Francesco Dimitri
Come fu che Mattias trovò l’Inferno in giardino
Well he went down down down
And the devil jumped on his head
Tom Waits
In una calda mattina di fine estate Mattias Moretti trovò l’Inferno in giardino. Non parlo di un Inferno metaforico - eventi orribili, traumi infantili, spettacoli choccanti. Parlo dell’Inferno. Quello vero.
Mattias aveva undici anni e un unico hobby: scavava buche. Non era un grande hobby, va detto, ma cercate di capirlo. Niente amici, era troppo timido per parlare alle ragazze, troppo debole per non essere picchiato dai ragazzi, e nel complesso troppo frustrato per piacere a chiunque. Non aveva granché da fare quando non c’era scuola. E quindi scavava buche.
Quando non scavava, leggeva libri di fantascienza. Li prendeva in cantina, da un enorme baule in cui era stipata la biblioteca del nonno defunto. Faceva tutto questo in gran segreto, perché la madre non voleva vederlo con quei cosi in mano. Leggere è bene, ma bisogna leggere libri seri, Thomas Mann e Primo Levi, non certo Heinlein e Van Vogt. Suo nonno era stato un pazzo a buttar soldi così.
Due didascaliche parole anche su padre e sorella, prima di andare avanti. Il padre era un notaio. Ricco, potente, rispettato, eccetera. Diceva tre parole al giorno, fumava la pipa e scopava come un riccio, tutte le donne della città tranne la moglie. La sorella si chiamava Luisa. Era molto bella, molto corteggiata, molto bionda, molto stupida, molto puttana. E scopava come un riccio. Nel caso ve lo stesse chiedendo, anche la madre scopava molto, con tutti tranne che con suo marito. Era un ambiente dai colori saturi.
Mattias era poco più che un bambino ma, nonostante l’opinione comune, questo non significa che fosse scemo. Si rendeva perfettamente conto dell’intensa attività sociale degli altri membri della sua famiglia, e la cosa lo portava a chiedersi perché lui non avesse niente di simile. Ancora non era in grado di comprendere che, crescendo, sarebbe stato attorniato da tutti gli amici e tutte le donne che i soldi possano comprare: da bambini il denaro appartiene più alla sfera del magico che all’esistenza quotidiana. Entro cinque o sei anni la vita di Mattias sarebbe stata più ricca di quella di qualunque altro adolescente (ammesso che, a quel punto, gliene fregasse ancora qualcosa). Ma per ora era solo. Soffriva. E scavava buche in giardino.
Aveva a disposizione un giardino abbastanza grande. I notai hanno belle case, si sa, ed hanno anche belle case di mare. A dire il vero il paese si chiamava Portodimare e non era granché chic. Era uno di quei posti a metà tra il villaggio di pescatori e la Rimini per sfigati. Ce n’erano molti nel Sud Italia, a fine millennio – e credo che la maggior parte sia ancora lì, e lì resterà fino alla fine dei tempi. Comunque, era pur sempre una bella casa, con un bel giardino. Peccato che quel figlio sciagurato – era venuto su proprio gracile, tutto diverso dal padre – lo riempisse di buche.
Iniziava la mattina, poco dopo colazione. Andava nello stanzino di scope e affini, prendeva una zappa arrugginita e iniziava a scavare. La zappa era quasi più pesante di lui e, tra l’altro, una zappa non è un attrezzo molto adatto a far buche: Mattias intento a scavare offriva uno spettacolo che conteneva comicità e disperazione – ma non c’era nessuno che lo apprezzasse. Il padre grugniva, la madre sospirava, la sorella sbuffava. Sotto sotto, faceva comodo a tutti che lui perdesse il suo tempo a fare buche. Almeno taceva e, per un po’, non li stordiva con le sue cazzate e la sua dannatissima fantascienza.
Quel ragazzo, così piccolo, era già un fallimento.
La mattina in cui Mattias trovò l’Inferno era solo in casa. Era domenica e tutti e tre i suoi familiari erano andati a mare, a godersi il sole di fine agosto. Quella mattina c’era il tempo che Mattias preferiva: caldo umido.
Lo preferiva perché col caldo umido, quando scavava, poteva sentire di più la fatica, poteva sentire i goccioloni di sudore che gli accarezzavano il corpo, poteva scavare fino a stordirsi. Quando ci dava dentro veramente forte, con tutto sé stesso, capitava anche che gli venisse qualche allucinazione. Vedeva alieni, dischi volanti, quelli che Gibson una volta aveva definito fantasmi semiotici. Era a questo che stava pensando quel giorno Mattias, mentre scavava. Fantasmi semiotici. Che racconto era…? Ah, sì. Il Continuum di Gernsback. Quello sul padre della fantascienza e… il filo dei suoi pensieri si interruppe. Aveva sentito un cedimento dei terreno, sotto la zappa. Guardò nella buca che stava scavando. Al centro c’era… qualcosa. Come un punto nero. Diede un colpo lì vicino e la terra franò giù, giù, come se cadesse in una voragine. Eccitato, Mattias iniziò a lavorare di zappa tutto intorno. In pochi minuti si trovò davanti a quella che sembrava l’apertura di un pozzo. Era larga non più di trenta centimetri. Mattias non riusciva a capire che diavolo ci facesse, lì, un pozzo, e a che servisse un pozzo largo trenta centimetri.
