Marco di Marco

Una prospettiva più alta

(La differenza tra idea e azione)

 

Quando resto sveglio fino a tardi mi prende una strana ansia di fare, come se il buio mi rendesse cosciente delle potenzialità dell’agire.

Ogni notte aspetto che tutti spengano la propria luce. Quella del comodino, quella del bagno, quella della macchina pensante che hanno incorporata dentro.

Ogni notte. Aspetto. Cercando di non fare nulla, aspetto, tentennando di fronte alla tv: l’ultima popstar di turno in un’intervista per il dossier del tg2. O invischiandomi in altre cose inutili, come una copertura, una segreta carboneria. Due chiacchiere al telefono con Mauro. Ascolto le sue lagne, meccaniche frasi di lamentele quotidiane piatte, fastidiose, coscienti della propria inutilità. Uno sciocco panegirico sull’imbecillità del suo capo. Una ritrita filippica contro il rapporto di coppia. Il suo con Simona. O i vicini che fanno troppo casino quando scopano in cucina, attaccata alla sua camera da letto. Lì però provo a spiegargli che è la rigidità di chi come lui si rassegna a fare sesso in luoghi troppo istituzionali. Provasse a scopare con Simona su un pedalò che imbarca acqua, o a palparla nel bel mezzo di una conferenza dell’ordine degli avvocati romani. O magari mentre lei sta finendo di confessarsi, la domenica, in chiesa. Potrebbe aspirare a ben altra assoluzione. Avvolti in drappi pesanti, di un rosso troppo passionale per un luogo di culto. Una maniera come un’altra per far andare meglio le cose.

Altro tipo di copertura, mi sintonizzo su radio3, in attesa del radiodramma della terza serata. Ma il cervello è in fondo troppo pigro per accollarsi lo sforzo di rappresentarsi le scene scandite solo dai dialoghi, una voce off e la bravura di un rumorista di professione. La mente si distrae, orfana di calamite schermiformi: effetto tv. Oppure. Mi faccio la barba, che domani di sicuro non ne ho voglia. Magari lavo i piatti: quando domani il tempo o anche qui la voglia verranno a mancare, l’accumulo di stoviglie nel lavello della cucina – sempre troppo piccolo per contenere tutto – diventerà inevitabile. E sempre più difficile diventerà lo sporco da tirare via. Come quello che giorno dopo giorno va a formarsi sulla coscienza. Incrostazioni che resistono alla più dura lana d’acciaio.

Quando resto sveglio fino a tardi è praticamente ogni notte ormai.

Mi muovo sicuro nel mio appartamento silenzioso. Carpisco i rumori dall’esterno. Le risa sguaiate delle ragazze romane nella piazza sotto la mia finestra. Ascolto. Oltre le sirene in lontananza che sembrano rincorrersi in un vizioso acchiapparello non c’è nessuno spirito guerriero che mi ruggisce dentro. Vivo una solitudine in serena disarmonia col resto del mondo. Un gioco che mi piace, crogiolarmi nella distanza dagli altri. Il sentirmi ai margini di tutto. Come nella notte restare ai margini del giorno, senza staccarsene, però. Aggrapparsi alle estremità. Dondolandosi. Sì, un gioco che mi piace e sembra garantirmi una visione del tutto da una prospettiva più alta, la mia, mentre sorrido alle stupide maratone della gente verso il niente. Effetto finale: sentirsi migliore degli altri. Membro dell’élite dei sorvolatori delle coscienze. Cacciabombardiere pronto a sganciare bombe all’acido solforico sugli affannati artefici della modernità. Acido e sentenze. Bombe sugli assicuratori impomatati, sui rappresentanti immobiliari incravattati. Bombe sui medici approfittatori, sugli scienziati senza scrupoli, sui farmacisti ciarlatani. Bombe sui giudici e sugli avvocati, sugli innocenti e sui colpevoli. Bombe sugli industriali, sui politici e sui pubblicitari. Bombe sui presentatori televisivi, sui programmisti del palinsesto diurno. Bombe sulla redazione di Cosmopolitan, su tutta la stampa scandalistica, sui paparazzi e sui lettori di Gente. Bombe sulla polizia e sui finti martiri, sui liberali e sugli statalisti. Bombe sui controllori delle linee di trasporto, sui vigili urbani, sugli ausiliari al traffico e sui secondini. Bombe sul passeggio del sabato pomeriggio, sullo shopping e sulle signore impellicciate. Bombe sulle auto blu e su quelle che sparano techno a tutto volume mentre sfrecciano sulle strade cittadine. Bombe sui narcotrafficanti sudamericani, sulla Casa Bianca, sulle piantagioni di papaveri in Medioriente. Bombe di solforico, per un incendio senza fiamme e senza rumore. In uno sciogliersi timido e discreto, il dischiudersi di un nuovo inizio. Una scomparsa silenziosa senza fosse comuni. Cenere alla cenere, eliminando ogni discriminazione. Per ritornare alla terra nella speranza di una rinascita migliore. Dal letame nascono i fiori? Io aspetto.

