Carlo Miccio
Pulp friction
“L’ordine è fatto del respiro che si trattiene prima di un grido”
Peter Handke
1. The Arsenal (megastore)
L’appuntamento era per le otto all’uscita della metropolitana di Finsbury Park, davanti all’Arsenal Megastore, punto vendita ufficiale dei prodotti dell’Arsenal. Arsenal, norh london pride[1], apparentemente solo una squadra di calcio londinese, ma per molti anche un qualcosa che rassomigliava sempre più ad una grande religione collettiva, una grande religione di massa che celebrava il proprio culto feticista non allo stadio, ma piuttosto in quei megastore dove potevi comprarti per un centinaio di sterline la maglietta autografata di Kanu o di Tony Adams, magliette autentiche ed ufficiali, ma su cui si leggeva solamente il nome dello sponsor, una multinazionale olandese dedita al commercio di componenti elettroniche. Lontano, a pensarci bene, molto lontano dalla magliettina viola senza scritte ne sponsor che indossavo da ragazzino, adornata da un semplicissimo numero 10, che esprimeva tutto il mio credo e la mia identità calcistica mentre solitario scaraventavo pallonate sulla serranda del garage di casa.
Comunque, l’appuntamento era per le otto ma alle otto e un quarto c’ero solo io davanti al megastore: solo per modo di dire, perché in realtà ero immerso in una processione di magliette rosse ingurgitate dai cancelli della metropolitana ad intervalli regolari. Mi ero un po’ rotto di essere sempre il primo ad arrivare, ed era già un quarto d’ora che aspettavo li davanti, piantato come un cactus incompreso nel gelo precoce dell’ottobre londinese, proprio sul grigio piazzale antistante la metropolitana di Finsbury Park, circondato da una folla di tifosi che se ne tornavano a casa dallo stadio contenti e come al solito abbastanza ubriachi. Per fortuna dopo non molto tra la fiumana umanoide si era fatta largo la testa rasata di Yukio, che mi si avvicinò con un sorriso smagliante dipinto in volto.
“Allora?”
“2-0, prima Kanu di testa e dopo Bergkamp su punizione”
L’Arsenal aveva vinto 2-0, e Yukio era contento: arrivato a Londra da un paesino del Giappone dodici anni prima provvisto solo di una gigantesca collezione di dischi punk, Yukio aveva sempre vissuto nei dintorni del mitico Higbury, lo stadio dell’Arsenal per alcuni, l’ombelico del mondo per altri, e proprio intorno alla squadra londinese aveva costruito il suo processo di lenta e graduale ma decisa assimilazione culturale che ne aveva ormai fatto un perfetto londoner, oltrechè gunner[2] a pieno titolo e detentore di un abbonamento stagionale alla North Bank, la curva dei tifosi inguaribili e hoolyganoidi. Oramai non c’era un pub nella Blacstock Rd dove non lo conoscessero: i baristi lo chiamavano per nome quando entrava, ed era decisamente diventato una figura popolare in quel quartiere di mignotte e kebab shops, (e Arsenal naturalmente) e conosceva tutta la gente giusta da frequentare e quella non giusta da evitare, e addirittura a volte riusciva ad ottenere marijuana a credito dai fornitori, che lo rispettavano per la sicurezza con cui Yukio affrontava qualunque situazione e compagnia, sebbene venisse da un paese lontano e parlasse con un accento che a volte era di difficile comprensione.
Siamo rimasti un po’ li a chiacchierare della grande stagione dell’Arsenal, e Yukio alla fine ammette di essere un po’ amareggiato perché quegli smidollati del Liverpool si erano fatti fermare in casa dal West Ham, annullando una colonnina mica male che Yukio si era giocato in mattinata, e che avrebbe potuto fruttargli qualcosa tipo 400 sterline.
“Quattrocento sterline, cazzo, mica male se ti piovono dal cielo solo per aver saputo indovinare due risultati” affabulava Yukio nella folla, maledicendo i bookmakers di tutto il Regno Unito. Malediva a voce alta William Hill, Ladbroke, Coral[3], ed era uno spettacolo vederlo, questo giapponese incazzato che arringa la folla con il suo accento improbabile, dove Beckham e Bergkamp[4] si pronunciano allo stesso modo.
“Fuck Football, mates” fu il disgustato saluto di Andy che si faceva largo impaziente e contromano tra la folla dei tifosi. Andy odiava il calcio, anzi, odiava qualunque forma di intrattenimento ludico che non mirasse a conquistare donne o soldi. Una cosa su Andy: sua madre è francese, suo padre irlandese, lui viveva da sempre a Londra, ma odia a morte gli inglesi: porci imperialisti, li chiama lui, che di politica non gli frega niente.
Conoscevo Yukio e Andy da almeno 6 anni, dai tempi in cui lavoravamo tutti insieme per una società di ricerche di mercato. Telefonavamo in giro per il mondo a domandare alla gente cosa pensassero di alcune marche: un lavoro noioso, retribuito bene ma veramente noioso, e tra una telefonata e l’altra le nostre esistenze si sono come a dire sintonizzate sulla stessa banda, e siamo diventati buddies, amici. Ma la gang, la vera gang, si può dire che sia nata veramente solo quando una sera al pub abbiamo conosciuto Laszlo.
Laszlo lavorava nella stessa società di ricerche di mercato in cui lavoravamo noi tre. Solo che a differenza di noi lui non era un semplice telefonista, ma il responsabile del sistema informatico, per cui guadagnava qualcosa come il doppio di noi tre messi insieme. Aveva la nostra età, sulla trentina, ma un’aria efebica da adolescente nel volto, ed allo stesso tempo una stabilità economica ed esistenziale che ce lo faceva sembrare incredibilmente più adulto di noi. Una personalità a dir poco affascinante, Laszlo discendeva da una famiglia di nobili decaduti: si era trasferito a Londra dall’Ungheria a seguito dei suoi genitori alla tenera età di 8 anni, e quando loro erano ritornati in patria, 6 anni più tardi, lui si era iscritto al college, ed in Ungheria non c’era voluto più tornare. Anzi, addirittura si rifiutava di parlare ungherese, ma a parte questo lo si sarebbe potuto considerare un genio sotto diversi aspetti: conosceva tutti i segreti che si possono aggirare tra le memorie dei computers, e viveva cablato dentro il suo appartamento, tra pc’s, machintosh’s, modem, videocamere e gadgets elettronici di tutti i gusti. I soldi a Londra contano, forse più che altrove, e mentre noi tre eravamo costretti a condividere con altri sconosciuti gli appartamenti dove vivevamo, Laszlo aveva una casetta tutta sua, e iperdotata di tutti i possibili gadgets elettronici che si possano immaginare: in effetti, ad eccezione dell’ufficio dove puntualissimo si recava ogni mattina, e del pub che visitava puntualmente ogni sera all’uscita del lavoro, Laszlo aveva poca simpatia per il mondo intero che circondava il suo comodissimo appartamento. “Perché uscire, quando a casa ho tutto quel di cui ho bisogno?” era il suo motto, e tutto quello di cui Laszlo aveva bisogno si riduceva a tre-quattro cose ben specifiche. Spesso lavorava anche da casa, la sera, o nel week end, e quando si stancava di lavorare, Laszlo si piazzava davanti al televisore ad assorbire nozioni tecnico scientifiche dai programmi del National Geographic Channel, e quando anche quello era troppo passava a revisionare qualche episodio della sua collezione completa di Star Trek, della maggior parte dei quali aveva mandato a memoria tutti i dialoghi, e quand’anche anche Star Trek diventava troppo impegnativo, si passava alla larghissima selezione di DVD porno che Laszlo teneva in serbo per le lunghe serate insonni. Insonni per lo più a causa del cospicuo flusso di cocaina che s’infilava continuamente nel naso (ed in quello dei suoi ospiti, qualora ve ne fossero) attraverso ogni fase del suo attivismo televisivo, dal National Geographic a Star Trek fino al porno.
Laszlo mi aveva impressionato fin dalla prima sera che ci eravamo conosciuti: stare vicino a lui era come sedere sulla bocca di un vulcano sull’orlo dell’esplosione, ogni chiacchierata apriva cancelli su orizzonti inconcepiti ed inconcepibili fino a poco prima, e pian pianino avevamo tutti e tre imparato a superare le nostre naturali diffidenze verso il mondo di Laszlo, sia verso Star Trek che verso la cocaina e, un po’ più tardi, anche verso la pornografia. Ce ne stavamo li a casa sua interi pomeriggi, noi quattro più a volte qualche estemporaneo ospite, per pomeriggi interi e poi nottate e a volte mattinate anche, a guardarci Picard e documentari sugli squali, e a discutere modelli matematici per calcolare la potenza dei raggi-laser sparati dall’Enterprise verso mondi alieni, o il tasso di dilatazione anale di una certa pornostar arrivata oramai a oltre quindici anni di onorata ed insaziabile carriera. Ozio come padre dei vizi, ed infatti ci riducevamo spesso a dei cessi, strafatti di coca e sommersi dalla birra consumata in quantità industriale per ammorbidire lo sballo.