Ma… siamo sicuri che sia un pozzo?, pensò. Si abbassò per guardare. Una zaffata di odori freddi lo colpì in pieno viso. Si ritrasse di scatto. Era come la scoreggia di uno yeti. Un odore misto di zolfo e cannabis. E una sensazione di gelo. E… cos’era che veniva, da laggiù? Rumori? Sì, forse sì. Assurdo, ma…. No, quello non sembrava proprio un pozzo. Al massimo, poteva essere qualcosa tipo il Pozzo della Luna. Bel libro, quello.
Mattias aveva letto da qualche parte che, in questi casi, la prima cosa da fare è buttare giù una pietra per vedere quanto ci mette a cadere. Così ti fai un’idea di quant'è profonda la voragine. Scelse un sasso bello grosso. Lo buttò giù. Tese l’orecchio. Iniziò a contare i secondi. Uno, due, tre, quattro… cinquantanove, sessanta. Dopo un minuto, sentì un tonfo attutito. E qualcos’altro… qualcosa che poteva essere un e ahio! Mattias non fece neppure in tempo a stupirsi. Dalla voragine giunse un rumore che sembrava un frullare d’ali. Si avvicinava. Apparvero due occhi rossi e una sagoma. Con un piccolo urlo il ragazzo si allontanò, cadendo all’indietro.
Dall’imboccatura del pozzo sbucò la testa di quello che, senza ombra di dubbio, doveva essere un demone. Era una testa tozza, squadrata, verdastra, con un naso schiacciato da pugile, occhi piccoli e corna appuntite. Vide Mattias e sorrise. Mattias urlò. Il demone aprì la bocca. Ne uscì una lingua lunghissima, con dei denti neri su tutta la superficie. La lingua dentata si avventò su Mattias. Mattias si alzò e si allontanò. La lingua arrivò alla sua massima estensione – quasi tre metri – senza riuscire a toccare il ragazzino. Lui, per quanto spaventato, non riusciva a distogliere gli occhi dalla creatura né a scappar via. Era spaventoso, cavoli, ma coooosì figo! Anche se stava quasi per farsela sotto, non si sarebbe perso lo spettacolo per nulla al mondo.
Fu allora che il demone gli parlò.
“Ehi, sei stato tu?”, disse. Voce gutturale, raschiante, fastidiosa come il verso di un gatto in calore.
Mattias non rispose. Aprì la bocca, senza riuscire ad articolare alcun suono.
“Sei stato tu? Cazzo, ti ho chiesto se…”, ripetè il dèmone.
“Io… io no. No, non io. No, no”, riuscì a rispondere Mattias.
Il demone rise. Rise e provò a forzare l’imboccatura della voragine. Macché. Per quanti sforzi facesse, non riusciva a passare. Si dimenò, ringhiò, sputacchiò fuoco, ma fu tutto inutile. Anzi, fu peggio. Restò incastrato con le spalle nel buco. Non riusciva più ad andare né su né giù, vagamente simile a Poldo Sbaffini in un tombino. Mattias passò dalla paura al sorriso, e dal sorriso al riso sfrenato.
Il dèmone urlò: “Non ridere di me, ragazzino del cazzo. Con uno sguardo potrei…”. Ma Mattias non riusciva più a controllarsi. Le parole del mostro scatenarono un nuovo accesso di risa. Aveva le lacrime agli occhi. Un dèmone incastrato nel giardino di casa. Sempre più figo.
Quando riuscì a calmarsi un po’, subentrò un sentimento nuovo. Compassione. Quel povero diavolo ormai lo ignorava del tutto: si stava concentrando soltanto sul problema di come disincagliarsi dal buco. Senza grandi risultati, a quanto pareva. Mattias capiva come poteva sentirsi, quello lì, senza avere via di scampo. La mancanza di prospettive era la costante della sua vita.
Così, disse: “Ehi, se vuoi ti do una mano io”.
“Non ho bisogno del tuo cazzo di aiuto, marmocchio!”, urlò il mostro.
