Emiliano Vitelli
Una favola pulp
Il buon patriota ed il bambino (ma dove cazzo sta la morale?)
C'era
una volta un uomo che era giunto alla soglia della disperazione perché la sua
identità era stata rubata.
Ormai da tempo aveva perso la sua usuale allegria perché, non smetteva di
ripetersi, un fottuto bastardo ragazzino negro di 13 anni gli stava distruggendo
la vita. Il suo orgoglio di vero italiano e sano fascista era straziato, come
pugnalato e torturato: perché la vita era stata così crudele?
In fin dei conti era un uomo buono, un patriota; quello che, la semantica della
lingua corrente, ben descriveva e concettualizzava come "uno dei nostri
ragazzi".
A quell'epoca questo buon cittadino, come lui con sentita e sincera modestia si
definiva, viveva una situazione assurda, paradossale ed insostenibile, che
squartava, maciullava, deflagrava la sua esistenza.
Come fosse possibile che un bambino di 13 anni, un fottuto immigrato proveniente
da chissà quale parte di quell'immondezzaio che era l'Africa, avesse il suo
stesso nome ed il suo stesso cognome non era dato saperlo. Il povero italiano a
dire il vero un'idea, a forza di pensare solo a quello, se l'era fatta. Secondo
lui l'unica razionale spiegazione non poteva che essere data dal fatto che un
infame comunista del cazzo, tempo addietro, si era messo di proposito a scopare
a destra e a manca per l'Africa quelle mignotte tribali dando nomi italiani ai
nascituri per poi creare scompiglio nel giusto e democratico mondo occidentale.
Un bel giorno però, ascoltando il telegiornale sentì una notizia che lo
determinò a prendere una decisione che probabilmente albergava da molto tempo
nel suo subconscio. Apprese che molti concittadini stavano vivendo la sua stessa
vicenda e, pur se era vero che molte di queste persone, pensò, erano dei rossi,
tuttavia tanti tantissimi erano camerati: doveva contattarli!
Decise che, d'ora in avanti, il suo unico scopo doveva essere quello cercare ed
eliminare questi fottuti bambini. D'altra parte l'esasperazione di cui era
soggetto ogni qualvolta veniva prelevato dalla forza pubblica, l'amica dei
cittadini che giustamente faceva il suo dovere, e portato in squallide stanzette
per compiere <<ulteriori e più approfonditi accertamenti>>, era giunta a livelli
insopportabili. La sua quotidianità civile era divenuta una poltiglia
incancrenita di carne tumefatta.
Il suo fegato si rifiutava di lavorare, così come tutto il suo apparato
digerente: mangiava e vomitava residui di cibo conditi da copiose macchie di
sangue e bile, stava assumendo un colorito giallo, il suo fisico prestante di
buon fascista era, ormai, un vecchio ricordo.
Povero onesto cittadino!
Non molto lontano, intanto, un gruppo di bambini ascoltava attentamente un loro
coetaneo che, salito su una cassetta della frutta trafugata dall'antistante
discarica, diceva: <<E' giunta l'occasione che aspettavamo. Domani si terrà il
Gran Galà del Quiz.
Dobbiamo far capire a questa pletora di razzisti che noi siamo vivi, che
lasciamo la nostra terra per venire qui non certo perché la nostra più grande
aspirazione è quella di pulire i vetri delle loro fottutissime macchine.
La maggior parte di questa gente è rincoglionita da se stessa. Da tempo hanno
perso il senso del ridicolo. Ma ciò che è più grave, come ben sapete amici miei,
è che questo loro atteggiamento, questo senso di autoconservazione e
autoripetizione della quotidianità nasconde un pensiero subdolamente razzista.
E' questa la vera ragione della nostra lotta. Ne va della nostra identità e
della nostra vita.
Siamo giunti, finalmente, alla fase finale del nostro piano. Domani compieremo
un atto dirompente che si introdurrà nella coscienza collettiva. Sarà facile.
Abbiamo gettato nel panico la loro civiltà cripto-razzista appropriandoci dei
loro nomi. Non hanno più un'identità perché così facendo abbiamo messo in crisi
il loro ordinario sistema di autodeterminazione ed autoqualificazione personale.
Ognuno può essere se stesso ed un altro, tutti sono tutti e quindi nessuno, se
non ci riconoscono non ci imprigioneranno, se non ci distinguono non ci
abbatteranno.
E' giunto il momento di attaccare il vero epicentro del loro rincoglionimento
globale, vera fonte di quel razzismo subdolo che noi dobbiamo debellare .Come
ben sapete, non c'è gioco a premi, non c'è quiz show, non c'è domanda da un
milione di euri che veda come concorrente una persona di colore.
Questa è la vera esplicitazione, la prova provata, che la loro società e cultura
si sta modificando verso un istinto evolutivo di sopravvivenza fondato su
principi sostanzialmente razzisti>>.