Dopo un po’, noi tre avevamo via via abbandonato la società di ricerche per altri lavori: Andy in un banca della City, io nell’ufficio stampa di una stilista di Chelsea[5], e Yukio era diventato un giornalista freelance esperto di tutti ma dico proprio tutti, gli sport europei. Laszlo no, col cavolo che lasciava quello stipendio, rimase al suo lavoro nel centro dati della società di ricerche di mercato, ma la gang sopravvisse a questa dissoluzione concertando a cadenza mensile questa cosa chiamata la venuta dei re magi.
In pratica, noi tre eravamo i re magi che portavamo doni al bambinello-Laszlo, che a sua volta ci avrebbe ricompensato con effetti speciali: cioè ci incontravamo a casa sua, dove ognuno di noi portava qualità di fumo diverso, e poi lui metteva in mezzo la coca, e via a sconvolgerci tutti quanti allegramente guardando la tv. Quella sera, per l’appunto, s’era convenuto per una venuta dei re magi, dopo la fine della partita dell’Arsenal, come richiesto espressamente da Yukio, e adesso noi tre per l’appunto ci avviavamo lenti sulla Blackstock road, in direzione del castello di Laszlo.
2. Laszlo’s Castle
Laszlo ci venne aprire con un sorriso smagliante, il suo solito sorriso smagliante: era appena uscito da una dura giornata di lavoro, ma sembrava fresco e riposato come se si fosse appena alzato dal letto. Laszlo era incredibile, riusciva a stare senza dormire anche tre giorni di seguito, coca o non coca, e non sembrava mai stanco. Poi magari si faceva due giorni di seguito a letto, per recuperare, ma questo non lo diceva mai, lo potevi solo immaginare.
Ci accomodammo in sala, intorno al solito tavolino a specchio: il padrone di casa ci caricò di birre ed iniziammo subito la distribuzione dei doni. Come al solito, Yukio aveva portato un cespuglio di yukiohama, la sua personale qualità di skunk che coltivava accuratamente in un soppalco della sua stanzetta a Holloway road, con i coinquilini ignari della cosa ma stupiti dall’elevato costo delle bollette elettriche, dovuto alle lampade utilizzate da Yukio. Una roba da urlo, davvero, una di quelle erbe dove si respira e si intravede tutto l’amore di un coltivatore appassionato, e non un qualsiasi contrabbandiere albanese, un’erba che inizi a ridere già solo quando la vedi, per quanto è verde. Yukio era un vero artigiano della marijuana, e noi tutti eravamo felici ed orgogliosi di condividere con lui i frutti di cotanta operosità.
Quando giunse il mio turno, cacciai di tasca una tavoletta di manali, o manila, o qualcosa del genere, insomma, una crema di hashish che arrivava dall’Afghanistan talebano, che si sbriciolava morbida al tatto e profumava l’aria d’incenso quando la fumavi. Un affare che avevo come al solito concluso tramite Arnold, il parrucchiere della stilista presso cui lavoravo, una checca cinquantenne che viveva ogni giorno della sua vita come se avesse ancora 16 anni, e che su richiesta mi aveva sempre svoltato del fumo di gran qualità a prezzi tutto sommato onesti.
Poi arrivò il turno di Andy, che caccia di tasca 4 pasticchine colorate.
“Che roba è?” chiedo subito io, tendenzialmente diffidente verso tutto ciò che è lo sballo chimico
“Mitsubishi” risponde lui ridendo, mentre Yukio, un autentico intenditore, inizia a decantarci pregi e virtù delle mitsubishi: “Sono pasticche di estasi, particolarmente energizzanti, con queste in corpo puoi ballare, o chiavare, per ore intere se ne hai voglia…”
“Ecco appunto – ribatto innervosito – ballare o chiavare. Cazzo ci facciamo con queste in corpo seduti davanti alla televisione?” Io non ho problemi ne preclusioni verso nessun genere di droga, sia ben chiaro, ma ritengo che ogni cosa debba seguire una logica, seppure una logica effimera ed allucinata: e se uno si prepara a spaccarsi di birra, canne e televisione con gli amici davanti alla tele, che senso ha calarsi di estasi? Ma gli altri evidentemente non la pensavano così: iniziano a prendermi in giro, a darmi del finocchio e cose del genere. Io gli rispondo che sono dei cornuti che non capiscono un cazzo, e che comunque, per non rompere l’unità della gang, mezza pasticca me la calo anche io, ma mi sembra una stronzata, finisce che ad una certa ci ritroviamo a ballare la sigla del meteo davanti alla tele come quattro ricchioni rincoglioniti…..
Per cui ingoio la mia mezza mitsu, e poi iniziano a girare i cannoni, l’erba di Yukio contro il mio hashish, ed è davvero una lotta fra giganti. Si beve, anche, mentre alla tele finisce l’episodio di Star Trek e inizia un documentario sulla demolizione di grattacieli nei centri urbani da riqualificare: questo è il momento della degustazione, se tutto procede bene poi Laszlo ci carica sopra il suo mucchietto di coca, ci si rilassa e ci raccontiamo le nostre ultime avventure. In genere a questo punto si inizia a parlare di donne, e allora quel posto diventa proprio un’arena, dove si fa a gara ad entrare nei dettagli più intimi e arrapanti delle nostre esistenze sessuali. In genere è Andy che inizia a parlare di donne: è un seduttore indemoniato, e siccome è madrelingua sia francese che inglese, riesce ad imitare alla perfezione l’accento francese, che è una cosa che apparentemente squaglia le donne, e così lui continua di volta in volta a narrarci imprese amorose disseminate fra bagni ed ascensori della banca dove lavora. Secondo me esagera, ma è divertente starlo ad ascoltare, ha una maniera davvero francese di raccontare il sesso, e poi la storia dell’accento la riesco a capire benissimo: io sono italiano, per cui il discorso non cambia molto, ma in quel periodo mi ero innamorato di una donna sposata, e di conseguenza non è che avessi tanta voglia di raccontare. Però, senza fare ne nomi ne cognomi, quella sera mi sparai la storiella dei pompini allo champagne, e tutti sembrarono impressionati, soprattutto Laszlo che ama in maniera cosi indecente il lusso sfrenato.
Poi c’era Yukio, che era molto sincero e non mirava ad impressionare, ma che ogni tanto ci parlava delle sue giapponesine minute, che ansimavano ad ogni suo movimento, e ci faceva arrapare veramente tutti con quei suoi raccontini minimalisti sulle sue geisha deflorate. Ma chi si distingueva davvero nei suoi resoconti era sempre Laszlo: raccontava d’incontri ed esperienze di tutti i generi, e le sue descrizioni erano così vivide e impressionanti da rasentare la patinatura dei film porno, di cui si abbuffava. A Laszlo il porno piaceva davvero, inspiegabile secondo me, che in lui vedevo una bellezza così fragrante ed una carica vitale così sensuale da meravigliarmi come mai un ragazzo così pieno di qualità potesse entusiasmarsi alla vista di coiti riprodotti dalle telecamere. Finivamo sempre a vederci quei cazzo di film, stonati come le zampogne e gonfi di pornografia digitalizzata: a quel punto dentro sentivo come un fuoco impazzito che non vedeva nessuna ragione di esistere, in genere diventavo triste e me ne andavo a casa, oppure crollavo a dormire nel letto degli ospiti. Loro rimanevano, e talvolta, prima di crollare anche loro, Laszlo si concedeva una bella sega in pubblico, contento di esibirsi per gli amici davanti alla televisione. Avevo assistito anche io al rito, un paio di volte, e la cosa mi era sembrata di un’evidente omofilia, tutti i nostri sguardi puntati sul cazzo di Laszlo dopo aver assistito a orge e ammucchiate di tutti i generi, uomo+donna, donna+donna, uomo+donna+donna, donna+donna+donna, donna+animale, donna+oggetto di plastica, e cosi via. Poi Laszlo eiaculava e tutti d’incanto ci addormentavamo sparpagliati su letti e sui divani della casa, sognando chissà che cosa.
Insomma, un equilibrio strano il nostro: quattro londinesi per caso, con lo sballo per comune denominatore, ma che poi ognuno si trascinava dentro le sue compulsioni personali: Arsenal, pornografia, denaro, o qualunque altra cosa a portata di mano. Londra era il nostro nido, e da li dentro dominavamo il mondo: o almeno, così probabilmente sembrava essere per qualcuno di noi. Poi, anche quella sera, arrivò il momento del dono di Laszlo, il momento degli effetti speciali, e come al solito si trattava di qualcosa di veramente speciale.
“Ho due sorprese per voi, miei cari affiliati – esordì con vigore il biondissimo efebo ungherese – e la prima è un regalo dalla Bolivia di una mia vecchia conoscenza” . Fece un gesto plateale, e mormorando “Voilah” depositò sul tavolo un cubo di polvere giallastra che non era la solita coca.