“Marmocchio? Ma come parli?”. Mattias stava per scoppiare nuovamente a ridere, ma preferì trattenersi. Sembrava che quel dèmone si stesse vergognando un mondo. I suoi tentativi di liberarsi erano sempre più maldestri. Mattias conosceva bene anche la vergogna. “Senti”, disse, “Io ti posso aiutare. Sennò puoi anche restare lì, sai che mi frega”.
Il dèmone smise di agitarsi, cercando di darsi un’aria indifferente. “E va bene. E’ il minimo che puoi fare, visto che l’hai trovato tu, ‘sto buco”.
“Mi spieghi una cosa?”
“Quel cazzo che vuoi. Ma dopo che mi avrai liberato”.
“Come no. Così poi mi scappi via. O rispondi o non ti aiuto, bello”.
“Ma porca puttana, ‘sto Gilberto de Pippis mi doveva capitare… vabbè, che stracazzo vuoi?”
“Quella roba laggiù è l’Inferno? Cioè, dico, tu sembri un dèmone e…”
“No, è la Svizzera. Sai, a furia di fare ordine l’hanno resa un cazzo di mortorio”.
“E’ l’Inferno o no? Se non mi rispondi resti lì, sai?”
“Mapporcaputtana… certo che è l’Inferno!”
“Figaaata…”
“Mi tiri fuori ora, o no? Guarda che se non ti sbrighi io ti…”
“Ok, ok. Che posso fare?”
Il dèmone gettò uno sguardo alla zappa. “Dammi un colpo in testa con quella. Dalla parte del manico”.
“Sì, così ti ammazzo.”
“No che non mi ammazzi, coglione. Sono uno stracazzo di diavolo!”
“Davvero?”
“Di’, ma mi prendi per culo? Che ti sembro, Marlon Brando?”
“Beh, anche lui ha problemi di pancia…”
Il dèmone trattenne a stento una risata. Ridere non si addice a un guardiano degli inferi. Così mise su la sua faccia più feroce e urlò: “E sbrigati con quella zappa! Non sono il tuo animale da compagnia!”.
Mattias prese la zappa. “Pronto?”, disse. Il dèmone annuì. Il ragazzino calò un colpo. Forte, non fortissimo.
Il dèmone urlò: “E ahio…”
“Scusa… fatto male?”
“No, stracazzo, no”.
“E perché hai detto ahio?”
Il dèmone esitò un attimo. Non sapeva che rispondere. I dèmoni non sono molto intelligenti. Si limitò a ruggire: “Dammi un altro colpo e sbrigati, porco Giuda!”
Mattias lo prese in parola. Stavolta colpì con tutte le sue forze. Il dèmone finalmente si disincagliò. Il ragazzo lasciò cadere la zappa e si abbassò a guardare. Il mostro era già sparito nel buio. Ma… un rumore… di nuovo il frullare d’ali. Ecco il dèmone che tornava. Si avvicinò al buco. Guardò in alto, verso Mattias. Sembrava indeciso.
Poi mormorò tra i denti: “Senti, marmocchio… grazie! E, stracazzo, non dire a nessuno che te l’ho detto.”
E se ne andò via a tutta velocità, in quell’immenso spazio vuoto che sembrava esserci là sotto.
Pranzo. Cannelloni surgelati. Pallidi, malaticci, molli. La madre di Mattias odiava cucinare.
Il notaio mangiava senza dire una parola, guardando il TG. Il TG sputava fuori un interessante servizio su quanto faceva caldo quell’anno, più dell’anno precedente, ma meno di due anni prima. Luisa mangiava lentamente, masticando a lungo, come si conviene a una damigella. Guardava fisso nel suo piatto e discuteva con la madre.
“… dovresti vedere che robaccia che usa Marina! Pensa, una cavigliera fucsia!”
La madre fece un risolino. “Quella ragazza è un vero tormento…”
“…e poi dovresti vedere anche…”
Mattias, silenzioso, giocherellava con i suoi cannelloni e pensava all’Inferno. Forse doveva avvisare qualcuno. Ogni giovedì la colf filippina copriva le sue buche. Magari usciva fuori un dèmone, e la colf gli moriva di paura in giardino. Non voleva avere sulla coscienza la colf… sì, ne doveva parlare. L’Inferno, per quanto ne sapesse, poteva essere un posto pericoloso. Il dèmone di quella mattina gli era sembrato un imbecille piuttosto simpatico, ma non si sa mai.
“Scusate…”, mormorò. Nessuno lo sentì. Il padre tutto preso nella cronaca, le donne di casa tutte prese nel cazzeggio.
Si schiarì la gola. “Scusate…”, ripeté. Ancora niente.
“Insomma!”, disse allora, quasi urlando.
Luisa lo guardò. “Qui qualcuno sta cercando di parlare, sai?”, commentò con voce chioccia.
