Barbara Amerio

Tulip Fair-play

Era la buca diciassette a proiettarsi dietro il sentiero serpeggiante, la luce arrivava alla spalle dei giocatori sudati in quel caldo ed interminabile pomeriggio ; i caddies appostati dietro la cunetta
in attesa del primo colpo di quel bizzarro trio . A dir il vero i portasacche avrebbero preferito veder i tre uomini protervi molto più volentieri davanti ad un giudice accusati dei loro peccati o magari in cella con qualche simpatico energumeno con un vizio evidente che trotterellare liberi sul percorso. La partita era la solita del giovedì erano i tre soci dell’impresa edile Luschi la più grande della città ed anche i fieri creatori di mostri in cemento che si stagliavano sulla costa.
Come nella vita anche nello sport non conoscevano regole e giocavano sempre tra di loro perché in quel club di provincia ,sebbene l’estrazione sociale degli inscritti fosse tutt’altro che nobile , meccanici, agricoltori , tappezzieri e baristi ,nessuno voleva sentirsi nella posizione di dover subire le loro spregiudicatezze golfistiche ed essere obbligato a ribellarsi inimicandoseli.
La partita era cominciata tra insulti e i ventri opulenti stretti tra i pantaloni rigati ondeggiavano
nei loro swing come la gelatina di ribes sui pasticcini della buvette ; inutile specificare che il livello sportivo era miserabile. Quel povero campo che si era visto calpestare da giocatori professionisti ed illustri “scarpe chiodate” ora pregava in silenzio che i caddies fossero attenti ed arginassero quelle ferite provocate dai pesanti sockets che strappavano zolle erbose scarnificando nel profondo il folto manto profumato.
Durante la partita gli argomenti erano poco edificanti ,” troie “ la parola più pronunciata e quelle voci prepotenti violavano l’ovatta di suoni della pineta circostante; i caddies per i tre giocatori non possedevano udito e li anticipavano sul percorso mestamente ma ,inseguendo le palline con traiettorie sbilenche tra le rive scoscese coperte di arbusti ed ortiche, si prendevano una sorta di rivincita obbligando quei corpi flaccidi ad assumere posizioni goffe e precarie per seguire i consigli ricevuti ed effettuare il colpo e mentre davano l’ultima indicazione di direzione intimamente speravano in un accidentale capitombolo che trovasse sul cammino qualche pietra acuminata , prendendo in ostaggio lembi di tessuto dei pantaloni.
Le regole di questo gioco si basano sulla lealtà del giocatore e a fine buca la semplice domanda – Quanto hai fatto ? – implica che si dica la verità in chiave numerica.
I tre soci accendevano violente discussioni condite da bestemmie ed erano chiamati a testimoniare i tre caddies che venivano considerati pure senza vista e anche se erano stati testimoni di quel air-shot nel boschetto ,con lo sguardo venivano pilotati loro malgrado a tacitare la menzogna.
Dopo diciassette buche il bilancio era pesante, i tre soci in totale avevano perso un chilo,un etto e 46 grammi di balata ossia 22 palline tra out , laghetti, alberi dalle fronde avide ed eccezionalmente un colpo maldestro era finito sull’autostrada che passava accanto alla buca dodici ed aveva colpito di rimbalzo un camion telonato conficcandosi nella montagna di letame bovino trasportata.
I caddies si coprivano a vicenda durante gli spostamenti sul campo sempre vigili a non essere colpiti
dai tiri striscianti raso terra dei tre sfiaccati giocatori. La buca diciassette aveva visto i tre tiri di avvicinamento finire nella bocca spalancata del bunker di destra , avevano scommesso l’aperitivo
sul colpo al green e quei culoni a strisce pareva che ballassero il twist affondando le scarpe colorate nel suolo sabbioso per adressarsi alla bandiera : il primo si era imbrattato di fanghiglia e la pallina era rimasta dov’era a guardarlo impassibile, il secondo l’aveva colpita con forza spingendola in out oltre la siepe irrecuperabile ed il terzo, lasciando i caddies a bocca aperta ,era riuscito a scucchiaiarla scoprendo esterrefatto di averla mandata dietro la sua ingombrante sagoma dopo averla cercata invano con lo sguardo sul green. Il percorso si concludeva con un magnifico par tre accompagnato da fossati di acqua protetti da bambù. Una buca da giocare in scioltezza , un ferro 6 morbido per conquistare senza fatica il green in fondo alla discesa.
I caddies esausti trascinavano le sacche griffate contenenti ferri di un valore esagerato per la scarsezza dei loro proprietari , Tulip ,il caddy del più vecchio dei soci ,aveva di nascosto fatto qualche prova all’ombra dei pini e avrebbe pagato oro per provare un tiro e sbalordire i tre giocatori
che ormai avevano solo in testa un agognato boccale di birra ed una doccia rigenerante negli spogliatoi brulicanti. Lì avrebbero millantato come ogni giovedì tiri da manuale residenti solo nella loro fantasia malata. – Scommettiamo che la metto in bandiera ? – Silenzio , sguardo muto degli altri due caddies sbiancati ad udire le parole . – Avete capito bene signori , scommettiamo sulla diciotto ?
I tre giocatori prima increduli , poi presi da un tremore che nascondeva un riso nervoso .
– Tulip stai scherzando , da quando hai queste velleità , spiegaci poi un morto di fame come te arrivato dal Senegal sul dorso di un cammello cosa avrebbe da mettere in palio che ci possa interessare ? -
- Non c’e’ più religione amici , sti' barboni non stanno al loro posto, appena hanno due euro in tasca si montano la testa. Dài passami il ferro 5 e levati di lì che mi dai fastidio.-
Raggiunti gli altri due caddies , Tulip sorrise e seguì la traiettoria agganciata del giocatore che imprecando al cielo si perse il pluff della pallina nel fosso .

- Ti rendi conto che sfrontatezza quel Tulip , aspetta che lo racconto al caddie-master e vedrai che
strigliata che si prende il cioccolatino , il prossimo giovedì vediamo se fiata ancora e poi te lo immagini a tenere in mano la mazza , che non riconosce ancora i nomi dei ferri. -
Seduto in terrazza ed affacciato sulla buca diciotto gli parve di scorgere una sagoma lontana che provava un swing sul tee di partenza e si chiese a quell’ora di sera chi potesse essere ancora sul campo dove l’oscurità era scesa nella sua invadenza ; sentì il rumore dell’impatto del ferro sulla palla ed il sibilo della sua corsa superò il vociare della club-house , strizzò gli occhi verso il green e vide nettamente lo stopparsi della pallina a pochi centimetri dalla buca ed in lontananza il frusciare di camminata in avvicinamento, fece solo in tempo a riconoscere i denti bianchi, quasi fosforescenti di Tulip e le movenze dinoccolate del suo corpo atletico piegato ad imbucare il putt e l’aneurisma all’aorta lo colpì senza pietà.