Barbara Amerio
Grrr…
Grrr… ancora un momento, grattami lì sotto il collo, vicino alle orecchie, baciami ancora, fidati, dai, non ti graffio. Lo sai, ormai mi conosci: quando apri la porta per te sono come un pupazzetto di pezza senza spina dorsale. Ora time out, lasciami andare, non stringermi, uffa, stronzetta, ho fame, arrivi sempre più tardi, chissà dove vai oltre la porta, odori di cane, che schifo, cosa hai portato di commestibile, miao, grrrrr, dai, apri l’armadietto, lo so che le metti tutte lì ‘ste benedette scatolette. APRIMELA, mmmh… pesce, crudo o cotto ne mangerei a quintali, ora sì che va meglio. Resto, ti tengo compagnia, che faccia stanca che hai, mi metto qui sul tavolo, ho già un po’ sonno però non ti lascio sola.
Finisci presto, così giochiamo un po’. Facciamo che io corro il più veloce possibile e poi mi nascondo e tu mi devi rincorrere e scovare.
1,2,3 via! vrrrruum che derapata, come sgommo io sui tappeti nessuno è capace. Brava, lascia aperta la finestra e rincorriamoci sul terrazzo, così puoi fare quella faccia da infartata quando mi metto in bilico sulla fioriera con quattro piani di volo sotto di me. Tanto non cado, ho l’impressione che l’unica squilibrata qui dentro sei tu, quasi penso che mi porti nero, me li dovrei toccare se ancora ce li avessi, i gioielli. No, non ce l’ho con te, ma quando ero piccolo sai quanto ghignavo tutte le volte che hai guardato di sotto, quando non mi hai trovato e pensavi che avessi preso il volo. Basta, ora se vuoi puoi andare a vedere la scatola che fa luce e rumore, se ci sono palle di pelo che fanno versi vengo anch’io, altrimenti sai dove trovarmi: sul pile in fondo al letto. Ronf, ronf, sei arrivata, fai pure, accomodati, svegliami, toccami, stropicciami, tanto sono ancora nel dormiveglia. Tutto spento, ronf, ronf. Ho un sogno ricorrente, un cazzo di passerotto che finalmente plana sul terrazzo dopo mesi di appostamenti: lo studio, mi muovo al rallentatore e lo spio, mi si sono anchilosati gli arti a stare tanto appostato, ma per il balzo non è mai il momento giusto, e poi mi sveglio. È ancora buio, tu dormi, ti arrivo vicino, lo so che non ti sei ancora abituata a questi miei appetiti notturni, ma che ci posso fare se non ho autonomia sino al mattino… Mi guardi, ti stropicci gli occhi, un fatto non ho mai capito: perché mi chiami Macchia se sono un gatto.