“Non è buona educazione interrompere la gente, Mattias!”, incalzò la madre. Poi alzò gli occhi al cielo. “Mio Dio, questo ragazzo è davvero un maleducato!”.
“Ma devo dire una cosa importante…”
“E sentiamo, sentiamo… che hai da dire, di così importante, da interrompere tua madre?”
“Già, cosa?”, intervenne Luisa. Il padre, imperturbabile, continuava a guardare il TG.
“Beh… ecco… io… stamattina stavo scavando una buca, no? E…”
La sorella ingurgitò l’ultimo pezzo di cannellone. “Scavavi una buca. Sai che novità!”
Mattias la guardò con odio. “Sì, scavavo una buca. Ed ho trovato un pozzo, e da quel pozzo è venuto fuori un diavolo che mi ha detto che lì sotto c’è l’Inferno. Capite? L’Inferno!”
Silenzio. “Che ti sei letto, stavolta?”, disse la madre dopo un po’. Gelida.
“Niente, mamma lo giuro. Io…”
“Ti ho detto e ridetto di non leggere quei cosi del nonno. Certa roba fa male ai bambini”.
“Ma se non tocco fantascienza da…”
“Da?”
“Da parecchio, ecco”. Era una bugia. Proprio il giorno prima aveva finito di leggere Assurdo Universo.
Intervenne il padre, senza staccare gli occhi dalla televisione. “Mattias, abbassa la voce. Non mi fai capire niente”.
Mattias iniziò ad arrabbiarsi. “Giuro, se non mi credete, andate a vedere la…”
La sorella lo interruppe con una risata. “E noi gente normale dovremmo andare a vedere le tue buche piene di vermi? No, grazie”.
Anche la madre rise. Mattias avrebbe voluto alzarsi da tavola e andarsi a chiudere in camera a doppia mandata, lontano da quelle gente con cui purtroppo condivideva brandelli di DNA. Ma rimase al suo posto. Madre e sorella ripresero a parlare tra loro. Il padre era fisso sul TG.
E lui continuò a cincischiare con i cannelloni, senza alcuna voglia di portarli alla bocca.
Dopo la siesta pomeridiana, Luisa, papà e mammà tornarono a mare. Mattias rimase di nuovo solo. Era un pomeriggio caldissimo. Ci sono molti pomeriggi così, in Puglia, anche quando l’Estate sta finendo: ovunque tu vada ti accompagna la puzza del tuo stesso sudore. Non hai voglia di mangiare, né di dormire, né di fare alcunché. Vorresti soltanto scioglierti nell’afa.
Il ragazzo si accoccolò davanti alla sua voragine. Ne usciva un gradevole refolo fresco. Stavolta si era portato appresso una torcia elettrica. Si sporse a guardare nel buco. Buio pesto. Accese la torcia e puntò la luce in basso. Non servì a nulla. Il fascio luminoso scendeva per tre, quattro metri al massimo – poi si interrompeva, come se il buio fosse un solido muro. Ed ora? Come fare a vedere che c’era lì sotto? All’improvviso, udì una musica. Tatatatatata… un motivo che gli ricordava qualcosa. Ed una voce che si avvicinava…
I’m worse at what I do best
And for this gift I feel blessed
Our little group/tribe has always been
And always will until the end
Massì, certo. Era Smells Like Teen Spirits, dei Nirvana. E quella voce… no, dai, impossibile. Mattias aguzzò lo sguardo nell’oscurità del buco. Una figura umana si stava avvicinando dal basso: svolazzava cantando come uno yogi ubriaco. Aveva jeans strappati, scarpe da tennis, un camicione di flanella, capelli chiari… oh, cazzo. Era proprio lui. Kurt Cobain.
“Hi, kid.”, gli disse Cobain, quando fu arrivato vicino all’imboccatura.
“K-Kurt? You… are… were… no, I want to say that…”
Cobain scoppiò a ridere. “Tranquillo, ragazzo. Quaggiù abbiamo avuto tempo per imparare parecchie lingue”, gli disse, con un forte accento americano.
“Ma…sei davvero tu?”
“Che devo fare? Cantarti tutto Nevermind?”
“No, ci credo. Ma… che figata. Cioè volevo dire… non che sia un figata che tu sei all’Inferno e tutto il resto, ma…”
“Ehi, tranquillo, non mi offendo mica. Credimi, è veramente una figata, stare all’Inferno.”
“Ma non dovrebbe essere tormento eterno?”
Kurt scosse la testa e fece un sorriso saccente. “Quelle sono solo le chiacchiere dell’establishement, ragazzo. È tutto il contrario, quaggiù accettano solo i migliori. Ti rendi conto che ho suonato con Jimi Hendrix ed Elvis Presley? Ed Edgar Allan Poe, il tizio del Corvo, hai presente? Be’, sì, quello, ha scritto i testi con noi”.