Quando resto sveglio fino a tardi mi viene in mente anche tutto questo. Altalenando nel dubbio se la mia sia cattiveria o paura della stupidità. O la strenua ricerca di un alibi da misantropo incallito. Un dissociato perenne dalle idiozie del mondo. Nel mio eremo metropolitano con vista sulla quotidianità mi sento ascetico scrutatore di sentieri percorsi con le bende a coprire i nostri occhi, mentre da altoparlanti in filodiffusione riecheggia il solito vecchio ritornello che scandisce un goffo passo dell’oca: produci, consuma, crepa. Produci. C’è sempre posto sul tapis-roulant, perciò coraggio e non ci deludere. Noi ci aspettiamo molto da te. Come tu da noi. Produci. Con metodo e costanza, con la pazienza del maratoneta che attende solo il momento del rush finale. Consuma. Completa la raccolta punti del tuo status-symbol preferito. Nel mondo che non regala niente a chi non ha, l’unica traccia disponibile è vivere con il progresso, la performance, scegliere una tribù e abbracciare in pieno la causa. Una questione di appartenenza. Alla propria fetta di mercato. Seguono i soliti minuti di consigli per gli acquisti. Ma restate con noi. Crepa. La grande festa a sorpresa. Con titoli di coda e ringraziamenti montati su uno schermo troppo grande da guardare. Poi un bianco pallido ineluttabile, assieme al ricomporsi del sorriso finale e definitivo. Quello che accompagna l’uscita. Solo il rito del riappiattirsi e riassorbirsi alla terra. Come un tributo.

Dal letame nascono i fiori. Ancora?

Resto sveglio fino a tardi. Sorveglio i rumori intimi della casa. L’assestarsi improvviso delle stoviglie, palpiti sporadici di strumenti inanimati. Da bambino nella notte ne hai paura. Ora sembrano scandire i ritmi del silenzio. Lenti. Respiri di un animale dormiente nel ritmo del leggero ticchettio dell’orologio da polso sul comodino, ma in sottofondo, lontano, movimento cardiaco quasi celato. Come un monito alla lucida e razionale rassegnazione della percorrenza lungo un circuito. Innumerevoli cerchi successivi. Si confonde il tempo relativo con lo scorrere assoluto. E ce ne hanno concesso così poco.

I suoni dall’esterno sono cambiati, tacciono le sirene adesso e le risate, nella piazza c’è un lamento, sottile, fatto di singhiozzi e imprecazioni. Scosto la tenda della mia finestra. Un uomo con un cappotto lungo e scuro piange mentre parla con il suo telefonino. E maledice una donna, quella all’altro capo della linea. Le dice che è una troia, che in fondo l’aveva sempre saputo, che vorrebbe ammazzarla, ma poi singhiozza e ricomincia a frignare come un bambino. Si accascia ai piedi di un albero nell’aiuola della piazza. Parla più piano adesso, con il telefono serrato all’orecchio, cerca di convincerla a vederlo, in fondo non può finire così, con una telefonata, tutto quello che c’era tra loro. Usa un tono dolce, mellifluo, esageratamente e indignitosamente amorevole, tradendo così il suo arrampicarsi sugli specchi. È questo l’acme dei suoi errori: manda a cacare l’orgoglio, striscia ormai, in un ultimo e maldestro tentativo di riguadagnare qualche metro di terreno, scivola sull’ultima occasione, scopre definitivamente il fianco, sceglie, sostanzialmente, di essere trafitto. Lei infatti – penso, mentre guardo questa scena a luce spenta e fumando una sigaretta dietro al vetro della finestra – dall’altro lato della conversazione, capisce, o così credo, che lui sta veramente cedendo, che lo ha in pugno, che lui ha perso, che è lei che guida il gioco adesso e – forse – comprende anche che non sa che farsene di un uomo così, che si lascia calpestare, che sbraita e insulta ma che in realtà non sa farsi valere. Lei probabilmente cerca qualcuno che le tenga testa, che soddisfi quella sua femminile velleità che la vuole domatrice e domata allo stesso tempo. In fondo vuole un uomo che sappia dirle: “Ok, stai zitta adesso”, guardandola nel modo più maschio e paterno possibile. Capace, nella sua ambivalenza, di generare eccitazione e timore reverenziale. Di redarguire, senza tanti fronzoli e manfrine, la bambina cattiva e capricciosa che sa di essere a volte.

