Pecora nera

Perdenti

 

La giornata era cominciata nel migliore dei modi: attesa minima alla fermata, autobus semivuoto, libro avvincente tra le mani. E silenzio.

Poi quell’irruzione improvvisa di ragazzini urlanti. Sul “mio” autobus.

E addio silenzio e addio lettura.

Così, non riuscendo a leggere, mi ero messa ad osservare quel gruppo di piccole furie, cercando in loro le tracce di un’adolescenza che - incredibile - un tempo avevo vissuto anch’io. Adolescenza di slanci, ribellioni, amicizie morbose e fragili, passioni brevi e violente. E di crudeltà: inconsapevole quanto si vuole, ma pur sempre tale. Perché cos’altro può essere quella feroce esclusione che gli adolescenti sanno infliggere ai loro coetanei?

Una ragazzina biondissima parlava a voce alta a pochi centimetri dalle mie orecchie. Era davvero carina, e, soprattutto, sapeva di esserlo. La più carina della classe: la condizione ideale per affrontare l’adolescenza. Con una disinvoltura dettata dall’abitudine, si era facilmente conquistata il centro dell’attenzione: dei maschi dediti al corteggiamento e delle femmine in cerca di qualche riflesso di gloria. Incredibile quanto, già a quell’età, si cerchi la compagnia dei vincenti.

E io, che ora dai vincenti rifuggo come fossero criminali, io che adesso non trovo in loro nessun incanto, com’ero, io, allora?

La ragazzina carina parlava e rideva, sfoderando un’embrionale ma sorprendente capacità di sedurre. Distribuiva le sue attenzioni in modo assai diseguale, secondo il grado di importanza attribuito a ciascuno. In base alla casta di ciascuno, si potrebbe dire, perché in fondo di questo si tratta, di caste: da quella superiore dei vincenti fino all’ultima degli emarginati. Con alcune intermedie.

E una distinzione: le caste inferiori sono assai più al femminile che al maschile. Loro, i maschi, se non hanno un bell’aspetto possono perlomeno far leva sulla simpatia o sulla bravura nei campi di calcio. Alle ragazzine la bruttezza non si perdona, in nessun caso.

La ragazzina carina continuava il suo show. Era facile capire quale dei ragazzetti che le ronzavano intorno godesse dei suoi particolari favori e quale delle sue compagne figurasse come l’amica del cuore. C’era però una ragazzina a cui lei non si degnava neppure di rispondere, per quanto questa si affannasse ad attirare la sua attenzione. Una ragazzina decisamente brutta. Grassa, sgraziata, goffa, quanto l’altra era snella, sinuosa, armoniosa. I capelli lisci come spaghetti, senza volume e senza linea, la faccia troppo tonda con il naso un po’ schiacciato, gli occhi piccoli coperti da occhiali spessi. Ma la bruttezza non era la sua colpa maggiore: quello che risultava imperdonabile era la sua istintiva resistenza all’emarginazione. Avrebbe potuto restare in disparte, senza dare fastidio, cercando semmai l’amicizia di compagne più alla sua portata, più disponibili. Ma lei no, non sapeva restarsene all’ombra. Voleva entrare nel cerchio di luce in cui campeggiava la ragazzina più bella, non per prenderne il posto - giacché una simile idea non poteva neppure sfiorarla - ma per godere di un po’ di luce riflessa. Tentava ripetutamente di catturare la sua attenzione, ma otteneva al massimo uno sguardo distratto, che subito si volgeva altrove, o un gelido monosillabo. E quando aveva provato ad allungare una mano per accarezzarle i capelli biondi, lei si era sottratta al suo tocco con un senso di evidente e impaziente fastidio. Meglio, molto meglio, se si fosse isolata volontariamente, orgogliosamente, se avesse reagito in maniera fiera, persino aggressiva, persino violenta. Qualunque cosa, piuttosto che quell’atteggiamento inutilmente, grottescamente adorante.

Che ne sarà di te, brutto anatroccolo? Mi piacerebbe pensarti trasformato in cigno, come nella favola, se nella vita ci fosse spazio per qualcosa di simile. Tra le braccia di un uomo che ti guarda adorante come ora tu stai guardando chi non lo merita. Affascinante donna, sicura di sé ma colma di tenerezza, quella tenerezza che tanto difetto fa, oggi, alla bella compagna che vorresti ti fosse amica. Rapita dalla bellezza intorno a te - di un quadro, di un fiore, di una poesia, di una musica - una bellezza che non arretri con fastidio di fronte alla tua mano.

Vorrei che la vita ti donasse molti e preziosi attimi di gioia, ché nulla più di attimi è lecito attendersi in materia di felicità.

Non so cosa ti riserverà il futuro. Intanto, però, è facile immaginarti nel presente, a fare da tappezzeria alle feste dei tuoi compagni, intenta ad abbuffarti di panini per ingannare il tempo.

Nessuno ti inviterà a ballare. E se uno sguardo maschile si poserà su di te, sarà solo per prenderti in giro, o per misurare la tua bruttezza.

Scendendo dall’autobus, avevo visto la ragazzina brutta sedersi al posto mio. Nessuno, pensavo, si sarebbe avvicinato a lei: sarebbe rimasta da sola a guardare fuori dal finestrino. Cos’era quello che sentivo? Tristezza, compassione, rabbia?

Fortuna che alla fermata c’era lui ad attendermi, col suo sorriso.