“Forte…”
“Già. Davvero forte. Posso bere, drogarmi, scopare quindici donne insieme e poi ricominciare. Posso fare quel cazzo che voglio senza menate. Tanto sono morto”.
Mattias deglutì. Quindici donne! “Beh… come mai da queste parti?”.
“Sai, si è sparsa la voce di questo buco qui, e mi è venuta voglia di buttare un occhio. E poi, il vecchio Azathoth ha detto che sei un tipo simpatico”.
“Azathoth?”
“Ma sì, lui dice che l’hai anche aiutato a…”
Mattias sorrise. “Sì, ho capito. Anche lui non sembra male per essere un diavolo”.
“Per essere un diavolo?” Kurt abbassò la testa e gridò nell’oscurità: “Samueeeel! Vieni un po’ qui”.
Arrivò su un altro tizio. Era vestito di bianco, impeccabile, con un completino fine ‘800. Aveva un bel cappello, bianco anch’esso. Fumava un sigaro. “Che c’è, Kurt?”
“Hai presente il ragazzino del buco? Beh, eccolo qui. E… senti questa… crede che i diavoli siano rompicoglioni”.
Samuel scoppiò a ridere. “Ragazzo mio, ti giuro, non pensavo che sulla Terra qualcuno credesse ancora a queste sciocchezze”.
Mattias arrossì. Ecco, aveva detto la sua stupidaggine quotidiana. Era ovvio che nessuno volesse essere suo amico, visto che parlava sempre a sproposito.
Kurt Cobain, notando il suo disappunto, fece cenno a Samuel di smettere di ridere. Quello ridivenne subito serio e disse: “Non te la prendere, ragazzo. Non è colpa tua, davvero. È il nostro marketing che fa acqua da tutte le parti”.
Mattias sorrise. “Certo che sembra proprio un posto divertente”.
“E’ un posto divertente, dammi retta. Io, poi, fin da quando ero vivo sono sempre stato convinto che la compagnia che trovi all’Inferno è mille volte meglio di quella che trovi lassù”, indicò il cielo con l’indice, “in Paradiso.”
“Una pensione per rincoglioniti”, sentenziò Kurt Cobain.
“Già, beh, infatti. Hanno un clima migliore del nostro, bisogna dargliene atto. Ma se lo possono tenere stretto per quanto mi riguarda”.
“Ehi, ragazzino”, disse Cobain a Mattias, “Perché non vieni con noi? Sembri un tipo a posto”.
Un tipo a posto. Nessuno gli aveva mai detto niente del genere. E se è Kurt Cobain a dirtelo, beh, si fottano tutti gli altri, quello è uno che ne capisce, e parecchio. Ma andarsene all’Inferno…
“Sai, non è che mi va tanto l’idea di morire”.
“E chi ti dice che devi morire? Il buco ce l’hai, no? Noi a passare non ce la facciamo, ma tu sei bello magrolino. Senza offesa”.
Per un momento Mattias fu sul punto di buttarsi giù. Poi si fermò. Il Diavolo è ingannatore. Giusto? Ma dopotutto lui un diavolo vero l’aveva visto, a differenza di chi gli aveva insegnato le basi della religione. E non gli era sembrato granché pericoloso. Brutto sì, ma pericoloso… e se fosse stato anche quello un trucco, un trucco nel trucco?
“N… non saprei…”
“Via, Kurt”, disse Samuel, “non insistere. Se non vuole, non vuole”.
“Mah, capisci, Samuel, un po’ mi ci immedesimo, nel ragazzo. Io, da vivo, non sono mai stato felice come lo sono quaggiù. E neanche lui mi sembra uno felice, capisci? Cioè, tu hai presente la sua famiglia?”
“E che ne sapete, voi, della mia famiglia?”
“I morti sanno tutto, ragazzo”, borbottò sorridendo Samuel.
“Ah già, scusa”.
“Senti, comunque…”, disse Kurt, “Hai tempo fino a domani mattina. Se vuoi ti mando su qualcuno a parlare, caso mai credi che io ti voglia vendere una specie di pacchetto-vacanze del cazzo”.
“E perché fino a domani mattina?”
“Perché domani il buco chiude. Non è la prima volta che qualcuno trova l’Inferno. In alcuni punti la volta è un po’ sottile e così, se hai culo…. Ma poi arrivano una specie di diavoli carpentieri e chiudono tutto”.
“Ma dai…”
“A dire il vero”, intervenne Samuel, “noi non potremmo neanche parlarti. È contro il regolamento. Ma all’Inferno non è che li rispettiamo tanto, i regolamenti.”