Immagino, infatti, in questo gioco di ruoli ormai fin troppo chiaro, che gli dica di no, che non devono vedersi né parlarsi, perché l’uomo tra i singhiozzi, il fiatone, le lacrime, ricomincia a dirle che è una puttana, di andarsene affanculo, che merita di morire nei modi più tremendi. La disperazione diventa l’immagine dominante nella piazza, e dopo che la parola “Troia” risuona nel silenzio, la donna – immagino – mette fine a tutto riattaccando. “Lucia...”, detto a voce bassa una prima volta, e ripetuto a voce più alta fino a che non diventa un grido. “Luciaaaa!!”, in un’eco quasi cinematografica che si spegne lentamente. L’uomo continua a singhiozzare, bambino sempre più solo e abbandonato, guarda il display del telefono illuminare la scritta FINE CHIAMATA, e urla ancora “Puttana!”, scaraventando il cellulare per terra. Resta lì un attimo a guardare i frantumi, poi si avvicina all’albero sotto il quale si era accasciato prima e piscia. Liberandosi. Torna verso i resti dell’apparecchio e ne tira fuori la scheda SIM, mettendosela in tasca. Poi tira fuori un fazzoletto, si asciuga gli occhi e si soffia il naso. Si siede su una panchina.

Attendo, anzi spero, che estragga una pistola, che controlli che ci siano proiettili e si prepari a fare ciò che è giusto. Ammazzare quella stronza o ammazzarsi. Purché non lasci questa cosa senza un dignitoso finale. Le sue lacrime, mi dico, hanno un prezzo che lui stesso o la sua donna dovranno pagare. E sto quasi per affacciarmi e urlarglielo. Ma mi fermo a osservare la sagoma di qualcuno che, alla finestra del quarto piano nel palazzo al lato opposto della piazza, guarda e – intuisco – ha seguito tutta la scena. Dopo pochi istanti, però, la sagoma va via dalla finestra e la luce si spegne. La tragedia in fondo si è già consumata. L’uomo, infatti, resta ancora un paio di minuti seduto sulla panchina con la testa fra le mani. Non estrae nessuna pistola. Poi, d’un tratto, come per un richiamo muto, si alza di scatto e s’incammina verso un vicolo. Scompare così, lasciandomi alla finestra a immaginare la voce di quella donna, le sue fattezze. Addio amico, nottataccia.

Quando resto sveglio fino a tardi ho sempre quest’ansia di fare. Ma la realtà è che tutte le mie voglie e verità nascoste sono solo insegne intermittenti che sporgono da palazzo malandato, rumorose e inutili come il ronzio di un vecchio frigo coperto di adesivi.

Mi allontano dalla finestra, ghignando sulla disperazione di un uomo, sull’abilità femminile, sulla ormai strutturale distanza da questi aborti di molecole sociali condannati a restare atomi nevrotici e patetici. Con questa prospettiva più alta sulle cose mi difendo. Col sorriso di chi apprende dall’osservazione empirica. E ogni ripetizione del fenomeno è un tassello per comporre la tesi del mio teorema.

Poi mi sdraio sul letto, guardo l’orologio sul comodino, prendo il telecomando, accendo la tv, inforco gli occhiali e vedo scorrere la sigla del mio telefilm poliziesco preferito.