Passarono dei giorni e l'uomo che aveva deciso di trovare il bambino di 13 anni
con il suo stesso nome era riuscito a raccogliere intorno a sé un numero
accettabile di onesti cittadini e bravi ragazzi che stavano vivendo il suo
stesso dramma.
Quei giorni furono caratterizzati da un'attività frenetica di coordinamento ed
organizzazione, ma poi finalmente era cominciata la caccia di quei bastardi
teenager.
Di buon ora, ogni mattino, l'affiatato gruppo di cittadini usciva dalle proprie
case con il petto in fuori ed animati di buona volontà, come il Signore gli
aveva sempre insegnato. Avevano cercato, inseguito, individuato e perso;
ritrovato, pedinato, osservato e spiato.
Una ricerca che finalmente stava dando i suoi frutti. Certo, in alcuni casi si
erano sbagliati, avevano preso per errore qualcuno che non c'entrava niente e lo
avevano preso a bastonate rompendogli le ossa una a una; avevano violentato
qualche uomo o qualche donna, ma poco importava.
Un bel giorno finalmente l'uomo che aveva costituito quell'amabile compagnia
chiamò a raccolta i suoi amici per comunicargli delle notizie sensazionali:
l'indomani quei figli di troia negra avrebbero compiuto un attacco, ma non si
conoscevano i dettagli, al Gran Galà del Quiz.
Inizialmente fu lo sconcerto, nessuno si aspettava che avessero puntato così in
alto. Ma subito tutti si guardarono negli occhi e un grido ad un volume
altissimo si sollevò nell'aria. Quell'atto rituale penetrava nei loro cuori e
gli infondeva un coraggio così sentito che le loro vene iniziavano a pompare
sangue in maniera forsennata, i loro occhi diventavano lucidi, i loro muscoli
fremevano per entrare in azione.
L'evento telenazionale sarebbe stato difeso e allo stesso tempo avrebbero
catturato e massacrato quei negretti del cazzo.
Coricatosi nel suo letto l'uomo, che una volta era stato tanto triste, si sentì
di nuovo fiero e si addormentò pensando che l'indomani si sarebbe ripreso la sua
identità da quel fottuto bambino di 13 anni e che se la sarebbe riconquistata a
forza di sprangate su quell'africano.
Finalmente arrivò il giorno che tutti aspettavano. Il Teatro del Pensiero Unico
era gremito di personaggi famosi e ricchi industriali, tutte le televisioni
erano sintonizzate sulla stessa frequenza.
I vip si erano finalmente seduti nelle prime file, e la maggior parte della
nazione si stava godendo qualche minuto di pubblicità nella trepidante attesa
che il grande show avesse inizio. Ormai tutto era pronto per il Gran Galà del
Quiz.
Tre, due, uno... Si aprì il sipario, il presentatore avanzò con un sorriso che
andava ben oltre il tubo catodico. Un passo dopo l'altro giunse al microfono,
chiuse gli occhi per una frazione di secondo come se volesse comunicare
un'iniziale timidezza, sconfitta però subito dal suo noto temperamento. Guardò
la platea che aveva di fronte, ma subito fissò intensamente la telecamera di tre
quarti entrando finalmente in tutte le case.
Un altro secondo di trepidante attesa e poi proclamò: <<Che il Gran Galà abbia
inizio!!!>>.
Tuttavia non fece in tempo a continuare il discorso di apertura perché fu presto
il buio. Improvvisamente andò via la corrente.
Qualche telespettatore diede un paio di schiaffoni al proprio televisore, molti
pensarono che fosse una trovata prevista dello show e quindi attendevano che
qualcosa di magnifico accadesse; nel teatro gli spettatori rimasero un po'
perplessi perché sentivano ed intravedevano i tecnici che correvano da una parte
all'altra.
Ad un certo punto si cominciò a sentire un rumore sempre più incalzante. Non era
assordante, ma il suo sistematico cadenzare lo ergeva sopra la miriadi di suoni
e sopra lo stesso vocio della platea.
Si fece appena in tempo a identificare quello strano suono in una marcia, che
sul palco si accese una singola luce diretta al microfono.
Tutti si zittirono, stupefatti di vedere un bambino di colore arrampicarsi sul
palcoscenico ed appropriarsi del microfono.
Il piccino abbassò l'asta portandola alla sua altezza e proferì: <<Faccio parte
del Gruppo di destrutturazione esistenziale in lotta contro il pensiero
cripto-razzista, per la liberazione ed emancipazione degli immigrati.
Rivendichiamo...>> .
Anche il bimbo come il presentatore non riuscì a concludere il suo discorso. Una
spranga tagliò l'aria e si incastonò nel suo piccolo cranio. Del materiale misto
di sangue e cervello volò fin sui costosissimi vestiti e trucchi di chi sedeva
in prima fila.