“Cristalli purissimi di cocaina freebase, the real thing, altro che cazzi, questa si cucina con un po’ di bicarbonato e diventa una pastella che te la fumi e ti spedisce davvero in paradiso, a parlare con gli angeli, altroché mitsubishi”. Nessuno di noi aveva mai visto quella roba, in verità, solo sentito parlarne, e sapevamo che era uno sballo da dimensione parallela, non la solita roba, insomma, ma una frontiera nuova, totalmente inesplorata. I nostri tre sguardi s’illuminarono di curiosità, eccitati oltremodo da quel nuovo traguardo:
“E’ come si fa?” domandò qualcuno, per cui Laszlo spiegò che andava bruciata su una fiamma e mescolata al bicarbonato, dopodiché si formavano delle pietruzze che debitamente sbriciolate si fumavano mescolate alla brace delle sigarette (“brucia più lentamente”) in apposite pipette di vetro, di cui Laszlo fornì immediatamente 4 esemplari nuovi di zecca.
Ci fu un po’ di tramestio in cucina, pentole, polveri, cucchiai e fornelli, e poi Laszlo ritornò in sala stringendo su un palmo un sassolino biancastro: lo depositò sul tavolino a specchio, ed iniziò a frammentare piano, caricò le 4 pipe con cenere raccolta dal posacenere e avviò i fuochi. Quello che ricordo è un sapore di plastica che mi invade lo stomaco e la mente che inizia a correre, correre, correre come mai prima: disgustosa in gola, quella roba accendeva davvero prospettive impreviste nel cervello, soprattutto quando mi accorsi che Laszlo continuava a caricare pipa su pipa, e dopo 5-6 di quelle bombe mi ritrovai spiantato su un pianeta del tutto sconosciuto prima, fatto come fino a dieci minuti prima neanche pensavo si potesse arrivare a stare.
Andammo avanti per una buona oretta, alternando pipe di freebase a canne di skunk, e verso mezzanotte il degrado era veramente totale, anche se poi tutti e 4 eravamo in cortocircuito per sovraccarico di energie, e non certo mancanza di esse, per cui dondolavamo i nostri corpi sul divano in un tramestio di cartine e pipette, in attesa di qualche avvenimento ma intanto attenti a conservare la cenere prodotta dai nostri cannoni per riutilizzarla nelle pipette di vetro: sembravamo un formicaio impazzito che si agita senza direzione alcuna, ma in fondo, stavamo tutti e quattro veramente bene, la nostra sete tossica estinta veramente da quest’ultimo ritrovato del mercato, e della perfida ricchezza del conte Laszlo di Ferencvaros, come avevamo ribattezzato anzitempo il nostro amico ungherese.
Fu allora che Andy chiese ragguagli sulla seconda delle sorprese annunciate da Laszlo, e a quest’ultimo si rianimarono per qualche secondo le pupille. La seconda sorpresa era un dvd porno, ovviamente! Che stupidi a non pensarci prima: un altro di quei soliti pornazzi che a quel punto avrebbero definitivamente incenerito quel residuo paio di cellule cerebrali ancore attive nei nostri cervelloni.
Alla mia espressione annoiata Laszlo reagì districandosi in una lunga omelia, in cui sostenne che l’industria del porno, insieme a quella militare, rappresentano la punta di diamante dell’intera industria tecnologica mondiale: è attraverso questi canali che va avanti il pianeta, sesso e morte ancora una volta rappresentano le molle del progresso, e i soldi vanno sempre dove ci sono molle da spremere. Per esempio in questo film, continuava il conte Laszlo reso ancor più logorroico, il telespettatore poteva vedere la protagonista mentre si dibatteva in coiti di diverso genere scegliendo lui l’angolo della telecamera che avrebbe inquadrato la scena. “Uno sballo speciale, miei cari affiliati – proseguiva Laszlo – ognuno può scegliere la propria prospettiva, e da li gustarsi tutta la scena in progressione. Questa è vera libertà di scelta, questa è lo scopo ultimo della tecnologia” Noi tre ce lo guardavamo estasiati, e anche un po’ increduli: l’autorità con cui ammantava i suoi discorsi esaltati apparteneva ad una sfera mistica, e lui poteva andare avanti per ore se non lo fermavamo. Nella fattispecie, quella sera io ero troppo di fuori per riuscire ad afferrare quei veloci concetti, Yukio rideva come un indemoniato, e Andy, lo scaltro Andy, disse che fosse per lui avrebbe scelto la prospettiva della pulce.
“Cos’è la prospettiva della pulce?” chiesi io di soprassalto, come colpito da un paradosso neoplatonico. Andy mi guarda in faccia e comincia a ridere: “Lascia stare – mi fa scuotendo il capo – adesso sei troppo fatto, non capiresti mai…magari te lo dico domani…- e poi ancora rivolgendosi a Laszlo – Insomma chi è la star del pornazzo?”
La risposta eccitata del conte Laszlo non si fece attendere:“Avete mai sentito parlare di Jenny Halfpenny?”.
Fu in quel preciso momento che iniziai ad avvertire i primi campanelli d’allarme: Jenny Halpenny, cioè Jenny Mezzopenny, come a dire mezzosoldo, un appellativo che si usa in genere per i bambini, e quel pervertito di Laszlo aveva delle idee a riguardo dell’argomento “pedofilia” che non mi sconfiferavano affatto: non sono un moralista, ma ciò non significa che non abbia i miei limiti morali.
“Hey Laszlo, mica sarà qualche porcata underage? – obbiettai stanco, mentre mi ricaricavo la pipa - Lo sai che non mi…”
“Zitto e guarda – mi ammutolì lui – e ricordati sempre che il cinema è finzione, mentre la tua è una vita vera”. Quando Laszlo parlava in quel modo, c’era sempre uno strano tono d’autoritaria arroganza nella sua voce, che ti faceva sentire invariabilmente un cretino inadeguato, per cui tappai la bocca, finii di caricarmi la pipa e mi concentrai sullo schermo. Quella roba non finiva mai, dopo il primo sasso Laszlo ne aveva cucinata un’altra bella pietruzza, a occhio e croce ci stavamo fumando un migliaio di sterline in una notte, chissà quanto cazzo guadagna questo Laszlo, mi domandavo stordito e stupefatto sul divano del suo appartamento, rincoglionito dalla sua cocaina e circondato dalla sua collezione di video porno.
Poi inizia il film: titoli di testa, “Jenny Halfpenny goes to college”, una produzione di Hong Kong, regia Al Nutriaman, musica degli Artbeats, sfila il cast, un paio di cinesine rilegate di cuoio e pvc, una famosa pornostar indiana, un tipo di colore con il piercing sul pisello, che conoscevo già da altri film, qualche comparsa e poi la videocamera apre sulla vera star: Jenny Halfpenny, nello splendore nudo dei suoi 138 cm di altezza. E che sorpresina da nulla ci aveva fatto Laszlo, che adesso strillava eccitatissimo: “La riconoscete? Dai è lei, non ci si può sbagliare, è lei, quella bocchinara di Begonia”
Begonia, Begonia de Villareal: a blast from the past, un esplosione improvvisa dal passato, certo che ce la ricordavamo Begonia de Villareal, e soprattutto se la ricordava Yukio, che adesso era scattato in piedi e quasi schiumava dalla bocca, e non sapevi se era la rabbia, la sorpresa o la freebase.
Begonia de Villareal, nazionalità colombiana, lavorava come segretaria nella stessa società di ricerche dove la gang si era conosciuta e formata tempo addietro. A quei tempi lei era una ventiduenne spigliata, dal sorriso luminoso e neri capelli corvini, ma dalla corporatura minuta come quella di un mandorlo bonsai: era alta veramente 138 cm, e si faceva fatica a prenderla seriamente, a non trattarla come una bambina. Intendiamoci, come persona lei c’era tutta, rigorosa, seria e professionale come la volevano in direzione, ma per gli altri era quasi impossibile prenderla sul serio, anche sapendo che era una vera donna, non una bambina. Per dire, in quell’ufficio tutti strillavano con tutti, ma non mi ricordo di aver mai visto nessuno alzare la voce con lei: semplicemente, la vedevi così piccola e, nonostante cercasse di vestirsi da quarantenne, non potevi davvero arrabbiarti con lei. Arrabbiarsi è una maniera di prendere le cose veramente sul serio, secondo me, e quindi la realtà era che nessuno prendeva Begonia sul serio, nessuno le faceva mai proposte romantiche, o oscene, insomma, non condivideva con il resto dell’ufficio quel senso di flirt rissoso che dominava ogni altra relazione interna. L’unico che in qualche modo sembrava essere attirato da lei sembrava Yukio, che però manifestava la sua volontà solo a noi della gang, e non alla piccola orchidea dell’Amazzonia, che adesso, vista nel suo nudo splendore televisivo, si rivelava di una grazia fisica impensabile, almeno impensabile per noi che avevamo ironizzato sulla cotta di Yukio, lo chiamavamo pedofilo ed in un certo senso tentammo dal dissuaderlo dall’impresa. Ma Yukio era un esperto di arti marziali, sapeva quando era il momento per aspettare e quando era il momento per colpire, come con le tenere piantine di marijuana che coltivava nel sottoscala, e quindi incurante dei nostri pareri riuscì a centrare l’attenzione della piccola collega nel corso di un party di natale, uno di quelli dove l’alcol scorre a fiumi e la gente perde davvero ogni inibizione. Così accade anche a Begonia (per sua stessa ammissione non le occorreva molto alcol per stordirsi) e il nostro valente Yukio riuscì nell’impresa più ardita: quella di trascinarla in una stanza deserta al secondo piano e ivi farsi somministrare un lento e opulento pompino che pare durò un eternità, perché nessuno dei due voleva che finisse mai. La mattina dopo infatti, lei partiva per la Colombia, dove avrebbe festeggiato Natale e Capodanno in famiglia, e quindi disse che voleva partire con la certezza di lasciarlo con un bel ricordo di lei.
