numero dell’idraulico e della parrucchiera, sapeva dov’era il calzolaio, quali bar vendevano le sigarette, quali avevano il distributore per le emergenze notturne, e il tizio del negozio sotto casa la riconosceva e la chiamava cara. Insomma, casa. E lei in quella città c’era andata non per fare i lavori che faceva ora per pagare l’affitto. Non c’era andata per stare alla reception, per stare al centralino, per sorridere e dire buongiorno e buonasera. Lavori onestissimi, per carità, ma poteva farseli standosene al paesello, senza scomodarsi, restando a casa di mamma e papà al calduccio. Lei ci era andata per infilarsi di forza in quel mondo là, quello della carta stampata e rilegata. Prendere le porte a testate, infilare il piede nella fessura come i rappresentanti delle agenzie immobiliari, fino a che qualcuno, mosso a pietà o semplicemente esasperato, non le avesse dato la possibilità di sgusciare dentro e prendersi un posticino, e un tozzo di pane. E adesso il colloquio. Lei che quasi non ci voleva andare. E infatti per abituarsi all’idea si svegliò prestissimo e andò alla stazione. Invece di prendere la metro per la sede del colloquio, però, prese il trenino per il lido. Così. Tutta vestita bene, con la giacchettina e la camicia, e un caldo della madonna. Al mare, ma sì. Scese dal vagone, si guardò intorno schermandosi gli occhi con la mano come in un film, anche se non aspettava nessuno, e si avviò verso la spiaggia. Imboccò il pontile con gli occhi socchiusi, a prendersi il vento in faccia e fare scorta di salmastro, pregustando il salato che avrebbe sentito sulle labbra probabilmente fino a sera, come un souvenir. Arrivata in fondo al pontile si sedette con le gambe penzoloni, predisposta alla riflessione esistenziale. Il mare c’era, il vento pure, la solitudine, la testa quasi sgombra, con un pugnetto di pensieri scelti da lanciare come conchiglie per studiare le combinazioni. E se l’avessero presa? Al pensiero, di nuovo il cazzotto nello stomaco. C’è qualcosa di più terrificante di un sogno che si realizza? Prima, se ne stava lì a giocare a fare la bohèmienne, a guadagnare stancamente qualche soldo da free lance e con lavori pacifici e ripetitivi, a rispondere al telefono di qua, a fare reception di là, a tradurre qui, correggere bozze lì. Le sue giornate tutto sommato erano serene, e le restava anche il tempo di oziare, bighellonare, dormire. Di tanto in tanto, si lamentava della sua ria sorte, si chiedeva cosa ci faceva lì e perché non la chiamavano a lavorare dove diceva lei. Aspettava, ma l’attesa iniziava a piacerle un po’ troppo. E poi invece la chiamano. Quasi un po’ le dispiace. Se ne stava tranquilla a fumare sigarette a catena fuori dalla sala parto quasi dimentica del suo scopo lì ed ecco che a un certo punto oh, l’infermiera esce davvero e le dà la lieta novella. Congratulazioni! E lei da una parte è sopraffatta dalla gioia, dall’altra le si rovescia dietro la nuca una secchiata gelida di panico. Oddio. E se non è capace? E se si fa il culo e ciononostante non è capace? E se diventa matta a forza di farsi venire idee e non riesce più a dormire? Perché sono tutti così esaltati per i lavori creativi? E se quando torna a casa non ha più la forza di parlare con le coinquiline e di alzare il telefono e di tenere qualche legame con amici e parenti e le si rivoltano tutti contro dicendo “eh, da quando l’hanno presa là, s’è montata la testa”? Com’è rilassante un sogno quando è ancora in potenza. E invece quando si trasforma in atto ti incatena i polsi. È il momento di dimostrare. Ha rotto le palle a tutti vagheggiandone la realizzazione, adesso non può mostrarsi stanca, svogliata o scoraggiata. Non può proprio. E allora mentre è seduta sul pontile coi piedi penzoloni chiude gli occhi, fa un sospirone di libertà che le basti almeno per i prossimi tre mesi, si alza, e va a riprendere il treno. Lo sa già che la prenderanno. È pronta.