Gli spettatori che sedevano nel teatro, entrarono nel panico, ma non tutti
contemporaneamente. Il terrore si insinuò nell'animo degli astanti man mano che
sentivano urla di paura e vedevano i propri vicini di poltrona alzarsi e correre
via verso le uscite.
Fu in quello stesso momento che gli ignari telespettatori, nelle loro case,
senza poter capire cosa accadesse, rimasero bloccati e attoniti a fissare lo
schermo a righe multicolori della propria tivù e, come ipnotizzati dal suono
monotono che fuoriusciva dall'apparecchio catodico, entrarono pian pianino in uno
stato mentale di coma.
Nel frattempo il panico all'interno del teatro era destinato ad aumentare poiché
appena i terrorizzati vip arrivarono alle tende che celavano gli ingressi,
irrimediabilmente sbatterono violentemente contro le porte che erano state
sbarrate.
Braccia rotte, gambe spezzate, corpi schiacciati e calpestati. C'era anche chi
riusciva a svicolare, tentando successivamente di correre verso un'altra uscita
nella speranza che la trovasse aperta. Tuttavia il panico che cresceva secondo
dopo secondo li rendeva cechi e gli impediva di capire o anche solo di vedere
che quel mattatoio di carne umana si formava in corrispondenza di tutte le porte
e lungo tutto il perimetro del teatro. In ogni caso, anche quando qualcuno
riusciva a retrocedere non poteva che compiere solo pochi metri perché subito si
scontrava violentemente con chi fuggiva nella direzione inversa.
Sangue, vomito, pezzi di carne, ciocche di capelli e vestiti avevano sostituito
la moquette. Il terrore che cresceva esponenzialmente, aveva messo gli apparati
digerente, intestinale e di evacuazione, di quelle civiche celebrità
completamente fuori controllo; non c'era angolo che non si presentasse come una
poltiglia fangosa di colore rosso e ocra, da cui si espandeva una pozza da
rigurgito fognario e discarica che solo la paura più nera impediva di far notare
la propria presenza nelle narici sanguinanti dei fuggitivi.
Tuttavia il buon cittadino che aveva scagliato il colpo non visse così a lungo
per assistere a quel macabro spettacolo, infatti, mentre si beava soddisfatto
del risultato conseguito nonché di aver riconquistato finalmente la sua
identità, un bimbo gli saltò addosso mordendogli a sangue le orecchie, gli
accecò gli occhi e con le sue manine gli strappò la lingua. L'uomo si adagiò al
fianco del piccolo immigrato che aveva appena terminato di massacrare ed in
cinque minuti morì dissanguato tra dolori lancinanti ed urla irripetibili.
Purtroppo bastarono quelle sole due morti sul palco per scatenare il caos.
I concittadini del buon patriota uscirono armati delle loro mazze e delle loro
spranghe, i bambini africani uscirono allo scoperto armati della loro rabbia.
Teste saltarono, bulbi oculari volarono come biglie scagliate da una fionda di
un ragazzetto che gioca, il sangue scorreva e poi merda, piscio e ancora sangue.
In quel nefasto teatro, in quel nefasto scontro solo la follia manteneva la sua
inamovibile razionalità. Tutti erano contro tutti: patrioti contro concittadini,
bambini contro bambine; bastardi tredicenni contro inferocite oneste personalità
dello spettacolo; fascisti contro democristiani, comunisti contro "io sono più
comunista di te"...
Alla fine, non vi fu nessun vinto e nessun vincitore. Non vi fu più nessuna
celebrità, nessun bambino, nessun onesto cittadino e nel teatro scese il
silenzio.
Era proprio quello il momento che i tecnici elettricisti, gli operatori di
pulizia, i cameraman e tutto lo staff aspettava. Partirono, di gran lena a
pulire, deodorare, attivare, rigenerare, inquadrare. Se non fosse stato per la
circostanza che l'arena teatrale era vuota, nessuno avrebbe potuto immaginare
quello che era accaduto un'ora prima.
All'ultima centralina elettrica attivata la scenografia del palco riacquistò
tutto le sue potenzialità affabulatorie e la musica riprese ad essere la più
dolce delle ammaliatrici. Il collegamento televisivo fu ripristinato ed al "tre"
il gagliardo presentatore riconquistò il suo posto e, con saldamente in mano il
foglio delle risposte, su cui ancora si notavano due coraggiose gocce di sangue
che tentavano di testimoniare l'accaduto, pronunciò le parole che tutti i
democratici, civili e onesti telespettatori si aspettavano: <<Che il Gran Galà
abbia inizio!!!>>
La nazione tele-elettorale a quel suono uscì dallo stato ipnotico in cui si
trovava e riacquistò la totale e piena facoltà di intendere e volere un quiz.
Così, vissero tutti felici e contenti.