Dopo quel party, Yukio era in estasi, davvero, mai visto così, benediceva la sua dea colombiana e tutti i sacri orifizi che ne adornavano il corpo, quelli conosciuti e quelli ancora tutti da scoprire: un giapponese innamorato, nel senso più mistico e carnale che un occidentale possa immaginare, uno spettacolo ancora meglio che vederlo urlare allo stadio, a quel pazzoide sincero del mio amico Yukio. Ero contento per lui, davvero, il suo romanticismo samurai era contagioso, per cui quando il lunedì seguente tornammo al lavoro e vidi quella foto ci rimasi davvero male anche io: sul desktop di tutti i computer dell’ufficio c’era il volto di Begonia che succhiava il cazzo di Yukio: era una foto di quelle fatte con i telefonini, di lui non si vedeva il volto, ma di lei invece si, e qualche stronzo alla sala informatica aveva postato quella foto nel network aziendale. E il capo in sala computer era proprio il conte Laszlo, quel bastardo del conte Laszlo, che però negò tutto con Yukio, e ancora oggi dice di non esser stato lui, ma un tecnico argentino a cui piaceva Begonia che era stato licenziato durante le vacanze. Yukio alla fine si convinse, ma la vera tragedia fu che Begonia non rimise più piede in quell’ufficio, qualcuno la avvisò e lei decise di non ripresentarsi più, forse rimase in Colombia o forse era ancora a Londra, ma comunque, nessuno la vide più in ufficio, e ovviamente nessuno includeva anche Yukio e il resto della gang.
Quanto al film, che devo dire? Perlomeno non era il solito nonsense ninfomane, ma il regista si era sforzato per darci una trama accattivante: in un lontano futuro, nella Repubblica dell’Ordine, vige la separazione assoluta dei sessi fino all’età maggiore, cioè i 21 anni. Al momento di iscrivere sua figlia Jenny al college, però, Mr Halfpenny scrive per errore Jonny invece che Jenny sul modulo ministeriale, per cui automaticamente la domanda viene spedita ad un college esclusivamente maschile. A quel punto, per norme burocratiche inderogabili, l’iscrizione non può essere revisionata prima della scadenza del quadrimestre. Il film narra appunto questi 4 mesi di permanenza di Jenny al college maschile, dal primo momento quando, ignara dell’errore, si presenta in classe con la sua uniforme a quadrettoni, calzettoni bianchi fino al ginocchio, scarpe di vernice e un enorme fiocco rosso tra i capelli. Il resto immaginatelo voi: io so solo che dopo un quarto d’ora Jenny aveva già preso qualche kilometro di cazzi in praticamente tutti gli orifizi a suo tempo benedetti dal mio amico Yukio, che adesso scrollava nervosamente la gamba davanti allo schermo ed in volto aveva un’espressione turbata che niente aveva a che vedere col solito turbamento da film porno: si vedeva che si sforzava di trattenere le lacrime davanti a quelle ripetute violazioni a cui il corpo della sua amata era sottoposto, da studenti, insegnanti, bidelli, e personale amministrativo del college. Addirittura il cuoco, in una scena raccapricciante, si divertiva a farcirla tutta di vegetali fallici e poi le ordinava……ma che dico, uno schifo inconcepibile, non ce la farei neanche a descriverlo, e lei, Jenny, cioè Begonia, si abbandonava con sospiri voluttuosi a tutti quegli abusi (Godeva?Fingeva? Le donne sanno fingere, in fin dei conti…) con il suo solito, radiante sorriso sudamericano. E li stava la differenza: se guardate le altre ragazze trombare mentre le riprendono con una telecamera, hanno sempre facce tristi, distaccate, impaurite, o al massimo cariche di teatrale emotività. Lei, Jenny, Begonia, era proprio lei, incorniciata perennemente nello stesso suadente sorriso con cui a suo tempo rispondeva al telefono nell’ufficio della società di ricerche di mercato, e la cosa faceva una strana impressione se la conoscevi dal vero come accadeva a noi quattro. L’altra cosa che faceva una strana impressione impressione, a dire il vero, era che se non la conoscevi davvero, Begonia in quel film pareva davvero una ragazzina di 14 anni, poteva sembrare tutto vero, dico, e quindi mi immaginavo che schifo di domanda ci fosse dietro questo genere di mercato.
Lazlo mi passò l’ennesima pipa di cocaina, che come al solito accesi e aspirai forte e diretto nei polmoni: per un attimo mi mancò il respiro, mi voltai a controllare Yukio, a cui tremava nervosamente il labbro inferiore, mentre sullo schermo Begonia bendata veniva ingaggiata in un confronto simultaneo con tre megafalli, due di vera carne ed uno artificiale in metallo anodizzato. Non ne potevo più: in un attimo l’ennesimo cortocircuito divampò nei miei neuroni, scattai in piedi, raggiunsi la porta di casa, e me ne andai. Avevo fatto la cosa giusta.
3. Bar Lorca
Avevo fatto la cosa giusta, si, ma intanto adesso mi ritrovavo pedone solitario a circumnavigare Clissold Park, che di giorno è un posticino delizioso, ma di notte diventa un luogo dove le probabilità di beccarsi una coltellata non sono poi così rade. Di solito non mi pongo il problema: sono otto anni che vivo a Londra, e mi considero abbastanza streetwise[6] da evitarmi brutte esperienze. Eppoi sentivo di conoscerla davvero quella città, sul serio dico, sapevo come funzionava, conoscevo le sue regole invisibili, sapevo che certe strade non si prendono a certe ore e mi adeguavo osservante ai suoi vari tabù: evitare le stradine intorno al parco, dove battono le puttane, ma anche i quartieri interni, popolati da ebrei ortodossi che non gradiscono rumori molesti fuori dalle loro casette a quell’ora di notte. Ma a Londra una terra di nessuno alla fine esiste sempre, ed io regolarmente l’attraversavo, perché se era di nessuno, allora voleva dire che era anche mia. Ma quella sera ero così sconvolto che non me la sentivo davvero di affrontare neanche un ubriaco balbuziente e litigioso, figuriamoci l’esercito di crackers[7]che si aggira da quelle parti: sentivo la mascella tirata e tutta la mia muscolatura facciale in tensione, lo stomaco mi ruminava bile, la mente era un vortice d’immagini, le pipe di freebase, il sorriso di Laszlo, i pompini di Begonia, cioè Jenny, le lacrime di Yukio….non pensavo a niente ma sentivo tutte quelle tensioni attraversarmi il corpo come radiazioni impazzite, come se mi possedessero dentro, io ero decisamente fuori controllo quella sera, e sapevo di esserlo, e sapevo che non avrei potuto resistere a nessun invito alla violenza, se solo avessi incrociato un minimo di provocazione, l’unica cosa che provavo in quei momenti era rabbia, e capivo che dovevo solo cercare di tirarmi fuori da quelle stradine senza infilarmi in qualche casino madornale. Eppoi avevo una sete pazzesca, davvero sognavo una birra ghiacciata, anzi, era proprio l’unica cosa che volevo, una bella birra bionda e gelata che mi idratasse la gola e possibilmente smorzasse un po’ di quell’insostenibile incendio che avvampava ormai padrone del mio cervello da quando Jenny Halfpenny aveva fatto la sua comparsa nella mia vita….Una bella pinta, altroché, ma neanche quella è una cosa facile, dopo mezzanotte, a Londra: una legge vittoriana impedisce infatti la vendita di alcool ai pub oltre le 11 di sera, ma per fortuna delle isole felici esistono, e una di quelle era proprio dietro l’angolo: si chiamava Bar Lorca.