Era ormai parecchio che Mattias era accovacciato a parlare nel buco. Gambe e schiena iniziavano a dolergli. Entro poco sarebbero tornati i suoi cari familiari e lui non era più tanto ansioso di raccontar loro del portale dimensionale che aveva trovato zappando.
“Sentite, si è fatto tardi. Quando dovrebbe chiudere, il buco?”
“Mah, credo domani. Verso mezzogiorno, l’una al massimo”, rispose Kurt.
“Che dite, ci rivediamo domani mattina verso le dieci?”
“Volentieri, giovanotto”, amiccò Samuel. “Tu intanto pensa all’offerta di Kurt”.
“Posso farvi un’ultima domanda?”
“Spara”, concesse Kurt.
“Ma non vi annoiate, dooo un po’, chiusi là sotto?”
“Guarda”, rispose Samuel, “Io son qua da molto più tempo di Kurt, e posso dirti di non essermi annoiato neanche un giorno che fosse uno”.
“E che fate, per passare il tempo?”
“Pecchiamo. Da veri professionisti”.
Quella sera era in programma una cena di famiglia. Otto e mezza, orario da galline. La colf filippina era arrivata a metà pomeriggio. Dalla cucina proveniva un buon odore – segno che la signora Moretti non si era neppure avvicinata ai fornelli.
Si sarebbero riversate in casa almeno due decine di parenti, tra zii, cuginame, fidanzati e congiunti del cuginame, cognati e compagnia. Mattias odiava queste serate: la famiglia riunita faceva a gara per insultarlo. Addirittura i più piccoli della masnada, i biscugini di quattro anni, gli rivolgevano pernacchie e lo prendevano a calci sulle ginocchia. I calci dei piccoli non facevano male, ma umiliavano. Parecchio. Anche perché a lui non era concesso reagire. Per Luisa era diverso: le dicevano che era bella, intelligente, simpatica, eccetera. Mattias avrebbe fatto bene a prendere un po’ da sua sorella. Lei aveva tanto da insegnargli! E soprattutto Mattias avrebbe fatto bene a smettere di leggere robaccia.
Ed eccoli lì, che arrivavano. Poteva sentire il rumore delle macchine, una dopo l’altra. Chiuse gli occhi e strinse i denti. Kurt Cobain, aiutami tu. Preferirei essere Rick Deckard e dover affrontare Roy Baty…
Le più puntuali, come sempre, furono le zie più grasse. Erano curiose di vedere cosa si sarebbe mangiato e cosa si sarebbe bevuto nella lunga serata. Soprattutto, bramavano assaggiare tutto in anticipo. Infilavano – raffinatamente, per carità! – le dita nei piatti e, rapide come manguste, portavano il cibo alla bocca. Poi si leccavano le dita e passavano al piatto successivo.
Mattias si era rifugiato in camera. Chiuso. Sapeva che la pace non sarebbe durata a lungo. Appena superata la massa critica, diciamo la prima decina di parenti, la voce della madre avrebbe preteso la sua presenza. E infatti. “Mattiaaaaaaassss…”, la sentì chiamare, “Vieni qui, a salutare gli zii”.
Gemendo, Mattias uscì.
“Caaaro… ti vedo una volta all’anno e… ma sai che non cresci di una virgola?”, gli disse zia Mietta ridendo giuliva, come se gli stesse facendo il più gran complimento dell’universomondo.
“Eh già…”, rispose Mattias.
Zia Mietta si avvicinò e si mise a pizzicargli le guance. “Ma la ragazza, ce l’hai la ragazza?”
“N…no”
“Oh, oh”, giubilò zia Mietta, roteando gli occhi nella sala ormai piena, in cerca di approvazione, “Ma lo sai che il mio Gianni alla tua età ne aveva già avute tre?”. Il Gianni in questione era suo figlio. Aveva trentadue anni e assumeva eroina da tredici.
“Si, beh… dov’è?”
“Stasera doveva uscire con la sua nuova conquista… ne fa una al minuto, quel birbante!”
Sì, come no, pensò Mattias, si starà bucando in qualche bordello tailandese. Stava meditando di dirlo ad alta voce, quando la zia fu attratta da un purè che la colf stava estraendo in quel momento dal frigorifero. Mattias ne approfittò per svincolarsi e scappare. Nessuno badava più a lui. Tutti erano ipnotizzati dal cibo in arrivo.
La cena si teneva in giardino, dall’altra parte della casa rispetto all’imboccatura dell’Inferno. Era la parte del giardino più in ordine, nonché l’unica zona in cui fossero già state coperte le ultime buche di Mattias.