Il Bar Lorca è un bar spagnolo incastonato esattamente nel cuore di Stoke Newington: il corso di questo quartiere si presenta come una lunga sfilata di kebab shop e ristoranti indiani: specialità balti e tandoori mescolano costantemente i loro aromi con quelli dei macellai turchi, di notte è come una breve minuta parata di stelle che s’illumina intorno a quell’incrocio: e al centro dell’incrocio splende il Bar Lorca, faro della vita notturna di quello spicchio di Londra. Era tanto che non ci tornavo ma era proprio come me lo ricordavo: il sabato, maledetto sabato, straripava di gente che ballava la salsa, e feci fatica a conquistarmi uno sgabello vicino al bancone. Quel posto era incredibile, riflettevo in un certo senso, mentre iniziavo a scolarmi la prima di una lunga serie di pinte: li dentro erano tutti spagnoli, o comunque ispanici latinoamericani. Ballavano la salsa, alla televisione c’era sempre calcio spagnolo, vendevano birra San Miguel, i camerieri si chiamavano tutti Paco o Ramon, e le ragazze Naranja o Begonia…….Begonia, diosanto, Begonia de Villareal, che maledetta piccola sorpresina del cazzo che si è rivelata la piccola Begonia, per il povero Yukio. Ma al contempo, ammettiamolo, che perfezione di corpicino aveva sfoderato la colombiana, che tette, che culo, che tutto, e che vasta gamma di sapienza erotica che sembrava riuscire ad esprimere in quel film brutalmente segaiolo: queste sono cose che solo i veri artisti, in fondo, riescono a trasmettere, e Begonia de Villareal aveva decisamente colpito una sottaciuta parte di me: ma come avevo fatto a non pensarci mai, prima? A chiedergli di uscire con me? Magari solo per un drink? In fondo, sono uscito con ragazze molto meno carine in passato, e anche molto meno simpatiche, almeno con lei due risate me le sarei fatte, eppoi magari che….magari che? Ma cosa andavo ad immaginare? Magari non ci pensava proprio a me, magari non ero il suo tipo, magari mi avrebbero tutti preso in giro e chiamato pedofilo…ecco, forse era proprio quello il motivo per cui mi ero impedito di pensare a quella donna in termini sessuali, forse era proprio quello che mi aveva frenato…il giudizio degli altri…. O forse no, forse invece Begonia non mi diceva davvero niente, e solo adesso dopo il film mi si accendevano le voglie…pensare che c’ho lavorato accanto, a Begonia, la sentivo ridere e respirare piano al telefono mentre io ero in attesa di prendere la linea, ci siamo detti buongiorno almeno un centinaio di volte al mattino, la prima persona che salutavo dopo esser uscito fuori dal mio letto solitario nella mia stanza di Dalston; Begonia, Begonia piccolina che aveva il risolino soffocato quando il capo s’incazzava all’interfono….chissà dove cazzo era adesso Begonia? Viveva a Londra? A Bogotà? A Hong Kong? Faceva la pornostar a tempo pieno o si era concessa solo qualche squarcio di gloria? Chissà davvero, maledetta città, perché se un limite ci trovavo in Londra era sicuramente quello: sembravano tutti in transito, di passaggio nelle loro vite attraverso quella città frenetica ed imperscrutabile solo per pochi anni, e poi, prima o poi, tutti sparivano, chi a casa, chi altrove, verso destini ignoti e impensabili.
Cazzo Londra, era proprio fatta così: gente come me, come Yukio, come Laszlo, come Andy in fondo, che è nato qui ma odia gli inglesi, come Begonia de Villareal, come tutta quella gente che in quel momento affollava il Bar Lorca, e affollava l’aria di Olè e Que pasa?, tutti che si affannavano a testimoniare l’attaccamento ad una patria che quando erano in patria poi finivano regolarmente per odiare, tutti presi a considerare se stessi come…eccezioni, eccezioni di vite scombinate che non se la sentivano di soggiogarsi a nessuna regola, e allora venivano li, a Londra, a bruciarsi il cervello con droghe, casual sex e tanto, tanto lavoro, tanto come non se ne può immaginare in nessuna altra parte del mondo, e alla fine il sabato erano tutti li a bersi l’anima nei loro locali, e gli ispanici con gli ispanici, i turchi con i turchi, gli ebrei con gli ebrei.
Adesso il mio discorso, letto così, sembra anche regolare e lineare, ma calcolate che ci misi almeno un paio d’ore a collegare insieme tutti questi pensieri sconnessi che sbocciavano centrifughi dentro di me, e nel contempo penso consumai 4 pinte di birra, che mi tolsero la sete, ma che ammortizzarono ancora poco e niente del carico di cocaina che si era accumulata nei miei recettori neurocerebrali. Per cui, quando alle due iniziarono a sgomberare anche il Bar Lorca, e mi ritrovai un’altra volta sul marciapiede, per niente ubriaco e solo un poco meno agitato prima, decisi che avrei preso il primo autobus che fosse passato li davanti. Era il N73, uno di quei begli autobus aperti con la pedana fatta apposta per saltarci sopra al volo, e dentro era quasi vuoto, ad eccezione di un paio di coppie sfinite dall’alcool che mangiavano schifezze fritte sedute ai loro posti, devastando l’interno dell’autobus di uno sgradevole puzzo di maionese. Quasi mi veniva di vomitare, ma ero deciso a non abbandonare l’autobus, che puntava diritto alla west end[8], l’unico posto dove a quell’ora potevo sperare di recuperare ancora qualcosa da bere, e soprattutto l’unico posto ancora abbastanza popolato da permettermi una camminata rilassata, in mezzo ad una folla di turisti che entrano ed escono dalle discoteche del centro.
Poi, al Newington Green, per magia l’autobus si riempie di gente e di risate: una ventina di ragazzi e ragazze, con al seguito una mezza dozzina di cani, assaltano pacificamente l’autobus con il pass in mano, e vanno a disporsi al piano superiore. In coda c’è una ragazza colorata, con le treccine bionde ed un volto scandinavo, che suona un flauto con il walkman in testa da cui esce musica tecno. Era veramente una bella ragazza, ed era vestita in una strana maniera: ricordo di aver pensato in quel momento che se io fossi stato il lupo cattivo delle favole, avrei voluto una cappuccetto rosso proprio come quella, e forse questo pensiero mi si è letto nello sguardo, perché lei se ne deve essere accorta, e sorridendo si è venuta a sedere vicino a me.
“Ciao – mi fa – come và? Sembri strafatto, tutto bene?” La cosa non mi piaceva: si vedeva fino a quel punto???
“Tutto ok, piccola – la tranquillizzo – tu piuttosto cosa ci fai in giro di notte vestita da angelo?”
Lei ride, le è piaciuto il complimento, a me sembra invece che questa freebase del cazzo mi metta in bocca delle vere idiozie da telefilm americano.
“Cazzo, io abito a Dalston – le faccio incuriosito – cos’è sto Kundalini?”
“Kundalini è il nome che sprigiona l’energia femminile dallo yoni, secondo i libri del tantra. Sei pratico di tantra?”
“Tantra, certo, capisco” dico io, che so è qualcosa che a che vedere con il sesso, ma non ho la minima idea di cosa cazzo sia, un tantra, e neanche un kundalini se è per questo, ma non voglio manifestare la mia ignoranza in materia alla mia giovane amica, che però capisce e se la ride.
“Nel nostro caso Kundalini è il nome della serata che fanno ai Thyssen Studio. Sai quella specie di fabbrica occupata dietro l’incrocio con la stazione. Ci sei mai stato?”
Ammetto di no, non ci sono mai stato, e chiedo ulteriori chiarimenti alla mia guida, che mi dice che è una specie di rave che dura 24 ore filate, e si prolunga per tutti i quattro piani, c’è una sala discoteca, una dove suonano dal vivo, una chillout room dove ci si rilassa e fanno proiezioni astrali e mille altri cubicoli dove ognuno può farsi i cazzi suoi. Più o meno me la descrisse così, la serata, per cui ci impiegai qualcosa tipo venti secondi per dire vengoanch’io accogliendo il nullo invito della ragazza, che comunque sorrise, acconsentì, e si rimise in bocca il flauto.
Dopo due fermate c’è la Balls Pond Road, si scende e si va a piedi per qualche centinaio di metri: usciti dall’autobus la flautista recupera il suo cane dai suoi amici crusties[9] e scompare in testa al gruppetto, che conterà almeno una trentina di persone. Io invece rimango bloccato da un gruppo di skaters che iniziano a chiedermi cartine e sigarette e accendini e tutto quello che può servirgli. Palpeggiandomi le tasche fornisco il fornibile, e ritrovo così la mezza mitsubishi di Andy che ho rifiutato e conservato all’inizio della serata. Mitsubishi-estasi-discoteca: in un secondo la magica concatenazione si apre e si chiude automatica nella mia mente: in fin dei conti adesso ci sta bene, una mezza pasticchetta, per farmi quattro salti e magari scaricare tutta questa tensione accumulata. Mi ingoio la mezza pasticca, e subito “Che fai?” mi chiede il più giovane e avido degli skaters, un ragazzino di 15 anni che va in giro con un pittbull al guinzaglio
“Sorry amico – era l’ultima” gli dico io, convinto che voglia scroccarmi droghe.
“No, no, voglio solo sapere cosa era e basta. Per curiosità…”
“Mitsubishi” faccio io, mentre lui inizia a scuotere la testa e a farmi una strana predica con il tono da profondo conoscitore “Non ti fai con quelle, sono cazzatelle per ragazzini, la dentro ci sono dei dj da paura, c’è Roni, c’è LTJ, forse c’è addirittura Goldie[10], meritano rispetto amico, meritano rispetto e delle pasticche adeguate, capisci? Non puoi andare a spararti un’ora di metalheadz[11]con mezza mitsubishi in corpo, non ti basta, non ti serve, Goldie merita più rispetto, ricordatelo, se vai li dentro a sentire lui ci devi andare bello preparato, mi capisci?Suzuki, ci vuole Suzuki per nobilitare la serata, mi capisci?”
“Capisco che vuoi vendermi qualcosa, amico, ma non mi serve niente davvero!”
Lui sembrò offendersi: “Vendere? Non nominare neanche quella parola, amico, non la voglio proprio sentire, quando vado a vedere Goldie sono puro spirito liberato nella materia, viaggio su dimensioni superiori, io, ricerco il contatto col mondo, e con altri mondi, per cui rifiuto, decisamente rifiuto, la logica mercantile che governa le nostre squallide fottute vite intrise di avido materialismo. Mi capisci?”
Capivo che stava di fuori più di me, e che imbastire un discorso sulla spiritualità della musica tecno e la qualità delle sue droghe rituali non aveva senso, in quel momento, ma lui decise di essere trasparente come il vetro:
“Io non vendo, io regalo. E adesso se non mi vuoi offendere accetti il mio regalo, sennò il mio cane s’incazza” Mi parlava in tono calmo ma dentro le parole c’era tanta aggressività montante, e io non riuscivo a capire bene: mi stava regalando una pasticca delle sue, e obbligandomi ad accettare il dono, credo.
“Anzi due” aggiunse, appoggiandomi in bocca due pasticchine rosa leggermente ovali.
“Suzuki, amico mio, con queste marci tutta la notte” specificò a mio conforto, che tanto confortato da quel mastodontico abuso di stupefacenti cominciavo a non esserlo più. Ma tant’è, l’importante adesso era riuscire a superare la notte, quella inconcepibile notte tossica e stranamente dolorosa, e quindi per non offendere il mio amico, e soprattutto il suo cane, decisi di accettare, e contraccambiare offrendogli un po’ del mio hashish talebano, mentre a piedi raggiungevamo l’entrata dei Thyssen Studio.
La solita coda ci aspettava davanti al cancello d’ingresso, e ne approfittai per calcolare mentalmente l’apporto ipocalorico a cui avevo sottoposto la mia fragile coscienza nel corso di quel turbinoso sabato sera: mi ero fumato una mezza oncia tra skunk e hashish, più tutta quella cazzo di freebase, più un 3-4 birre a casa di Laszlo, e poi altre 4-5 al bar Lorca, più una mitsubishi e due suzuki, totale 3 pasticche di estasi…..cazzo mi stò bruciando il cervello alla grande, ma la cosa che più mi ha sconvolto è stato proprio quel filmetto di merda, Jenny Halfpenny va in collegio, davvero non riesco ad immaginare Begonia e Jenny come la stessa persona… e se non lo fossero? E se ci fossimo sbagliati? E se fosse tutto uno scherzo di quel maiale di Laszlo? Lui con i computer può combinarne di tutti i colori, in fondo…
Il cellulare squillò d’improvviso nella notte, e io ci misi un po’ per localizzare da quale delle mie tasche provenisse il suono: l’estasi stavano prepotentemente salendo a galla nel mio cervello, sentivo le sinapsi sciogliersi e i suoni affievolirsi lenti nell’aria, e un sorriso tiepido animare il tono della mia voce: “Pronto?”
Era Andy, che parlava tutto agitato al telefono: pare che le cose si fossero messe male al castello, Yukio aveva perso il controllo e aveva aggredito Laszlo, riempiendolo di calci e pugni ma rimediandoci pure un paio di sganassoni sui denti: avevano devastato la casa, distrutto il tavolino, perso un bel po’ di coca, e c’era sangue dappertutto. Poi lui, Andy, era riuscito a calmarli e a trascinare Yukio fuori da quella casa, e adesso si aggiravano per Green Lanes come due invasati, Yukio era fuori di se, non si teneva per la rabbia, e lui, Andy, non sapeva che fare, e allora mi aveva chiamato, perché io ero amico di Yukio. Andy mi strillava agitato nell’auricolare, mentre io sentivo onde di piacere allargarsi lentamente dentro di me: quelle suzuki erano davvero forti, adesso ero definitivamente in orbita.
“Sono a Dalston, ad una specie di rave dietro il sainsbury’s[12]sotto casa mia.– risposi al telefono – Venite qui, ci sfoghiamo a ballare. Porta Yukio qui, entrate e ci vediamo dentro”.
Dopo di che era il mio turno, ed entrai nel Kundalini.
4.Kundalini
Appena penetrato nel Kundalini mi ritrovai in una sala buia e circondata da graffiti fosforescenti e bancarelle dove fricchettoni ipnotizzati vendevano incensi, cd piratati, salvia divinorum, collanine e braccialetti fosforescenti che squarciavano il buio con le loro traiettorie come stelle comete impazzite. Era una specie di suk, l’anticamera commerciale al party, che a sua volta si stendeva per un piano interrato e per altri due a salire. Incontrai un tipo sardo con cui avevo lavorato insieme qualche anno prima, appiccicato a fumarsi un narghilè con una nera tutta curve: mi spiegò un po’ come funzionava li dentro, chi vendeva cosa, chi cercava cosa, le solite storie…
“Non voglio droghe” risposi con tono involontariamente fermo e deciso: era probabilmente la prima volta nella mia intera vita che proferivo quella frase, e di certo il sardo non se l’aspettava, perché fece una faccia assai disorientata. E il motivo era facile a capirsi: mi guardavo intorno e tutto quello che vedevo era gente totalmente soggiogata da un onda di benessere chimico che si estendeva contagiosa nelle espressioni di tutti gli astanti. Tutti o quasi i presenti agitavano tra le mani bottigliette di acqua minerale, a testimoniare l’assunzione di droghe chimiche, estasi, acidi, pillole e pasticche e gocce e polveri, e l’aria era densa del fumo dei cannoni che si accendevano ad ogni angolo. Ed io percepivo tutto quello, solo e confuso in quel posto allucinante, dentro di me finalmente sentivo fluire benessere e calma, come se le emanazioni chimiche dei presenti si aggrovigliassero in un solo punto dello spazio: e quel punto era il centro del mio cuore.
Seguendo i consigli del sardo, puntai al sottoscala dove si stavano esibendo dei gruppi dal vivo. Sul palco in quel momento erano appena saliti i “Doctors of Dub” una decina di personaggi di razze e sessi diversi completamente ricoperti di quelle collanine fluorescenti che avevo visto prima in vendita, che suonavano una miscela tuttaloro di ska-punk inglese e di musica tecno: un miscuglio incredibile, intrecci sonori che fino ad un secondo prima esistevano solo nelle coscienze di quei musicisti adesso sgorgavano nel buio davanti ad una platea di ragazzi e ragazze veramente indemoniati: il miracolo di una creazione si dipanava davanti ai miei occhi, e l’allegria di quelle danze era contagiosa, veramente contagiosa, per cui fini per buttarmi nella melma, deciso a sudare via da ogni poro della pelle il mio carico di droghe ed infelicità. Ballai gaudente e solitario per una bella mezz’oretta, quando mi ricordai di Andy e Yukio: probabilmente ormai erano anche loro dentro il Kundalini e stavano cercandomi. Cercai di asciugarmi un po’ dal sudore, e feci per avviarmi sulle scale, e fu li che notai il conte Lazlo che salutava calorosamente una coppia di transessuali ricoperti di piume, come se si conoscessero da molto tempo. Stavo per chiamarlo, quando per la seconda volta mi sovvenne in mente di Yukio e Andy: decisi che volevo parlare con loro, prima che con Laszlo, dell’accaduto. In fondo, quello che era accaduto a me non era piaciuto per niente, Yukio era un mio grande amico ed il fottutissimo conte poteva anche risparmiarselo quel video, evitare di offendere Yukio in quella pubblica indecente maniera. Senza farmi vedere dal conte sgattaiolai al buio verso l’entrata, e di li al primo piano, zigzagando tra una folla di gioventù che spinellava in quantità industriali sui gradini dello stabile. Dietro la porta usciva affievolita della musica techno dal sapore decisamente jungle: quando aprii la porta un muro di suono s’abbatté improvviso su di me, mentre davanti ai miei occhi si stendeva una folla invasata che ballava rimbalzando intorno ad un palchetto, sopra cui un dj-divinità mixava e scratchava da 4 piatti in contemporanea. Come possa essere possibile scratchare su 4 piatti con due sole mani, per me resterà sempre un mistero, ma ogni religione ha i suoi misteri, e al kundalini non si faceva eccezione: i danzatori lo circondavano dai quattro lati, e sembrava davvero un rituale religioso, piuttosto che una discoteca, una chiamata imperiosa ai mistici sensi dell’individuo errante, una cerimonia per nomadi e transienti del pianeta terra. Trovai subito quella musica ancora più coinvolgente di quella suonata dal vivo al piano inferiore, e ancora una volta, mi tuffai giocondamente gioioso tra la folla. Benedetto mdma[13], sembro un’altra persona…forse sono un’altra persona….sembro un’altra persona, ballo come un’altra persona: sento il cuore battere all’unisono con i 128 bpm[14] e non riesco a fermarmi: mi sento in totale armonia con la gente intorno a me, tutti mi sorridono ed io sorrido a tutti, qualcuno mi tocca ballando, io mi lascio scivolare nel vortice, mi avvicino al centro della stanza, ballo sballato con l’invisibile armonia chimica che fluisce fuori e dentro di me, e si riflette nei suoni e nelle luci di quella stanza. Io sono quelle luci, io sono quei suoni, chi ha posto lo spirito nella materia? Io amo tutti quanti, I love everybody, e con questa convinzione in mente mi accalco in prima fila, e li, improvvisamente, la vedo, proprio li davanti a me, nello splendore di tutti i suoi 138 cm di altezza, vedo Begonia de Villareal ancheggiare sinuosamente invisibile nella selva di corpi più alti di lei.