Il momento della cena vera e propria era quello che il ragazzo odiava di meno. Si trattava di un buffet, quindi non era costretto a stare a tavola tra due vecchi odiosi, due giovani boriosi o due bambini maleducati. C’erano dovunque cibo e vino, e quindi tutti avevano di meglio da fare che tormentare lui. Come al solito si rincantucciò in un angolo a mangiare, cercando di attirare l’attenzione il meno possibile. Il peggio sarebbe arrivato dopo, a pance satolle. Solo allora sarebbe iniziato il vero e proprio tiro al bersaglio.
E, puntuale, il peggio arrivò. Iniziò con un cugino, un professore di latino che aveva sposato una dotta puttana. Gli si avvicinò e gli disse: “Ma com’è che non partecipi mai, eh? Sei qui e sembri altrove.” Il suo sorriso avrebbe ingannato chiunque. Benevole, affidabile, sereno. Non Mattias. Lui sapeva che era una maschera da predatore.
“Sono un po’ stanco.”
“Stanco? Ma se non fai niente tutto il giorno!”. Altri parenti si avvicinavano. Facevano finta di niente. E intanto, un passo via l’altro, si avvicinavano. Un paio di cugini là, uno zio qua, due bimbetti lì. La danza era iniziata e Mattias era il prigioniero legato al palo.
“No, io…”
Il cugino professore rise. “Tua madre me l’ha detto, che non vuoi mai andare a mare con loro. Che, ti credi troppo bravo per la tua famiglia, eh?”
“No, io…”
“Sì, infatti”, ringhiò la madre, mentre si avvicinava. Il marito, completamente ubriaco, stava russando su una poltrona. “Dovrebbe proprio calare le arie, questo qui.”
”Secondo me è troppo viziato. Non dovreste permettergli di fare quelle… buche”.
“E che devo fare? Se non scava legge quella roba lì che sai”.
“Posso prestargli qualcosa io, se vuoi. Un bel classico. Che so, il De Bello Gallico”.
“Guarda. È uno sforzo inutile. Sapessi quante volte ho prov… ehi, torna qui!” Mattias stava provando ad allontanarsi alla chetichella, visto che i due lo ignoravano e tutti gli altri seguivano la loro discussione.
“Sai”, gli disse una cugina, storcendo il naso. “Non è bello andarsene, quando si parla di te”.
“Maleducato”, lo accusò uno dei bimbetti assestandogli un calcio negli stinchi.
“Ho, ho, ho…”, rise zia Mietta, “i miei nipotini sono proprio vivaci…”. Represse un rutto e accarezzò i capelli del nipotino vivace.
“Non è giusto…” sussurrò Mattias.
Immediatamente tutti gli occhi furono su di lui. “Cosa hai detto?”, sibilò la madre, portando le mani ai fianchi.
“N…niente. Niente”.
“Ti ho chiesto di dirmi cosa hai detto”.
“Ha detto che non è giusto”, chiocciò Luisa.
Gli occhi della madre si accesero. “E come ti permetti di rivolgerti così a tua zia?”
“Non… non mi sembra di aver detto niente di male…” Mattias aveva quasi le lacrime agli occhi.
“Non ti sembra di aver detto niente di male?”, urlò la madre.
Mattias non voleva cedere. “No”, disse. “Il bambino mi ha preso a calci”.
“E certo! Perché tu giusto con i bambini te la sai prendere!”
“Ma io non…”
“Mattias”, intervenne dolcemente zia Mietta, “bisogna ammettere i propri errori”.
“Io non…”
“Sì, invece. Hai sbagliato”.
Il bambino iniziò a frignare. “Vedi? Un bambino piange per colpa tua”.
“E quando piange un bambino, piange Dio”, sentenziò una cugina particolarmente cattolica, tutta intenta a spolparsi una coscia di pollo.
“Io non…”
“Ancora!”, disse la madre. “Se già ora sei così, che mi farai quando avrai quindici anni?”
“Qualche brufolo già ce l’ha”, disse il cugino professore.
Una voce sconosciuta interruppe i cecchini. “Basta così!”. Veniva dal fondo del giardino, una zona non illuminata.
“Chi è là?”, gridò il fidanzato di una cugina, un culturista biondo alto almeno due metri.
Dalle ombre emerse una figura. Sembrava umana, ma non del tutto… ombra tra le ombre, riconoscibile eppure evanescente. Scarpette di stoffa. Pantaloni larghi. Dei nunchako legati alla cintura. Torso nudo. Fisico asciutto. Lineamenti orientali. Mattias lo riconobbe subito. “Bruce Lee!”, urlò.
“Sono io”, rispose l’ombra sorridendo. Tra i parenti si diffuse un brivido. Quel tipo…. Silenzioso. Quasi trasparente. Sembrava un fantasma. Ma no, la gente colta non crede ai fantasmi.
Il primo a riprendere coraggio fu il culturista. “Faresti bene ad andartene, amico.”