Cazzo, cazzo, cazzo, da non crederci, sembra come di essere in uno di quei romanzetti che vendono negli aeroporti, me ne rendo conto, ma l’unico tassello finora mancante a questa storia d’improvviso compare al centro dello pista, e c’è di più: si scuote, mi guarda, e mi riconosce.
“Marco!!!!!!!!!” urla come impazzita dalla gioia, saltandomi al collo con uno slancio entusiasta mentre mi si spalma addosso tutto il suo tenero corpicino.
Fino a quel momento, lo confesso, non avevo mai pensato di riuscire a portarmi a letto una pornostar, e neanche avevo mai pensato di poter tradire un amico, ma d’improvviso quelle due eventualità iniziarono a farsi largo nella mia intossicata coscienza. Anche perché lei, Begonia, sembrava proprio contenta di vedermi: continuava a sbaciucchiarmi l’orecchio, e a dirmi quanto era contenta di vedermi, e quanto tempo era passato, e quante volte aveva pensato a me nel frattempo…dico, in condizioni normali mi sarei squagliato per molto meno, sorretto da tutto quel doping invece tutto quello che avvertii fu un profondo turbamento, di quelli che non provavo dalla tenera età di dodici anni. “Sei fantastica” le mormoravo sincero, ma lei non poteva sentire per via della musica sparata a livelli assassini. Mi agguantò la mano, e mentre mi piegavo verso di lei mi urlò con tutto il fiato in gola: “Andiamo a farci una canna fuori che qui non si può parlare”
Io la seguivo goloso mano nella mano, ma dentro di me riflettevo sull’imminente pericolo rappresentato dai quei tre pazzi dei miei amici, disordinatamente a spasso anche loro per quel caotico Kundalini: chiunque avessimo incontrato adesso, fosse Yukio o Andy o il Conte Laszlo, addio sogni di gloria, me la potevo anche scordare la preziosissima passera colombiana che in questo momento aveva rapidamente scalato fino al vertice la top ten delle cose più desiderate nella mia vita. Ma si vede che neanche lei aveva voglia di fare incontri imprevisti, chissà con chi era venuta al Kundalini, di sicuro adesso era con me che voleva stare, ed infatti mi trascinò all’ultimo piano, nella chillout room, dove nell’oscurità più assoluta due operatori cinemusicali stavano trasmettendo suoni ed immagini spaziali, mentre nell’ombra si intravedevano gruppi di giovani e meno giovani distesi su stuoini e tappeti e intenti a bere, fumare e a chiacchierare. Ci siamo posizionati ai margini della platea, adesso i miei occhi si stavano iniziando ad abituare al buio, e vedevo una quarantina di corpi tra il dormiente ed il comatoso adagiati davanti alle immagini proiettate. Seduto per terra, finalmente, potevo guardare Begonia dritta negli occhi, ed infatti rimasi a guardarla intensamente per un po’ finché lei mi chiese, in unica frase, se stavo bene, se mi andava di rollare uno spino e se gli ero mancata. Risposi “si” a tutte e tre le domande, e mentre lei mi passava fumo e cartine le raccontai che stavo bene, ma che avevo fumato un sacco di freebase e che forse era ancora un poco agitato.
“Ci penso io – squittì lei gioiosa – chiudi gli occhi e apri la bocca” Questa semplice frase, unita alla consapevolezza che a pronunciarla era una stimata e riverita pornostar, mi provocò automaticamente un’imperiosa erezione, che tentai in tutti i modi di dissimulare mentre sentivo le sue dita minute ed affusolate muoversi all’interno della mia bocca. La sentivo ridere, ma quando ritirò le dita tutto quello che avvertii in bocca era la presenza di un qualcosa sulla mia lingua. Riaprii gli occhi ed estrassi la lingua: un’altra pillola, maledizione, stavolta rossa e a forma di cuore! Guardai Jenny, cioè…Begonia, e con sguardo supplichevole le chiesi cosa fosse questa volta.
“Love Pills – declama lei sensuale – pillole dell’amore. Don’t worry, ti smorzano la coca e ti mettono di buon umore, e ti fanno venire voglia di toccare gli altri e di farti toccare. Vedrai che bello…” Ovviamente, non le parlai della mitsubishi di Andy, né dello skunk di Yukio, o delle Suzuki dello skaters, o del video di Laszlo: farsi toccare da una pornostar era per me una motivazione più che convincente per ingoiaire l’ennesima pillola amara della serata, e quindi deglutii diligentemente e mi accinsi a preparare un superspinello come espressamente richiesto dalla mia principessa colombiana. Alla fine di quello spinello io e Begonia rotolavamo avvinghiati su quel tappetino come se intorno il mondo non esistesse più: capivo Yukio in quel momento, ah se lo capivo…. lei aveva una pelle di seta, la bocca umida pesca succosa, e negli occhi le brillava una luce da bambina viziata che farebbe di tutto per essere accontentata. Una donna così ci puoi impazzire, quando l’assaggi una volta, e quando l’assaggi una volta già non ne puoi fare a meno, come una droga, davvero come una droga, è strano quante relazioni tra uomini e donne assomiglino alla relazione che i tossici intrattengono con il loro vizio, è strano quante volte guarire dall’amore di quelle donne possa esser simile al tempo lento che non passa mai delle crisi di astinenza. E’ strano tutto ciò, ma è proprio per causa di creature come lei che queste cose succedono, fino a ieri era solo un volto nella mia galleria di memorie e d’improvviso diventa il più desiderabile dei miei desideri. Begonia, Jenny, principessa, lei mi bacia e mi sfiora con la sua lieve presenza, e le dimensioni del mio eccitamento sono ormai perfettamente visibili, lei mi bacia mi sfiora e mi lecca, e sento le love pills mescolarsi al flusso del mio sangue ed iniziare a danzare su e giù per la mia spina dorsale, lei mi bacia mi sfiora mi lecca e infine mi tocca, ed io non ce la faccio più, gemo di piacere nel buio della sala. Profili nell’ombra si voltano verso di noi, lampi di curiosità, risolini soffocati, Jenny mi morde forte il braccio per non ridere anche lei, poi salta in piedi e mi fa: “Seguimi baby, voglio farti vedere una cosa”. Io ovviamente la seguo, e dietro un tramezzo arriviamo ad una specie di terrazzo, su cui si domina la pista da ballo. La stroboscopica in faccia, gli altoparlanti che urlano a mezzo metro dalle nostre orecchie, le voci eccitate dei danzatori che salgono lente fino al soffito, e noi iniziamo a fare l’amore: così sordido ed eccitante come davvero solo nei film si vede, noi possiamo vedere tutto e tutti, ma nessuno può vedere noi, che ci avviluppiamo sospesi sulla folla in movimento: Jenny è veramente in gamba, sa sempre come muoversi e cosa puntare, e il suo corpo al tatto dei miei polpastrelli si modella come cera magica: sarà lei, o saranno le love pills, o sarà tutto il resto che mi sono sparato nel corso della serata, ma quella scopata si rivela una dilatazione sensoriale di quelle cosmogoniche, la scoperta di avere un corpo, quasi, e la scoperta che si possa gustarlo in un milione di modi diversi, questo corpo, e dopo un po’ sento la musica scivolare d’intensità, abbassarsi di livello sonoro e trasformarsi in un ipnotico loop. Vedo il dj in piedi al centro della pista che si alza in piedi dietro la consolle, inizia a salmodiare in una strana lingua orientale: la folla s’inebria della sua voce, e io da dietro il bianchissimo e rotondo culo di Begonia de Villareal mi gusto la tensione che sale nell’aria. Poi il dj sibila nell’aria una frase sibillina, che mi gela il ritmo pelvico:
Sembrava una frase rivolta direttamente a noi, che stavamo copulando avidamente a qualche metro di distanza dalla sua testa, sospesi sul balconcino, per cui d’istinto il mio corpo s’arresta, ma lei mi prega di non fermarmi e anzi mi incita a continuare, a continuare mentre il dj inizia a salmodiare una canzone tratta da una vecchia leggenda persiana e lei comincia a dondolarsi in avanti, mentre si libbra nel vuoto avvinghiata come un edera alla mia fava. Con mia discreta sorpresa, sento la sua voce sussurrarmi come se fossimo in chiesa, per informarmi che quella canzone si chiama “La prospettiva della pulce”, e poi iniziare a recitarne il testo a memoria in contemporanea con il dj, e come lei tutti quanti nella sala. La musica aveva un bel ritmo, una curva suadente che si allargava ipnotica nell’aria, e mi piaceva spingere tutto me stesso dentro il corpo di Jenny Halfpenny seguendo le indicazioni sincopate del dj, e gustarmi i flash della stroboscopica che riflettevano sulla schiena nuda di lei, mentre ogni tanto coglievo stralci di parole dalla canzone della pulce, una pulce che viveva nel più bel tappeto persiano del mondo, mentre io mi stavo sentendo di vivere la più bella sensazione del mondo, li, piantato in mezzo alle cosce di Begonia di Villareal, in una situazione che neanche gli dei osano sperare, anche io avevo trovato il mio tappeto persiano.
Ad un certo punto la voce del dj cessò, ed io iniziai ad accelerare il mio movimento, convinto di essere alfine giunti al dunque, ma Jenny Halfpenny mi implora di resistere, resistere ancora un po’. Resistere, facile a dirsi, con tutto quel miscuglio chimico disperso nel sangue iniziavo a sentirmi strano, su e giù, su e giù, e sentivo di poter esplodere da un momento all’altro dentro quel corpicino impalato nel vuoto, per cui fui estremamente rallegrato quando sentii finalmente la voce del dj riprendere la sua litania, e questa volta non potei fare a meno di registrare mentalmente le sue parole, mentre continuavo ad agitarmi dentro il corpo di Begonia: “Vi siete mai posti nella prospettiva della pulce? – arringava la folla il dj – Vi è mai capitato di essere circondati da così tanti problemi da non riuscire più a vedere alcun senso nel mondo che vi circonda? Avete mai sentito nessuno dire che il mondo sta andando in rovina?Bene, quella è la prospettiva della pulce!” La musica martellava ipnotica di sottofondo, ed il dj prendeva opportune ed efficaci pause. Quando ad un certo punto si riavvicinò al microfono, Begonia da una tasca tirò fuori una boccetta di vetro giallastro, e dopo una decisa aspirata me lo spinse diretta sotto le narici: io feci in tempo a leggere la scritta “Popper” [15] sull’etichetta e a dare due vigorose aspirate, mentre la voce del dj mi rimbombava nelle tempie:
“Bene – urlava adesso – vedete tutte quelle vostre piccole e perniciose abitudini? Cominciate a ripensarle, adesso, in questo preciso momento……!” A quelle parole la folla scattò in aria, la musica riprese ad un volume pazzesco e Jenny iniziò ad ululare quasi di piacere. Io, da parte mia, sentii un flusso di calore amaro invadermi ogni tessuto del corpo, il cuore che mi accelerava in gola, nelle orecchie un ronzio sordo e davanti agli occhi le luci della stroboscopica che esplodevano come quelle di un oceano di paparazzi, ed un risucchio vorticoso che con prepotenza estraeva da dentro di me l’orgasmo più violento che mai in vita mia avessi provato. E credo che, pressappoco nello stesso momento, sono svenuto.
5. Mi casa
Mi ricordo che verso le nove di mattina gli addetti alla pulizia mi hanno scoperto e svegliato, e alle mie resistenze alzato di peso e sbattuto per strada, dove ricordo di aver vomitato, vomitato e vomitato, e poi devo aver battuto la testa, fattostà che perdo nuovamente i sensi e rimango allungato nello schifo del marciapiede per qualche altra oretta. Verso mezzogiorno mi sveglio come un piccione morto, tutta la faccia sporca di vomito e gli abiti che puzzano di piscio di cane. Ripenso al pittbull dello skater, magari è stato lui, si vedeva che non gli stavo simpatico. Ma poi ripenso a quanti cazzo di cani avevo visto li dentro, la sera prima, e mi domando atterrito quanti di loro e dei loro padroni siano passati di li. Decido di alzarmi, non sono lontano da casa, 5 minuti a piedi.
Da li, da casa mia, non uscirò per i seguenti quattro giorni.
6. Epilogo (temporaneo come tutti gli epiloghi)
Per quattro giorni ho provato a chiamare Yukio, ma non risponde al telefono. Andy è in Francia per lavoro, e non mi andava di chiamare Laszlo. Sono ancora incazzato con lui, anche se adesso Yukio probabilmente avrebbe ancora più ragione ad essere incazzato con me, se sapesse di Jenny, cioè… Begonia. E chissà che fine ha fatto Begonia, perché è scomparsa quella notte, e mi ha lasciato svenuto, dopo essersi sugata la parte migliore di me?
Decido quindi di andare a trovare Yukio a casa, voglio sapere e devo capire. Prendo l’autobus per Finsbury park, il 236, e quando arrivo alla stazione scendo davanti al megastore, dove continua la svendita delle magliette da trasferta dell’Arsenal. Attraverso il marciapiede, ed entro nel tunnel per tagliare l’incrocio. D’improvviso noto un adesivo attaccato ad un tabellone pubblicitario, dello stesso genere di quelli che reclamizzano raves come il Kundalini. Mi avvicino per leggere, ed invece ci trovo una foto: nella foto si vede chiaramente il volto di Begonia che sorride e dietro di lei il mio che geme di piacere. La posa è inequivocabile, i volti nitidi, i corpi nudi: in quella foto, io sto scopandomi Begonia da dietro. Il tempo di trasalire e vedo un ragazzino con lo skate che si avvicina rapido e arrivato davanti a me frena e mi urla in faccia:
“Hey, ma tu sei SexBomber! Wow, sei grande amico, sei un mito”. Il suo urlo rimbomba nel tunnel, tutti si voltano verso di me, ed iniziano a sorridermi maliziosi, addirittura qualcuno viene a stringermi la mano, ed il musicista di turno attacca a suonare Sex Bomb con il suo flautino di merda: mi rendo conto che la stazione è costellata di quelle foto, e mi informano che anche molte vetture della Piccadilly e della Victoria line lo sono, e che sto diventando una specie di mito urbano, mi chiamano Sexbomber e sono tutti in attesa di foto nuove.
Mi sovvengono le luci dei flash davanti agli occhi: ecco che cosa cazzo erano quelle luci, non era la stroboscopia, non era il popper, non era neanche la fica di Begonia……
Io schiumo rabbia da tutti i pori, capisco che ho perso per sempre un amico, che quella è la ragione per cui Yukio non mi risponde al telefono, e che il colpevole può essere soltanto il solito bastardo. Ed è stato allora, mentre un controllore della London Underground mi chiedeva un autografo e l’altoparlante annunciava ritardi sulla Piccadilly line, è in quel preciso momento che davanti ad almeno una cinquantina utenti della metropolitana londinese io ho giurato vendetta, tremenda vendetta, nei confronti di quel grandissimo figlio di puttana del Conte Laszlo di Ferencvaros.
1 Orgoglio del Nord Londra
2 Gunner, artiglieri: Arsenal significa arsenale, ed il simbolo della squadra è un cannone medievale
3 Catene di bookmakers inglesi
4 In effetti, gli asiatici pronunciano i due nomi allo stesso modo. In realtà il primo è un coglionazzo vanitoso che gioca per soldi, mentre il secondo un centrocampista di gran classe che ha un solo difetto: ha paura di volare in aereo, per cui abbandona la squadra in occasione delle trasferte più distanti.
5 La City è il quartiere degli affari, sede della borsa londinese. Chelsea un sobborgo occidentale che è pieno di fighetti e negozi alla moda.
6 Pratico della strada, scafato e capace di sbrigarsela senza guai in situazioni tese,
7 Chi usa e fuma il crack
8 Il centro della città, intorno a Piccadilly Circus e Leicester Sq
9 Incrostati, l’equivalente di punkabbestia in italiano
10 Roni Size, LTJ Bukem, Goldie : 3 dj divinità che hanno cambiato il percorso della musica elettronica sul finire dello scorso millennio. Discografia Essenziale: Roni Size: Brown Paper Bag, LTJ Bukem : Earth vol. 3, Goldie : Metalheadz
11 Il nome del club che ha lanciato la drum and bass a Londra, inventato e gestito da Goldie, un tipo che ai miei occhi tra i vari meriti vanta anche e soprattutto quello di essere stato il fidanzato di Bjork.
12 Nota catena di supermercati
13 MDMA, methylenedioxymethamphetamine, il principio attivo dell’estasi
14 bpm, battiti per minuto, la velocità media a cui vengono suonati i dischi house dai dj. Techno e Drum and bass, gradatamente accelerano questa frequenza.
15 Il popper è un farmaco cardiotonico, un nitrato che serve a ristabilire accelerazioni cardiache a chi subisce collassi o cali cardiaci. E’ comunemente usato (e venduto nei pornoshop) per scopi sessuali, dal momento che provoca un improvviso e momentaneo aumento del battito cardiaco le cui conseguenze: nel caso di due persone impegnate nell’atto sessuale, sono facilmente immaginabili