Bruce Lee scoppiò a ridere. “Guarda che gli spiriti picchiano, sai?”
Anche il culturista provò a ridere, ma ci riuscì meno bene. In compenso si avvicinò, minaccioso, a Lee. “Non costringermi a farti male”.
Di nuovo, Bruce Lee rise. Il culturista gli si avventò contro. Bruce Lee si spostò lateralmente, con la grazia di un gatto. Colpì il culturista con un calcio al volto. Senza scomporsi. Il culturista crollò a terra.
Il parentado di Mattias iniziò ad urlare. Solo il padre non si accorse di nulla, visto che russava ancora. I parenti maschi si sentirono in dovere di intervenire, se non altro perché erano in dodici contro uno. I più intelligenti si armarono di sedie.
Il combattimento non durò più di una manciata di secondi. Bruce Lee saltava, attaccava, colpiva, mandava in frantumi le sedie con pugni e calci. Non ebbe neppure bisogno di usare i nunchako.
Presto rimasero solo donne terrorizzate e bambini in lacrime. Tutti gli uomini erano a terra. Ossa rotte, nasi spezzati, traumi cranici. Tutti tranne il padre di Mattias, che continuava a dormire in poltrona. Bruce Lee si avvicinò al ragazzo. “Non è che ti dispiace, no?”
“No, perché?”
“Beh, siccome erano tuoi parenti… ma quando ho visto come ti trattavano, non ho saputo resistere”.
Mattias sorrise. Per la prima volta, quella sera. “Non sai che favore mi hai fatto, altroché!” Anche Lee sorrise. “Ma da dove vieni? Sei uscito dall’Inferno?”
“Mi ha mandato Kurt Cobain. Pare che i diavoli carpentieri stavolta siano più veloci del solito, e per domani il buco dovrebbe esser chiuso. Voleva che te lo dicessi”.
“E tu come hai fatto a venir fuori?”
“Dimentichi che sono elastico come un gatto?”, rispose Bruce Lee, mettendosi scherzosamente in posizione da combattimento.
Zie e bambini assistevano attoniti. Inferno? Kurt Cobain?
“Quindi devo decidermi ora, eh?”
“Esatto.”
Decidere. Era una cosa che Mattias aveva avuto modo di fare poche volte, nella vita. In genere le decisioni le prendeva sua madre. Lui doveva obbedire e basta. Non decidere. Possono decidere solo i grandi. O i bambini intelligenti. Non lui. Non cazzoni che passano tutto il giorno a scavare buche e leggere fantascienza. Quelli come lui dovevano solo tacere. E farsi insultare dagli zii. E farsi picchiare dai bambini. E…
“Mi dici una cosa?”
“Quello che vuoi.”
“Ma c’è anche Philip Dick, laggiù?”
“Ovvio.”
“E Marilyn Monroe?”
“Oh, sì.”
“E se vengo, tu mi insegnerai qualcosina?”
“Qualcosina? Ehi, per me è un piacere insegnare arti marziali!”
Mattias guardò i suoi parenti. Guardò i relitti distesi sul pavimento. Guardò sua madre. Sua sorella. Suo padre. E poi Bruce Lee.
“Non è che c’è il rischio che tra qualche anno mi raggiungono ‘sti qua?”
“Naaa… questa è gente che non si diverte e va a messa. Da noi non li fanno certo entrare”.
“Guarda che scopano un sacco”.
Bruce Lee ammiccò. “Quelli che vengono giù scopano veramente un sacco. Non come questi falliti. È proprio un’altra categoria”.
Mattias tirò un sospiro. Aveva deciso, e nel suo cuore non c’erano dubbi. “D’accordo”, disse, “Vengo”.
La madre non aveva capito nulla del discorso. E come avrebbe potuto? Ma l’ultima frase era abbastanza chiara. “E…ehi”, disse, molto meno autoritaria del solito. “Dove vai, tu?”
“All’Inferno.”
E, senza più degnare di attenzione né lei né gli altri, Mattias si allontanò nell’ombra chiacchierando con lo spirito di Bruce Lee.
E fu così che Mattias Moretti trovò l’Inferno in giardino e decise di andarci a vivere (sì, vivere) per sempre. Siamo tutti convinti che sia felice di averlo fatto.
Sulla sua famiglia non c’è molto altro da dire. Presto o tardi morirono tutti, e tutti finirono in Paradiso. Il Paradiso è un posto molto chic, assomiglia a una sala da thè. Si parla di letteratura elevata, si studia il greco antico, si gioca a scacchi e ci si intrattiene in mille attività per bene. Tutti si annoiano almeno quanto si erano annoiati in vita. Ma, come in vita, nessuno può ammetterlo. Dopotutto, è il Paradiso!
Qualcuno sospetta che Dio sia Groucho Marx.